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La crisi dell'ambientalismo

Dopo Copenaghen va ripensato il concetto di sostenibilità ambientale

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Ambientalismo o sostenibilità? Democrazia o movimenti? Fra i diversi aspetti dell’insuccesso di Copenhagen, uno dei più evidenti è la sconfitta del modello “militante” dell’ambientalismo vecchia
maniera, che molte fonti hanno definito – per il bene, o forse no – come “una nuova religione”. Perfino le Nazioni Unite hanno parlato, in un documento ufficiale, di “unica narrativa eticamente basata”, da gestire per accrescere il ruolo delle UN stesse e dotarle di poteri crescenti di “command & control”. Questo quadro potrebbe essere sottoscritto, seppure considerata la sconfitta, se non fosse perché rimette al centro della discussione aspetti fondamentali delle nozioni di legittimità e democrazia alle quali l’ordinamento internazionale dovrebbe ispirarsi.

E’ fuori di dubbio che gran parte dello sviluppo della cultura ambientale e dei committments politici che ha prodotto è il frutto di movimenti “di base”: advocacy groups monotematici, movimenti contrari ai diversi aspetti della globalizzazione, strutture collaterali e informali generate da movimenti politici e sindacali, segmenti militantissimi del sistema dell’informazione. Altrettanto sostanzialmente fuor di dubbio è che queste “rappresentanze d’interessi speciali” sono state accreditate – e spesso finanziate – dalle istituzioni sovranazionali, conferendo alle posizioni che hanno espresso un “momento” che ha spesso prevaricato quello espresso dai corpi elettorali di gran parte dei Paesi interessati. Tanto che, al momento delle decisioni, si è riscontrato come gran parte dei rappresentanti politici presenti al summit operassero “in difetto di mandato” e talvolta in conflitto con i propri stessi legislatori. Salvo che non fossero, come pure è stato, rappresentanti di sostanziali autocrazie.

Da Copenhagen, quindi, non esce sconfitta soltanto la possibilità di una strategia vincolante e condivisa sul global warming: esce sconfitta anche una nozione di democrazia. E non sarà per caso che l’unico soggetto a ritenersi ancora impegnato a Kyoto e alle sue conseguenze sia l’UE: il soggetto che più ha fatto per finanziare quegli stessi attori informali dai quali si lasci dettare le strategie, a preferenza che dai Parlamenti espressi dai cittadini degli Stati membri. Questo accade mentre più di una voce ha rimesso in discussione l’effettivo andamento dei cicli climatici, altri hanno riproposto il dubbio della “causa antropica”, pochi hanno sviluppato il tema “protezione e mitigazione” che pure era la novità caratterizzante il 4° rapporto IPCC. L’Olanda, tuttavia, sta rialzando le dighe: dando prova di prudenza e di adeguata considerazione degli interessi dei suoi cittadini. Mentre molti Paesi che vorrebbero a loro volta crescere senza troppi vincoli, discutono su come spartirsi la mancia di 100 Md di dollari generosamente messa sul piatto dal presidente Barak Hussein Obama. Se non bastasse, abbiamo il caso di piccole entità isolane che – temendo il destino di Atlantide - chiedono agli altri di “abbassare l’oceano”.

Oltre il gioco degli interessi speciali, però, si profila l’evidenza che il clima è cambiato, cambia e cambierà in modi e misure indipendenti dalla capacità dell’homo sapiens di esserne protagonista nel bene e nel male: che, ancora una volta, sarà la civiltà a doversi adattare. Dunque, superata la fase dell’antimodernismo ambientalista, sembra che dobbiamo stabilire una distinzione netta: il punto non è il ritorno o la preservazione romanticheggiante di una “Età dell’oro” che non c’è mai stata. Il punto, oggi come non mai, è pensare alla sostenibilità. Pensare cioè alla strategia di sviluppo che dobbiamo intraprendere, e a come essa si debba dispiegare su molti più fronti di quelli considerati finora. E a come per gestirla sia necessario ripensare tutti quei modelli di relazione e quelli istituzioni che, finora, hanno cavalcato il problema, l'hanno amplificato e lo hanno sottratto al giudizio dei cittadini. Contribuendo, come si è visto, anche alla mistificazione dei cittadini stessi attraverso la messa in circolazione di informazioni incomplete e strumentali. Aprire al discussione sul tema della sostenibilità intesa in tutte le sue implicazioni, significa aprire su un tema adulto: significa non temere lo spoglio di tutte le diramazioni che già si intravedono. Non solo nella ipertrofia delle attese del prima, ma soprattutto negli ammaestramenti del dopo: attese suscitate poco responsabilmente sono la premessa per la frustrazione di decisioni impossibili o insoddisfacenti. Società, sistema dell’informazione e istituzioni – ma che coincidenza! – sono costrette a registrare anche sul clima “atmosferico” patologie e derive ben note. Ecco, si potrebbe partire da qui. E dare la parola agli ingegneri…

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