Ero sulla “Collina degli Osservatori” quando ho sentito quella esplosione
20 Settembre 2009
di Redazione
Sono nel cimitero della Collina degli Osservatori, che detto così può sembrare inquietante, invece è un posto magnifico. Con una vista pazzesca su tutta la città vecchia dalla prospettiva frontale del quartiere arabo, quindi con la moschea di Al Aqsa in primissimo piano, e il sole, che in questo momento ne illumina la cupola d’oro e le torri sparse un po’ ovunque a proteggere l’imponenza delle mura di cinta. Se mi concentro bene poi vedo anche il Muro del Pianto, con lo slargo antistante gremito di gente.
Vengo spesso qui a passeggiare, forse perché è l’unica zona verde vicino alla mia casa. Gli altri spazi senza abitazioni intorno sono desertici, quindi meno rilassanti.
Concludo il mio giro e mi poggio al solito albero, quando sento improvvisamente un’esplosione lontana provenirmi da dietro.
Mi giro istintivamente, e vedo un bambino.
Cammina felice e sereno e sembra non aver sentito alcun rumore.
È bellissimo, biondo e vestito di bianco come un beduino.
È piccolo, ma qui i bambini sono molto più emancipati, e sono io lo straniero, quindi non mi pongo il problema di sapere se è lì solo. Anzi gli chiedo, come se fosse un adulto, se ha sentito anche lui il rumore poc’anzi.
“Ah-ah” risponde lui scuotendo la testa “nessun rumore” sorride.
“Però se vuoi ti posso accompagnare” aggiunge.
“Ma dove?” gli chiedo e mi chiedo. Ho capito che sei israeliano, ma se permetti io ho qualche anno in più di te e casomai sono io che ti accompagno. Anzi, dove sono papà e mamma?
“Dove vuoi andare tu, all’esplosione” dice lui.
“Ma perché, sai da dove è venuta?”
“Mh-mh” annuisce.
“Ed è vicino?”.
Annuisce di nuovo.
“Ok, andiamo” dico con un tono quasi interrogativo: mi sembra assurda questa conversazione e ancor di più la situazione. Comunque lo seguo attraverso il prato del cimitero fino alla seconda uscita. La città vecchia è ancora là, il cielo blu, e la cupola d’oro. Niente di strano.
Si direziona verso un quartiere arabo.
“Scusa ma non è pericoloso passare di qua?”.
Non mi risponde.
Lentamente cambia tutto lo scenario: tutti sono arabi, molti col turbante, le donne col velo, e la povertà è imperante nelle strade. Ci sono cartoni per terra, gusci di arachidi, scatole. Ho paura. Ma sono affascinato.
“No, non è pericoloso. Non ti preoccupare” mi risponde lui dopo almeno cinque minuti dalla mia domanda. Guarda te se mi devo far tranquillizzare da un bambino!
Forse non saremmo dovuti passare di qua.
Però altrimenti non avrei mai visto questo quartiere incredibile.
Voltiamo un angolo e finalmente riconosco la strada: siamo infondo alla discesa del raccordo centrale, che taglia in due la città. Lo attraversiamo e mi distendo: entriamo nella parte ebraica.
Ma più ci addentriamo e più si sentono rumori e schiamazzi preoccupanti: grida, sirene, lamiere.
Svoltiamo un angolo e la folla ci impedisce di guardare. C’è fumo e non si capisce niente.
Ci facciamo spazio tra la gente che piange e parla al cellulare continuando a ripetere la parola “Attentato. Attentato” e arriviamo davanti.
È uno spettacolo orribile, c’è sangue dappertutto e corpi maciullati su tutta la strada.
Sento la voce del bambino dirmi: “Vedi. E sarà sempre così”.
Il bambino cavolo, non deve vedere questa scena. Mi giro e lo prendo per un braccio.
È la prima volta che instauriamo un contatto, è morbidissimo.
“Ma così come?” gli chiedo.
“Così, sempre: campi di fragole”.
Oh mi dio mi si gela il corpo. Non doveva vedere tutto quel sangue, è colpa mia.
“Vieni andiamo via, torniamo su” lo strattono.
Ma mi sfugge e comincia a correre tra la folla.
“Fermo, fermo. Bambino, bambino” grido. Cerco di farmi spazio ma due poliziotti mi bloccano.
“Ma che cazzo fate” urlo in italiano.
“Lasciatemi, sto cercando un bambino” spiego poi in ebraico, sempre gridando.
“Calmo. Stai calmo” mi dicono loro tenendomi stretto con un fare rassicurante.
“Calmati”.
