Difendere l’Italia dallo Stato Islamico

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Difendere l’Italia dallo Stato Islamico

16 Marzo 2015

Nel 1942, Winston Churchill disse che l’Italia era il “ventre molle” dell’Europa e concentrò in quella direzione gli sforzi dell’invasione Alleata. Oggi, stiamo assistendo a sussulti di una strategia simile da parte dello Stato Islamico. 

Dopo la decapitazione di 21 Cristiani Copti egiziani perpetrata dagli islamisti radicali che professano fedeltà allo Stato Islamico, il Governo italiano ha iniziato a intensificare i propri sforzi per difendere il suo territorio da un attacco del genere. Quanto è realistica questa minaccia? E cosa dovrebbe fare l’Italia?

Per prima cosa, occorre prestare ascolto a quello che ha detto lo Stato Islamico: l’anno scorso, Dabiq, il magazine di propaganda dell’IS, ha pubblicato in prima pagina un pezzo intitolato «Riflessioni sull’ultima Crociata» illustrato con l’immagine di una bandiera nera jihadista che sventolava su Piazza San Pietro. «Conquisteremo la vostra Roma, spezzeremo le vostre croci e faremo schiave le vostre donne»,  dichiarava uno dei comandanti del gruppo. «Se non riusciremo a farlo adesso, saranno i nostri figli e i nostri nipoti a riuscirci e venderanno i vostri figli sul mercato degli schiavi». In un altro passaggio dello stesso articolo, il magazine esortava «ogni musulmano a uscire di casa, a trovare un crociato e a ucciderlo… E lo Stato islamico continuerà a farlo finché le sue bandiere non sventoleranno su Roma».

Un’iperbole? Certamente. E’ letteralmente possibile? Nient’affatto. Ma gli europei devono tenere in considerazione queste parole riflettendo sulla possibilità di subire attacchi sul proprio terreno? C’è da scommetterci. Come ha avuto modo di sottolineare Graeme Wood in un articolo attento e storicamente fondato apparso questo mese su The Atlantic, c’è un latente impulso medievale nella retorica e nelle azioni dello Stato Islamico. Le decapitazioni di innocenti, i prigionieri messi al rogo, le crocifissioni, le donne e bambini fatti schiavi e venduti, il saccheggio delle città, tutto questo implica il desiderio di avere un ruolo nello scenario internazionale come se ci fossero ancora le Crociate. Ed è così che arriviamo all’importanza di Roma, che incarna forse il più potente simbolo di tutto ciò che odiano i miliziani dello Stato Islamico.

Lo Stato Islamico non ha le capacità per lanciare un attacco convenzionale contro l’Italia, ma ha due potenziali rotte di penetrazione nel Paese via mare. Potrebbe infiltrare i barconi di clandestini che navigano nel breve tratto di mare che separa la Libia dalle coste meridionali e dalle isole dell’Italia. Oppure potrebbe usare imbarcazioni artigianali, così come fanno trafficanti e corrieri della droga nell’Adriatico, per attraversare il Mediterraneo meridionale. Due metodi che sarebbero più semplici rispetto a entrare via terra in Italia attraverso la Turchia e i Balcani.

Se lo Stato Islamico volesse scatenare una guerra di religione, quale luogo migliore di Roma per un attacco? Un colpo significativo al luogo sacro della Cristianità servirebbe sia per la strategia di autoaffermazione del Califfato sia per la narrazione che sta costruendo. I nostri alleati italiani ne sono consapevoli e stanno reagendo con le adeguate contromisure iniziali, che includono mettere in massima allerta le forze militari e i loro esperti Carabinieri, intensificare i pattugliamenti navali tra la Libia e le isole meridionali dell’Italia; condividere le informazioni di intelligence con tutti i canali NATO e dell’Interpol europea; e pubblicizzare queste misure per apparire un bersaglio molto più difficile da colpire.

Che altro si può fare?

Primo, deve scendere in gioco la NATO. L’Italia dovrebbe aprire una discussione sulla base dell’Articolo 4 del Trattato dell’Alleanza, che permette a ogni Stato membro di portare le questioni di sicurezza davanti al Consiglio del Nord Atlantico a Bruxelles. Discussioni del genere di norma vengono usate per questioni giudicate particolarmente rilevanti, e talvolta portano ad azioni comuni sotto l’ombrello dell’Articolo 5 (la celebre clausola per cui «un attacco contro uno dei Paesi membri va considerato un attacco contro tutti»). Quando la Turchia qualche anno fa si sentì minacciata dalle attività aeree della Siria, la NATO rispose mandando delle batterie di Patriot a difesa dello spazio aereo turco. Batterie che sono ancora lì. Nel caso dell’Italia alle prese con le infiltrazioni dello Stato Islamico, le unità navali della NATO (Standing Nato Maritime Groups, SNMG) potrebbero essere utilizzate in modo analogo per sostenere le oberate unità della Guardia Costiera e della Marina Militare italiana.

Secondo, aumentare la raccolta dei dati di intelligence. Gli italiani hanno bisogno di accedere ai più alti livelli di informazioni raccolte in Libia. Questo significa non solo lavorare d’intesa con gli Stati Uniti e la NATO ma anche raggiungere le nazioni arabe coinvolte nella Coalizione anti-Stato Islamico per ricevere assistenza. Non c’è altra alternativa per raccogliere informazioni sul terreno.

Terzo, concentrarsi ancora maggiormente sulla minaccia che viene dal mare. Ovvero usare la flotta italiana e la Guardia Costiera per pattugliare e tracciare la mappa dei movimenti che avvengono in tutto il Mediterraneo centrale; usare aerei di sorveglianza a lunga distanza che partano dalle basi in Sicilia; cooperare al massimo con la vicina Malta che siede a cavallo delle rotte marittime; impiegare droni ad alta resistenza per mantenere un controllo in tempo reale delle attività marittime.

Quarto, ed è la cosa più importante, sviluppare una strategia per affrontare il problema alla radice: in Libia. Considerando la crescente anarchia libica, la tentazione può essere semplicemente quella di abbandonare il Paese al suo destino. Ma alla fine, dovremo prevalere in Libia – è una nazione con grandi riserve petrolifere, una popolazione istruita e una invidiabile posizione geografica, con le sue lunghe coste e vicina com’è all’Europa.

L’Europa ha bisogno di una strategia per aiutare la Libia a ritrovare una stabilità. Questo significa valutare una missione di peacekeeping a guida Onu o dell’Unione Europea; sostenere il Governo di Tobruk, relativamente moderato e riconosciuto a livello internazionale; cooperare da vicino con gli sforzi egiziani di colpire militarmente lo Stato Islamico, sostenendo il Cairo dal punto di vista dell’intelligence, finanziario, e forse con delle incursioni aeree. Gli Stati Uniti possono sostenere l’Italia aiutandola a guidare l’impegno occidentale nell’opera di stabilizzazione della Libia.

Esattamente alla stregua di Churchill che guardava all’Italia come una porta relativamente facile per entrare in Europa, lo Stato Islamico ha un interesse geografico, politico e simbolico a fare rotta verso l’Italia. Dobbiamo fare tutto il possibile per aiutare Roma ad essere pronta.      

*James Stavridis ha guidato l’intervento militare in Libia come sedicesimo comandante in capo della NATO. Oggi è ammiraglio in pensione della Marina degli Stati Uniti e dirige la Fletcher School of Law and Diplomacy presso la Tufts University.

Tratto da The Washington Post

Traduzione di Roberto Santoro