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Verso Pasqua, venerdì Santo

Don Nicola Bux: la via Crucis paradigma dell’umanità di ogni tempo

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Ho conosciuto il cardinal George Pell al sinodo sull’eucaristia del 2005: eravamo nel gruppo anglofono; durante i lavori e a margine di essi, emergeva il suo pensiero cattolico ben fermo e comunicato con mitezza. Si può supporre che, nella ‘via crucis’ che ha compiuto, dimostrando la sua statura morale, ciò che più gli abbia pesato, sia stato l’abbandono da parte di Roma. La conclusione lieta della sua “passione” giunge in questa settimana a pochi giorni da quella dolorosa del prototipo di ogni passione: Gesù Cristo. Infatti, il racconto della Passione che viene proclamato due volte nel nuovo rito e quattro volte nell’antico – i quattro evangelisti lo riportano in modo accurato – ripropone i comportamenti umani che spesso noi sperimentiamo: gli arresti ingiusti come per Gesù, i tradimenti degli amici come Giuda, gli atti violenti e i rinnegamenti come quelli di Pietro, le false testimonianze come quelle del processo davanti al tribunale religioso ebraico, gli opportunismi e i calcoli come fece Pilato, il voltafaccia dell’opinione pubblica dall’osanna al crucifige, la derisione e lo scherno dei passanti, l’iniqua condanna del giudice.  Così, comprendiamo meglio cosa vuol dire il profeta Isaia: “Il castigo che ci avrebbe portato la salvezza è ricaduto su di lui” (53,5), il cui esito Pietro rimarca: “dalle sue piaghe siete stati guariti” (1 Pt 2,24).

Riflettiamo con san Basilio. Tutta l’opera di Dio, seguita alla creazione e al primo peccato dell’uomo – viene chiamata “Economia della salvezza” –, consiste nel rialzare l’uomo dalle sue cadute per riportarlo al rapporto con Lui, liberandolo dall’alienazione a cui l’aveva indotto la disobbedienza originale. Dopo i preparativi compiuti nei tempi antichi per mezzo delle grandi figure come Abramo, Mosè ed Elia, Dio ha deciso di compiere l’opera definitivamente per mezzo del Figlio unigenito: un’opera di salvezza dal male radicale che è il peccato, ossia la negazione di Dio da parte dell’uomo, la superbia disobbediente. A questa negazione e disobbedienza, ha posto riparo il Figlio con l’affermazione dell’amore divino e l’obbedienza, manifestatisi con l’incarnazione, la vita umile, la sofferenza, la croce e la sepoltura: cose tutte che gli hanno ottenuto una vita più bella e più grande con la risurrezione. Tutto questo per la salvezza dell’uomo, affinché abbia di nuovo, mediante l’imitazione di Cristo, l’adozione a figlio di cui era dotato in origine e che aveva perduta a causa della disobbedienza originale. In questo passaggio dalla ribellione alla figliolanza è tutto il senso grandioso della Pasqua.

Cristo ha accettato il limite alla sua divinità, o, come dice l’apostolo Paolo, ha svuotato se stesso. In questi giorni stiamo sperimentando il nostro limite dinanzi alla onnipotenza divina e quindi un’altra libertà (cfr C.Ruini-G.Quagliariello, Un’altra libertà, Rubbettino, Soveria M. 2020). Chi non volesse credere in Dio ma alla potenza della natura, quasi deificandola, dovrà ammettere che un virus (parola il cui etimo rimanda alla vis, alla forza) ha capacità di mettere in crisi la nostra prepotenza. Invece, chi crede in Cristo, imita la sua dolcezza, umiltà e pazienza, manifestati in vita e soprattutto con la sua stessa morte. San Paolo si è fatto imitatore di Cristo, è divenuto conforme a lui “nella morte, con la speranza di giungere alla risurrezione dai morti” (Fil 3,11).

Ma come possiamo renderci conformi alla morte di Cristo? Innanzitutto facendosi con-seppellire con lui per mezzo del battesimo, che sta a significare l’interruzione del modo di vivere che avevamo prima. Per questo, nel rito, si risponde: rinuncio. Questo avviene specialmente nella notte di Pasqua. Si può arrivare a risorgere, secondo Paolo, ovvero a rinascere, secondo Giovanni, se si seguono le parole del Signore. La rigenerazione infatti è l’inizio di una seconda vita, ma, prima di iniziarla, bisogna por fine alla prima. Osserva san Basilio: “A coloro che sono arrivati alla fine del giro nello stadio, si dà un po’ di sosta e di riposo prima di far iniziare un altro giro. Così anche nel mutamento di vita appare necessario che la morte si interponga tra la prima e la seconda vita, e che questa morte costituisca la fine della condizione precedente e l’inizio di quella futura” (De Spiritu Sancto 15,35; PG 32,128).

Appunto col battesimo, con la rinuncia al modo di vivere mondano, noi moriamo e discendiamo nell’acqua come agli inferi, imitando la sepoltura di Cristo. Perciò il battesimo significa misticamente l’abbandono delle opere carnali (cfr Col 2,11). Il battesimo in certo modo lava l’anima dalla sporcizia che si accumula su di essa a causa delle tendenze della carne, secondo il salmo: “lavami e sarò più bianco della neve” (50,9). La Chiesa ripropone durante tutto l’anno questo itinerario, fissando lo sguardo su Cristo, ai suoi atti e parole, chiamati misteri, perché racchiudono l’essenziale, invisibile agli occhi, in quanto atti e parole di un Dio che è anche Uomo. La Pasqua si svolge come una sinfonia: l’ouverture la Domenica della Passione o delle Palme e il culmine la Domenica di Risurrezione. Ciò si ripropone ogni domenica dell’anno, e così il nostro anno è trasfigurato progressivamente dalla liturgia, e costituisce realmente l’anno di grazia del Signore (CCC 1168).

Così l’Economia della salvezza, di cui abbiamo parlato all’inizio, è all’opera nello svolgersi del tempo, ma a causa della Pasqua di Cristo e della Pentecoste dello Spirito Santo, anticipa e fa pregustare la conclusione della storia, e Dio entra nel nostro tempo. Questi sono gli ultimi tempi: già previsti dalla Rivelazione contenuta nelle Sacre Scritture, in specie nell’Apocalisse, appunto dal greco ‘rivelazione’. I messaggi mistici che, di questi tempi, vengono rilanciati, non aggiungono nulla di nuovo, non possono infatti determinare il tempo in cui le cose accadranno, in quanto il computo di Dio è diverso da quello umano (mille anni sono come un giorno solo). Pertanto stiamo in pace e non in ansia.

La Pasqua è chiamata da sant’Atanasio “la grande domenica” e la Settimana Santa è chiamata dall’Oriente “la grande Settimana”. “Il mistero della risurrezione, nel quale Cristo ha annientato la morte, permea della sua potente energia il nostro vecchio tempo, fino a quando tutto gli sia sottomesso” (CCC 1169).

Tutto questo si concentra ed esprime nell’atto sacrificale del sacramento dei sacramenti, l’eucaristia o santa Messa. Dice san Tommaso: L’essere umano ha bisogno di offrire il sacrificio per tre scopi: ottenere il perdono del peccato, conservare lo stato di grazia e affinché lo spirito dell’uomo possa unirsi a Dio perfettamente (S.Th. q 22, a 2). Nella passione di Cristo, il Padre voleva che Gesù soffrisse dolori, ma non voleva i dolori per se stessi, bensì per la salvezza degli uomini (Ivi, q 18 a5). Questo atto è eterno, supera lo spazio e il tempo: è ripresentazione in quanto l’offerta sacrificale del Figlio si ripresenta a noi, dimentichi, che viviamo nel tempo e si rinnova per salvarci dal non senso della vita, come il filo di Arianna che salva Teseo dal labirinto nel quale si sarebbe perso e sarebbe stato fagocitato dall’essere mostruoso mezzo toro e mezzo uomo, il minotauro. Quante cose mostruose, senza senso, si progettano anche oggi: l’affitto del grembo di una donna per concepire una creatura da rivendere! Da tutto questo ci libera Cristo.

L’atto eucaristico eterno e il perdono elargito da Dio, pur essendo sacramenti, ossia segni efficaci celebrati nel tempo, lo superano, se soltanto noi li desideriamo con tutta la nostra anima: sì, possiamo subito entrare in comunione spirituale con Cristo, se riproviamo il nostro peccato, ossia la contrizione perfetta; possiamo già ricevere il perdono, se crediamo alla sua Grazia, se ci addoloriamo del nostro peccato, se proponiamo di non offendere più il Signore, che è ciò che più conta, col proposito di non ripetere l’atto peccaminoso, di confessarlo appena possibile e di riparare, altrimenti non siamo veramente pentiti. Tanti cristiani perseguitati, o che attraversano calamità impreviste, ancora oggi rimangono privi dell’eucaristia sacramentale, ma, in nessun modo alla Grazia divina è impedito di andare incontro, per vie misteriose, al loro desiderio di essere battezzati, di entrare in comunione, di essere battezzati e riconciliati. Infatti, “Dio ha legato la salvezza al sacramento del battesimo, tuttavia egli non è legato ai sacramenti” (CCC 1257).

Chi si è impossessato delle conclusioni del concilio Vaticano II, o ha propugnato l’aggiornamento liturgico, ha dimenticato tutto questo; così, non pochi vescovi, dopo aver sostenuto in modo ossessivo la partecipazione comunitaria, ora non la ritengono necessaria. Il potere sacramentale, dato alla Chiesa proprio la sera di Pasqua, fa sì che il sacerdote non sia solo quando celebra la Messa, perché egli compie il culto, che vuole dire coltivare il rapporto con Dio, quindi agisce alla Sua presenza, con tutti gli angeli e i santi.

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