E’ sulla lotta alla disoccupazione che il Governo deve concentrare le energie

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E’ sulla lotta alla disoccupazione che il Governo deve concentrare le energie

17 Settembre 2009

L’edizione 2009 dell’Employment Outlook, il rapporto annuale dell’Ocse sul mercato del lavoro delle maggiori economie del mondo, disegna uno scenario cupo per l’Italia.

Sebbene l’impatto della crisi sia stato finora limitato rispetto ad altri paesi Ocse (la disoccupazione italiana è arrivata al 7,4 per cento, 0,8 punti in più rispetto ad un anno prima), secondo gli economisti dell’organizzazione internazionale gli indicatori lasciano presagire una ripresa economica molto lenta per l’Italia, fattore che potrebbe comportare l’aumento della disoccupazione nei mesi a venire.

Per il 2010, l’Ocse paventa il rischio di un tasso di disoccupazione a due cifre, circostanza non sperimentava da diversi anni. Il peso maggiore della crisi cade, e continuerà a cadere, sulle spalle dei più giovani e dei lavoratori con contratti temporanei ed atipici.

Non sono previsioni inaspettate, se si conoscono – e, con onestà intellettuale, si riconoscono – le debolezze del sistema economico nostrano. Prima della crisi, l’Italia ha sperimentato la crescita zero, conseguenza di una scarsa dinamicità e competitività, di una pressione fiscale asfissiante, di una base occupazionale ridotta, di un ridotto investimento in capitale umano, della mancanza di riforme strutturali capaci di riequilibrare la spesa sociale, riducendo il peso delle pensioni in favore degli ammortizzatori del mercato del lavoro e delle risorse da destinare al contrasto della povertà.

La fine della crisi non potrà che riportare il paese nelle condizioni di partenza, con una ripresa che si preannuncia faticosa e lenta. Quanti avevano sollecitato il Governo (e continuano a farlo) affinché “investisse nella crisi”, scegliendo la fase recessiva per dar corso a robuste riforme, avevano in mente proprio la necessità di consentire all’economia italiana di ritrovare l’abbrivio necessario a risalire più rapidamente la china.

Va sicuramente dato atto al Governo Berlusconi di aver posto in essere le condizioni affinché il tasso di disoccupazione non esplodesse, come pure è accaduto in altri paesi. Va anche detto che nel raggiungimento di questo obiettivo l’esecutivo è stato in qualche modo favorito dalla peculiarità del mercato del lavoro stesso, rigido e quindi lento negli aggiustamenti. Ma il conto salato, per l’Italia, rischia di arrivare proprio quando il resto d’Europa e gli Stati Uniti iniziano ad assaporare il gusto della ripresa.

Il ministro del Welfare ha parlato di “pessimismo” dei dati Ocse (“le previsioni Ocse sulla disoccupazione disegnano l’ipotesi peggiore tra quelle possibili ma non la più probabile”, ha commentato) e di capacità storica dell’Italia di “smentire” le previsioni internazionali, che Sacconi considera già vecchie. Il problema principale del mercato del lavoro italiano però è l’asimmetria degli strumenti di protezione sociale, a fronte di una flessibilità sacrosanta ma “scaricata” solo sui lavoratori di serie B, i giovani ed i precari.

L’Ocse ha riconosciuto al Governo di aver concentrato la propria azione sul sostegno alla domanda di lavoro, attraverso la messa a disposizione di fondi addizionali per la cassa integrazione guadagni e l’estensione dell’indennità di disoccupazione. Tuttavia, “l’introduzione di un dispositivo generale non è stata considerata fino ad ora”, come sottolineato dagli economisti dell’Ocse. La conseguenza è che un grande segmento di popolazione resta di fatto sprovvisto di una protezione adeguata a superare la crisi. E nei prossimi mesi questo potrebbe rappresentare la principale questione sociale del paese.

La maggioranza di centro destra, in virtù della sua compattezza sulla politica economica e del consenso di cui gode presso l’elettorato, è chiamata oggi ad una prova di coraggio. Più che vincere quotidianamente la sfida del consenso, è bene provare a vincere quella del governo. I dati dell’Ocse possono essere pessimisti o già vecchi, ma difficilmente si può negare il rischio che essi evidenziano: se la ripresa non si rafforza rapidamente, la disoccupazione rischia non solo di aumentare ma anche di divenire più persistente, con un maggior numero di persone alla ricerca del lavoro per periodi lunghi. E queste persone, rebus sic stantibus, non avranno molte tutele.