E’ ora che la borghesia milanese ricominci ad avere il “suo” ruolo

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E’ ora che la borghesia milanese ricominci ad avere il “suo” ruolo

02 Marzo 2009

La borghesia milanese nella sua parte industriale, ha sempre avuto molteplici volti come è tipico di una città assai repubblicana, che rifiuta gli eccessi di uniformità. Riformista e fattiva in grande misura nelle prime fasi dell’Unità d’Italia, impegnata anche direttamente nella “gestione” della città (costruendo università e istituzioni culturali, regalando sindaci e assessori efficienti), la borghesia milanese non manca, almeno in una sua vasta frazione, poi di dare un suo appoggio al fascismo nascente e di mantenere una collaborazione intensa col regime.

Nella Resistenza si registrano, però, esponenti del mondo industriale (al di là dei commenti dei cinici che dicevano come le famiglie industriali inviassero uno dei loro pargoli con le camice nere e uno con i partigiani). Né nella fase della ricostruzione sono assenti industriali anche di fama che si impegnano nel consiglio comunale.

Poi Milano e la sua Assolombarda diventano il punto di riferimento di alcune delle posizioni più chiuse, non solo contro la nazionalizzazione dell’energia elettrica – posizione forse meno sbagliata di quel che si pensava anche se l’oligopolio delle società elettriche dell’epoca strozzava l’economia italiana – ma anche, per esempio, contro il Mercato comune, su posizioni arcaicamente protezioniste.

Naturalmente Milano, appunto città repubblicana, aveva anche industriali di grandissimo peso di segno completamente diverso come Leopoldo Pirelli che svolse un importante ruolo riformatore anche in Confidustria. Una certa mancanza di equilibrio della borghesia milanese, unito a un processo di incombente deindustrializzazione di cui forse non si aveva tutta la necessaria consapevolezza, però la sbalestrarono determinando tra l’altro lo squilibrio definitivo del Corriere della Sera come suo giornale di riferimento. Perdita solo attenuata dalla nascita del Giornale di Indro Montanelli.

Nonostante la leadership di un milanese come Bettino Craxi la borghesia cittadina non assunse alcun fondamentale ruolo nazionale nei dinamici anni Ottanta. Anzi per qualche verso fu colonizzata dai torinesi della Fiat, Con il semi colpo di stato del 1992, si accucciò, molto intimidata dallo stato di cose prevalenti, producendo leader come Benito Benedini presidente di Assolombarda e Aldo Fumagalli, presidente dei “giovani” e candidato del centrosinistra per il comune di Milano. Una generazione in sintonia con i pasticci di Luigi Abete in Confindustria, con una certo logica concertativa subalterna alla Cgil e alla sinistra.

A cambiare le cose furono “i piccoli” con Gabriele Albertini prima presidente di Federmeccanica, poi sindaco di Milano, e Michele Perini presidente di Assolombarda. Dopo un’altra fase di pasticci filoprodiani nella Confindustria nazionale con Luca Cordero di Montezemolo, quando a Milano pesava in un ruolo non dominante ma significativo Marco Tronchetti Provera (che si pentirà molto del suo prodismo iniziale), è emersa la generazione del cosiddetto quarto capitalismo.

Leader di imprese di grande sviluppo e successo, come la Bracco e la Mapei, da Diana Bracco a Giorgio Squinzi, presidente dei Federchimica. Meno estroversi dei piccoli, ma lontani dai giochi di potere legati alla Fiat conservatrice, i quartocapitalisti oggi sono centrali nel sistema confindustriale milanese e nazionale. Animati da un forte spirito riformista, convergente con la Confidustria marcegagliana, non sempre riescono a esercitare quel ruolo più generale di cui ci sarebbe bisogno (oltre che sui temi nazionali anche su quelli territoriali ma decisivi come l’Expo o la Malpensa). Dovrebbero riflettere bene sulla lezione dei loro predecessori e cercare di essere più classe dirigente cittadina e nazionale, aiutando anche Letizia Moratti, esponente di una famiglia di peso del capitalismo lombardo, a disincagliarsi dagli errori compiuti innanzi tutto nella costruzione di una classe dirigente locale. Molto del futuro italiano sarà determinato dalla borghesia milanese e dalla sua capacità a o meno di avere una visione generale, propositiva e nazionale.