Dini e il Pdl o il rospo e il bue

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Dini e il Pdl o il rospo e il bue

29 Febbraio 2008

Riportiamo qui di seguito i titoli di alcuni giornali nei
mesi  precedenti alla caduta del governo
Prodi. Quelli in cui, un giorno sì e l’altro pure il leader dei
liberaldemocratici, Lamberto Dini, lanciava anatemi mortali contro il governo
da lui stesso sostenuto.

Il Giornale del 20 dicembre 2007: “Dini: Manovra dannosa, se
il governo non avrà i voti non chiamateci traditori
”; Corriere del 13 dicembre
2007: “Dini: Se Prodi seguirà il Prc lo faremo cadere”; Messaggero del 26
novembre 2007: “Dini: si torni al protocollo o diremo no”; Stampa del 25
novembre 2007: “Dini: non lo votiamo anche se le novità saranno minime”; Giorno
del 23 novembre 2007: “Dini: e’ una resa ai comunisti, così diciamo no”; Il
Tempo del 20 novembre 2007: “Dini: aumenta la spesa, così non lo votiamo”;
Secolo XIX del  1 novembre 2007: “Dini:
se aumenta la spesa non voto la finanziaria
”.

Potremmo andare avanti 
per ore, raccogliendo gli annunci di sfracelli che Dini e  la sua
piccola compagnia di deputati e senatori, prospettavano per il governo Prodi. Sfracelli
che sono sempre mancati all’appuntamento, perché – come tutti ricordano – per una
ragione o per l’altra Dini e suoi salvarono il governo con i loro voti.

La questione, che dovrebbe essere relegata negli archivi
sulla irresolutezza del personaggio, assume una certa rilevanza oggi, quando Dini
batte cassa in seggi e prebende alle porte di Berlusconi in nome del suo
specchiato pedigree anti-prodiano.

In realtà il governo Prodi è caduto in seguito alla crisi
aperta dalla vicenda giudiziaria di Clemente Mastella e dei suoi cari, in cui
Dini ha avuto un ruolo molto marginale e di pura rimessa. E’ stato l’ex ministro della Giustizia a
innescare la reazione a catena che ha portato alla fine di quel governo, gli
altri si sono solo accodati quando ormai non potevano fare altro. Anzi, il
partito di Dini non s’è manco accodato in modo limpido, solo il leader infatti votò
no alla fiducia, Giuseppe Scalera si astenne e Natale D’Amico votò sì. E il
voto contrario di Dini non fu determinante.

Senza contare che la coerenza del personaggio fa acqua da
tutte le parti. Basta sfogliare qualche sua recente intervista per scoprirlo.
Era solo novembre quando, con Prodi già azzoppato, Dini spiegava al Secolo XIX:
“Quelle sul mio passaggio alla Cdl sono supposizioni senza fondamento. Noi restiamo nel centro-sinistra e guardiamo
con interesse al Pd, vede noi siamo il centro dell’Unione”. Passa qualche mese,
si arriva a febbraio del 2008 e Dini rivela a Libero: “La mia linea è sempre
stata coerente: non mi sono mai allontanato da Silvio”.

Quanto a pedigree ci  pare un po’ scarso per reclamare con voce
roboante e inutilmente minacciosa il raddoppio dei propri seggi. “Eravamo sei,
possiamo aspirare a una dozzina”, dice Dini 
a tutti in questi giorni.

Il motivo di tanta ambizione? Dini lo ha spiegato a Libero
di oggi: “Noi siamo l’ancora del Pdl verso il centro, ciò che fa del Pdl un
grande soggetto politico di centro-destra”. Disse il rospo al bue….