Egitto. Sono oltre 150 le vittime delle proteste, spari in piazza Tahrir

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Egitto. Sono oltre 150 le vittime delle proteste, spari in piazza Tahrir

30 Gennaio 2011

È drammaticamente salito a 150 persone uccise il bilancio dei morti delle proteste in Egitto, rende noto l’emittente televisiva in lingua araba al Jazeera. In mattinata sono stati ritrovati i cadaveri di 14 persone in una moschea che si trova nei pressi di un carcere del Cairo. Secondo la tv al-Arabiya potrebbe trattarsi di detenuti uccisi dopo un tentativo di evasione. Una fonte della sicurezza aveva infatti reso noto questa mattina che decine di cadaveri erano stati rinvenuti nelle strade adiacenti al carcere di Abu Zabul, nella periferia orientale del Cairo. Nella giornata di ieri alcuni detenuti di quel centro di detenzione sostenevano che agenti della polizia avrebbero aperto il fuoco all’interno del carcere contro i detenuti per sedare una rivolta.

I 14 cadaveri sono stati portati un una moschea nei pressi della prigione di Abu Zaabal, 40 km a nordest del Cairo, dove stanotte c’è stata una rivolta di detenuti. Lo ha constato un giornalista della France Presse sul posto. "Tutti i detenuti della prigione di Abu Zaabal sono evasi dopo la rivolta", hanno detto gli abitanti del quartiere, dove spari sono stati sentiti all’inizio del pomeriggio. Un membro dei comitati popolari organizzati per proteggere i quartieri ha indicato che fra i 14 morti nella mosche ci sono due poliziotti. Gli altri sono detenuti. Secondo un abitante "ci sono molti altri cadaveri".

In piazza Tahrir, al Cairo, intanto il numero dei manifestanti che sta protestando stamane contro il regime nel centro del Cairo continua ad aumentare. Secondo la tv satellitare al-Arabiya sarebbero più di 10 mila i manifestanti che scandiscono slogan contro il presidente Hosni Mubark e il suo vice, Omar Suleiman.

Il governo ha risposto con un convoglio composto da 16 carri armati dell’esercito egiziano che si è diretto verso piazza Tahrir al Cairo. Secondo la tv, il ministro della Difesa, Hussein Tantawi, è stato visto questa mattina passare in rassegna i soldati di guardia in piazza Tahrir mentre sempre oggi il presidente Mubarak ha fatto visita alla sede dell’esercito in compagnia del suo vice, Omar Suleiman. Altre fonti assicurano che le forze armate egiziane sono entrate a Sharm el Sheik. L’esercito egiziano si è dispiegato a Sharm el Sheikh in virtù dell’autorizzazione israeliana ottenuta due giorni fa quando si è dispiegato a El Arish, nel nord del Sinai. L’autorizzazione era necessaria perché in base all’accordo di pace concluso tra Egitto e Israele nel 1979, la penisola del Sinai è una zona demilitarizzata.

Secondo le ultime notizie, poi, caccia militari stanno sorvolando il Cairo a bassa quota, passando sulla grande piazza Tahrir, e l’esercito avrebbe aperto il fuoco esplodendo colpi di avvertimento in aria.

Il segretario di Stato Usa Hillary Clinton ha detto oggi che gli Stati Uniti desiderano vedere "libere e giuste elezioni in Egitto". "Il messaggio dell’America è che vogliamo vedere elezioni libere e giuste – ha detto la Clinton – ci aspettiamo che questo sarà uno dei risultati di ciò che sta accadendo in questo momento nel paese". 

Ufficialmente non è neanche all’ordine del giorno, ma è evidente che sarà la crisi in Egitto il tema centrale della riunione dei ministri degli Esteri dei 27, che per domani avevano già un’agenda fittissima di argomenti da discutere: Bielorussia, Tunisia, Sudan, Iran, Costa d’Avorio, libertà religiosa, Libano. Già stasera, in realtà, alcuni dei capi delle diplomazie dell’Unione Europea, quelli membri del Ppe, avranno a Bruxelles una "riunione informale di lavoro" presieduta dal titolare della Farnesina Franco Frattini, che ha rinnovato l’appello alla "moderazione a tutte le parti in Egitto".

In linea con quanto invocato ieri dal presidente del Consiglio europeo, Herman Van Rompuy, e dai leader di Francia, Germania e Gran Bretagna in una nota congiunta, Frattini ha espresso "il vivo auspicio che il presidente Hosny Mubarak ed il nuovo governo egiziano realizzino con la massima rapidità ed efficacia le riforme promesse in campo politico, economico e sociale, volte a soddisfare le legittime aspirazioni del popolo egiziano". Nella riunione con i colleghi dei 27 – a margine della quale ha in programma un incontro con il presidente della Commissione europea Jose Manuel Durao Barroso, con il ministro degli Esteri francese Michelle Alliot-Marie e con il ministro degli Esteri polacco, Radoslaw Sikorsky – Frattini potrebbe riproporre la richiesta fatta tre giorni fa in Parlamento di dare vita "ad una delegazione di alto livello europea" da inviare nei diversi Paesi del Nordafrica travolti della proteste popolari.

Intanto, i capi delle diplomazie dei 27 ascolteranno da Hugues Mingarelli, direttore per il Medio Oriente del nuovo servizio diplomatico europeo, l’esito della missione condotta nei giorni scorsi in Tunisia, per conto dell’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune europea, Catherine Ashton. Già concordato, comunque, il congelamento dei beni del presidente deposto tunisino Ben Ali e della sua famiglia, mentre ci si aspetta che l’Ue rinnoverà la sua promessa di sostegno alla preparazione di elezioni ed alla ripresa dei negoziati con Tunisi per arrivare al cosiddetto ‘status avanzatò. Di tutto questo, la Ashton parlerà direttamente con il nuovo ministro degli Esteri tunisino Ahmed Ouneies, atteso martedì a Bruxelles.

Sulla Tunisia come sull’Egitto, in un’intervista a «Il Giornale» Frattini ha ribadito la sua idea per cui "il filo conduttore delle decisioni è quello di mettere in chiaro come si debba passare dalla protesta alla proposta, garantendo sostegno a quei governi che intendono rispettare i diritti civili e il pluralismo… non si tratta di chiudere i rubinetti, ma di creare restrizioni per chi diviene responsabile di violenze".

Altro argomento centrale dell’incontro dei ministri degli Esteri dell’Ue sarà la situazione in Bielorussia, con la decisione dei 27 di reintrodurre ed estendere il bando alla concessione di visti contro il presidente Aleksander Lukashenko ed altre 157 personalità della leadership di Minsk, in seguito alla violenta repressione delle manifestazioni dell’opposizione in seguito al voto presidenziale del 19 dicembre scorso, il cui esito è stato duramente contestato. Su questo, la posizione dell’Italia come di altri Paesi è di "far valere le misure di pressione", spiegano allal Farnesina, "mantenendo il dialogo critico per incentivare" Minsk a proseguire il suo cammino di avvicinamento all’Europa.

Alla vigilia della riunione dei capi delle diplomazie, intanto, l’European policy centre (Epc) traccia un parallelo tra la situazione in Bielorussia e la Tunisia e denuncia l’atteggiamento dell’Ue. Secondo Rosa Balfour, analista politica del think tank di Bruxelles, i due Paesi hanno "in comune due cose: il deficit di democrazia" all’origine dei movimenti popolari e "l’incapacità dell’Unione Europea di pubblicare altro che dichiarazioni vuote ed a prendere l’iniziativa per sostenere i cambiamenti democratici". Sarebbe invece "meglio che l’Ue tenesse conto" della situazione dei diritti umani nelle sue politiche, per esempio in materia di aiuti, e che i Paesi discutessero "più apertamente" tra di loro degli effetti delle loro politiche.

A proposito di diritti, tra i tanti temi in discussione domani c’è quello della libertà religiosa sollevato dall’Italia dopo gli attacchi delle settimane scorse contro i cristiani in Egitto, Nigeria e Iraq, con la proposta di un piano d’azione per la tutela delle minoranze religiose. "Si tratta di un tema fortemente sentito e condiviso, sul quale si dovrà trovare un linguaggio che rifletta sensibilità condivise", spiegano fonti diplomatiche. A conferma di quanto sia sensibile la questione, Mario Mauro ed Elmar Brok, i due europarlamentari del Ppe che hanno promosso nell’Aula di Strasburgo una risoluzione sugli attacchi contro le comunità cristiane, si sono detti "stupefatti che nella bozza di conclusioni del Consiglio affari esteri sull’intolleranza, la discriminazione e la violenza su basi religiose non siano citati esplicitamente i cristiani".

Il Premier israeliano, Benjamin Netanyahu, difende la pace con l’Egitto e spiega ai suoi ministri che "il nostro obiettivo è quello di assicurarci che queste relazioni continueranno a esistere". "Seguiamo con attenzione gli eventi in Egitto e nella nostra regione… a questo punto dobbiamo mostrare responsabilità e contenimento e la massima attenzione", ha precisato Netanyahu che ha parlato della crisi con il Presidente americano, Barack Obama, e con il segretario di Stato, Hillary Clinton. Il Premier ha chiesto ai suoi ministri di evitare qualsiasi dichiarazione sull’Egitto. "I nostri sforzi sono tesi a continuare a preservare la stabilità e la sicurezza nella regione", ha concluso.