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Le prospettive dell'economia globale

Ecco la “formula della stabilità” che ha salvato il mondo dalla crisi del 2009

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Un anno fa il mondo sembrava sul punto di sfaldarsi. Il sistema finanziario globale, che aveva agito da propulsore per l’espansione del capitalismo e del commercio in tutto il mondo, stava collassando. Tutte le certezze sull’era della globalizzazione e sulle virtù del libero mercato, del commercio e della tecnologia venivano rimesse in discussione. La fede nel modello americano era crollata. L’industria finanziaria era collassata. Mercati che prima della crisi erano emergenti e dinamici quali Cina, India e Brasile stavano affondando. Il commercio internazionale era sceso a livelli mai visti dagli anni Trenta in poi. 

Le cassandre prospettavano una crisi lenta e dolorosa, con fallimenti a catena, settore dopo settore, Paese dopo Paese. In un saggio molto citato apparso lo scorso maggio su The Atlantic, Simon Johnson, già capo  economista del Fondo Monetario Internazionale, scriveva: “La saggezza convenzionale diffusa tra le élite vede l’attuale recessione come 'un momento non troppo dirompente se paragonato alla Grande Depressione'. Questa visione è sbagliata. In realtà,  ciò a cui ci troviamo di fronte adesso potrebbe risultare ben peggiore della Grande Depressione”. Altri prevedevano ondate di instabilità politica e violenza nei Paesi più colpiti dagli shock economici. In febbraio, durante l’audizione per la conferma alla sua nomina, il nuovo direttore dei servizi segreti nazionali americani, l’Ammiraglio Dennis Blair, avvertitiva il Senato sul fatto che “la crisi finanziaria e la recessione globale potrebbero causare un’ondata di crisi economiche all’interno delle economie emergenti nell’arco del prossimo anno”. Hillary Clinton ha sostenuto questa visione pessimista. E non è stata certo l’unica. La rivista Foreign Policy ha dedicato una copertina ai rischi di di rivolte nei diversi mercati emergenti. Su di un punto tutti sembravano d’accordo: niente potrà tornare come prima. Non la finanza, non il capitalismo, non la globalizzazione.

Un anno dopo, quanto è davvero cambiato il mondo? Wall Street ospita meno banche d’investimento (tre, se prendete in considerazione Merrill Lynch). Alcune banche regionali sono fallite. Ci sono state delle agitazioni in Moldova e in Iran (completamente estranea alla crisi). Certo, permangono dei problemi molto seri, come l’alta disoccupazione in Occidente, e dobbiamo fronteggiare nuove incognite provocate dalle misure anti-crisi: crescita del debito pubblico e paura dell’ inflazione. Tuttavia, nell’insieme le cose non sembrano rassomigliare neanche lontanamente agli anni ’30. Le previsioni sul collasso economico-finanziario non si sono per nulla materializzate. Un indicatore chiave del grado di paura e fragilità dei mercati è la capacità dei Paesi poveri ed instabili di chiedere denaro in prestito nel mercato del debito. Ora, consideriamo la seguente situazione: le obbligazioni emesse da un Pakistan barcollante hanno reso il 168 percento nel corso del 2009. Tutto ciò non evidenzia ancora una ripresa, ma riflette un ritorno ad un qualche livello di normalità. E questo rimbalzo è stato così repentino da colpire persino gli osservatori più scettici. “La domanda che mi risuona in testa è ‘Tutto qui?’ - si è chiesto Charles Kaye, co-presidente di Warbung Pincus - Abbiamo avuto  questa crisi enorme, e adesso siamo ritornati al business as usual?”.

Il cambio di rotta non è avvenuto perché i mercati sono riusciti ad auto-stabilizzarsi. Piuttosto, i governi, avendo imparato la lezione della Grande Depressione, erano determinati a non ripetere gli stessi errori nel momento in cui questa crisi ha colpito. Allargando in maniera poderosa le maglie del supporto statale a favore dell’economia – attraverso le Banche centrali ed i Ministeri del Tesoro – i governi hanno contenuto i danni peggiori (se hanno commesso nuovi errori è tutto da vedere). Inoltre, le grandi reti di protezione  sociale istituite in tutto il mondo industrializzato hanno contribuito ad attutire il disagio diffuso. Certo, la situazione è ancora critica, ma non possiamo nemmeno paragonarla a quella vissuta negli anni Trenta, quando i governi giocarono un ruolo minimo nelle dinamiche delle economie nazionali. È vero che i robusti interventi statali del 2008 potrebbero alimentare nuove bolle speculative: denaro a buon mercato e garanzie governative offerte a banche, imprese e consumatori hanno alimentato una certa esuberanza irrazionale nei mercati finanziari. Tuttavia, questa esuberanza dimostra anche il ritorno della fiducia, la quale è una potente forza economica. John Maynard Keynes, in merito alla crescita economica, credeva che l’azione governativa potesse offrire una stabilità solo temporanea, fintanto che il vero motore dell’economia non cominciasse a rimettersi nuovamente in moto – gli spiriti animali di investitori, consumatori, ed imprese alla ricerca di rischio e profitto.

Oltre a tutto ciò, credo vi sia una ragione fondamentale sul perché l’anno scorso non abbiamo assistito ad un collasso globale. Si tratta della stessa ragione che ci ha permesso di superare il crack finanziario del 1987, la recessione del 1992, la crisi asiatica del 1997, il default russo del 1998 e lo scoppio della bolla relativa alla new economy nel 2000. L’attuale sistema economico internazionale è di gran lunga molto più resistente di quanto pensiamo. Il mondo oggi è caratterizzato da tre grandi forze propulsive della stabilità, aventi una natura storica ed in grado di rafforzarsi vicendevolmente. La prima è la diffusione della pace tra le grandi potenze. Dalla fine della Guerra fredda, le maggiori potenze del pianeta non si sono sfidate l’un l’altra in termini geomilitari. Vi sono state tensioni politiche, ma il mondo oggi, se misurato secondo standard storici, è incredibilmente libero da attriti tra le nazioni più potenti. Questa carenza di conflitti è cosa estremamente rara nel corso della Storia. C’è bisogno di tornare indietro nel tempo di almeno 175 anni, se non 400, per incontrare un’epoca come quella che stiamo vivendo oggigiorno. Il numero di persone morte a causa di guerre, conflitti civili e terrorismo negli ultimi 30 anni è sceso drasticamente (malgrado ciò che si possa pensare sulla base di paure enfatizzate che riguardano il terrorismo). Tre decenni orsono, l’Unione Sovietica stava ancora sponsorizzando milizie, governi e  guerriglie in dozzine di Stati in giro per il mondo. Gli Stati Uniti, dal canto loro, sostenevano lo schieramento opposto in ognuno di questi Paesi.  Le guerre per procura hanno provocato instabilità e devastanti carneficine: teniamo a mente che durante gli anni Settanta, nella sola Indocina le vittime furono 3 milioni. Oggi non accade nulla di tutto questo.

L’accademico di Harvard Joseph Nye ha scritto che la pace è come l’ossigeno: quando non ce l’hai, pensi solo a quello, ma quando ne se provvisto non apprezzi la fortuna data dal respirarlo. La pace permette la possibilità di un avere una vita economica ed un commercio stabili; la pace scaturita dalla fine della Guerra fredda ha provocato un effetto ben maggiore poiché è stata accompagnata dal discredito del socialismo. Il mondo era rimasto con una sola superpotenza, ma anche con un singolo modello economico attuabile – il capitalismo – sebbene declinato nelle sue molteplici forme, dalla Svezia ad Hong Kong. Questo consenso ha permesso l’espansione dell’economia globale; ha creato per la prima volta un unico sistema economico, al quale partecipa la quasi totalità degli Stati. Ciò significa che ogni nazione è protagonista nello stesso sistema. Oggi, mentre i Paesi dell’Europa dell’Est si scontrano con la crisi economica, nessuno suggerisce che abbandonino il libero mercato e ritornino al comunismo. In realtà, in giro per il mondo si assiste all’effetto opposto: anche nel bel mezzo della crisi si sono registrati sparuti appelli elettorali di successo auspicanti una svolta socialista o un rigetto dell’attuale sistema economico. Al contrario, i partiti di centro-destra hanno veleggiato nel consenso alle recenti elezioni in tutto l’Occidente.

Il secondo propulsore della stabilità è la vittoria – dopo una lotta durata decenni – sul cancro dell’inflazione. Trentacinque anni fa, la maggior parte del pianeta subiva la piaga dell’inflazione, con profonde conseguenze politiche e sociali. Un alto livello di inflazione può essere molto più dannoso di una recessione, poiché mentre la recessione ti priva di un lavoro e di un salario migliore di quelli che avresti potuto ottenere in futuro, l’inflazione ti spoglia di quello che hai adesso, erodendo i tuoi risparmi. Negli anni Settanta, l’iperinflazione ha portato alla distruzione della classe media di molti Paesi, la causa sottostante a molti dei drammi politici vissuti nell’America Latina ferita dai colpi di Stato;  alla sospensione della democrazia in India; alla deposizione dello Scià in Iran. Poi, nel 1979 il vento inizia a mutare allorché Paul Volcker diventa Governatore della FED e dichiara guerra all’inflazione. Nell’arco di due decenni, le Banche centrali sono riuscite a domare la bestia. Allo stato attuale, solo uno Stato soffre di iperinflazione: lo Zimbabwe. Un basso tasso inflattivo permette alla popolazione, alle imprese, ai governi di pianificare il futuro, una precondizione fondamentale per la stabilità. La stabilità politica e quella economica si sono rafforzate l’un l’altra.

La terza forza alla base della solidità del sistema internazionale è l’integrazione tecnologica. La globalizzazione è sempre esistita nel mondo moderno, nondimeno fino a non molto tempo fa i suoi confini erano limitati al commercio:  le nazioni producevano beni e li vendevano oltre confine. Oggi, la rivoluzione  informatica ha forgiato un sistema globale di gran lunga più integrato. Un manager in Arkansas può lavorare con dei fornitori a Pechino in tempo reale. La produzione di quasi ogni prodotto manifatturiero complesso coinvolge risorse provenienti da una dozzina di Paesi, convogliate in una precisa catena di montaggio globale. E le conseguenze dell’integrazione tecnologica vanno ben oltre la sfera economica. Le donne dei villaggi indiani, mediante la televisione via satellite, hanno appreso dell’indipendenza delle donne in Paesi più all’avanguardia. Cittadini iraniani hanno usato internet e telefoni cellulari per connettersi con chi li sostiene al di fuori dei confini nazionali.

Oggi, la globalizzazione è principalmente la diffusione della conoscenza a livello planetario. Questa diffusione potrebbe essere in realtà il cardine della stabilità nell’attuale sistema. La maggior parte dei Paesi ha imparato alcune lezioni basilari circa il benessere politico e la creazione della ricchezza. Si sono serviti delle opportunità offerte dalla pace, dalla bassa inflazione e dalla tecnologia per connettersi al sistema internazionale. E ne hanno visto gli incontestati risultati. Malgrado il caos generato l’anno scorso, è importante ricordare che più persone hanno abbandonato la povertà nell’arco degli ultimi due decenni di quanto fosse avvenuto nei precedenti dieci. Gli individui razionali in giro per il mondo sono determinati a non perdere questo bottino, cedendo a qualche chimera ideologica o ricercando effimere utopie. Sono inoltre cauti riguardo ai richiami dell’ultranazionalismo e della guerra; li hanno vissuti entrambi, e ne conoscono il prezzo. In realtà, la vicenda più rimarchevole degli ultimi anni è stata la maniera in cui la Cina, l’India, il Brasile e altri mercati emergenti hanno gestito le loro economie: prudentemente, domando la crescita attraverso alti tassi di interesse e la restrizione del credito durante la bolla – ciò che i manuali di economia (ed il buon senso) consiglierebbero di fare. Sono stati i Paesi industrializzati, i quali da sempre pretendono di insegnare la buona politica ed il buon governo, a gestire malamente le loro economie, alimentando bolle su bolle, mostrandosi indisciplinati durante il boom, soffrendo ora più degli altri per la crisi. I dati riflettono questa nuova realtà. Entro il 2014 il debito dei Paesi ricchi membri del G20 conterà per il 120 percento del PIL, tre volte il livello del debito delle grandi economie emergenti.

Tra le tante verità divenute palesi  l’anno scorso, questa è forse quella più importante. L’Occidente è stato veloce nel predire l’impossibilità per i Paesi in via di sviluppo di resistere all’onda d’urto di una recessione dall’impatto globale. Le economie emergenti più forti, invece,  sono effettivamente emerse. Sono divenute più grandi, mature e sufficientemente interconnesse da garantire loro una parziale dipendenza dall’Occidente. La domanda interna indiana ha ormai raggiunto livelli rilevanti, mentre il Governo cinese ha accumulato enormi risorse. Il commercio bilaterale tra le due nazioni è in piena espansione. La Cina ha superato gli Stati Uniti in qualità di primo partner commerciale dell’India: questo riassetto del potere economico può rivelarsi l’eredità più duratura della crisi del 2008. Il modo nel quale i Paesi industrializzati si confronteranno con questa realtà, come gestiranno i loro problemi economici in un sistema che vede diversi centri economici in competizione; sarà questa la loro sfida principale del prossimo decennio. Se non riusciranno a vincerla, allora il mondo potrebbe smarrire la formula della stabilità.

Tratto da Newsweek

Traduzione di Emanuele Schibotto

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1 COMMENT

  1. Après moi le déluge
    Hanno pagato (in parte) i debiti contratti facendo altri, ancor più pesanti, debiti. Che non pagheranno comunque. La crisi è solo rincviata, anche se ulteriormente aggrvata.
    Anche de Calonne “salvò” per un po’ dalla crisi, ma non riuscì ad evitare che arrivasse, alla fine, le déluge.

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