Ecco perché vanno corrette le regole dell’iter legislativo
07 Gennaio 2015
di Redazione
Il cammino della riforma del bicameralismo e del Titolo V ha già superato scogli rilevanti. L’approvazione in prima lettura da parte del Senato ha messo fine al paradosso, ritenuto invalicabile, del riformatore che deve riformare se stesso. Sta ora alla Camera dei deputati completare il disegno, compiendo dei passi avanti (come ha già fatto su diversi aspetti) ma soprattutto evitando di ingarbugliare irrimediabilmente un nodo di fondo che esiste e che deve invece essere sciolto: quello dell’iter di formazione delle leggi.
I vari passaggi della riforma stanno infatti rendendo troppo complesso e farraginoso il procedimento legislativo, cuore della capacità decisionale di una democrazia. Prevedere iter differenziati (leggi paritarie, ordinarie, a procedura aggravata, procedimenti ad hoc per il bilancio…) in base al criterio della suddivisione per materia sarebbe una scelta gravida di conseguenze nefaste. Non solo perché l’adozione di un parametro così aleatorio e incerto potrebbe generare un vasto contenzioso costituzionale in ordine al tipo di procedimento di volta in volta adottato, facendo così rientrare dalla finestra le patologie che con la riforma del Titolo V stiamo faticosamente cercando di cacciare dalla porta. Ma anche e soprattutto perché il criterio delle materie rischia di estendere a gran parte delle leggi il ricorso alla cosiddetta procedura aggravata – che impone alla Camera politica l’approvazione a maggioranza assoluta qualora non intenda conformarsi alle modifiche introdotte dal Senato delle autonomie – mettendo così a forte rischio la stessa governabilità.
Basterebbe infatti da parte del Senato anche solo una modifica di natura strumentale, magari appositamente formulata su una materia non compresa nel testo della Camera, per far scattare la procedura aggravata e rendere la maggioranza ostaggio del potere di interdizione di una esigua minoranza interna (anche di soli 25 deputati, la differenza tra i seggi attribuiti con il premio previsto dall’Italicum, cioè 340, e la maggioranza assoluta dei componenti) in grado di pregiudicare il raggiungimento del quorum.
Il rischio non è affatto scongiurato dalla nuova previsione che richiede al Senato maggioranze qualificate per poter introdurre modifiche ai testi di legge. Sarebbe infatti un errore fatale immaginare il nuovo iter di formazione delle leggi calandolo nelle dinamiche dell’attuale bicameralismo perfetto, governato principalmente da logiche di schieramento politico. Il nuovo Senato non sarà più una camera politica elettiva, ma un’assemblea nella quale delegati delle regioni rappresenteranno nel procedimento legislativo gli interessi dei territori. In un quadro del genere, e ancor più in una situazione di contrazione delle risorse, il “corporativismo regionalistico” potrebbe rivelarsi un collante ben più forte dell’appartenenza politica, in grado di coagulare maggioranze ampie e trasversali. Con l’ulteriore conseguenza di far lievitare la spesa pubblica.
Né convince la disposizione, anch’essa introdotta dalla Commissione Affari Costituzionali di Montecitorio, che assegna a un’intesa fra i presidenti delle due Camere la predeterminazione del procedimento da adottare per ciascuna legge. Consentendo l’intromissione del presidente del (nuovo) Senato nelle prerogative dei deputati e dello stesso governo, si mostra ancora una volta di non tenere in debita considerazione la natura e il funzionamento del bicameralismo che stiamo costruendo. E, per inciso, si apre la strada a un ulteriore contenzioso costituzionale, con conseguente paralisi dell’attività legislativa, in caso di mancata intesa fra i presidenti delle due assemblee.
Insomma, le regole del procedimento legislativo vanno corrette se non vogliamo trasformare in un pasticcio una riforma potenzialmente storica. Le soluzioni possibili sono diverse e a portata di mano, purché si tolga di mezzo l’inevitabile incertezza che deriverebbe dalla previsione di elenchi di materie in base ai quali adottare iter legislativi diversi. Al riguardo il gruppo di “Area Popolare – Ncd – Udc” ha presentato diversi emendamenti, uno dei quali in particolare, per l’applicazione della procedura aggravata, sostituisce l’elenco delle materie con un elenco di leggi ben individuate e circoscritte. La pessima riforma del Titolo V del 2001 dovrebbe averci insegnato qualcosa. Per superarla, se tutto va secondo programma ci avremo messo quindici anni. Non vorremmo fra altri quindici anni doverci pentire di averla corretta con una soluzione che non garantisce alle istituzioni italiane quella modernità della quale il Paese non può fare a meno.
(Tratto da Sole 24 Ore)
