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Euroretorica

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La genesi dei Trattati di Roma avvenne nelle Conferenze di Messina e di Venezia. Se si torna a quelle fonti, non sarà difficile rendersi conto che dei due soggetti istituzionali ai quali attraverso di essi si è dato vita – il Mercato Comune e l’Euratom – era quest’ultimo quello sul quale si appuntavano le maggiori speranze di successo.

Accadde, invece, che un anno più tardi, nel 1958, in Francia andò al potere De Gaulle. Il Generale ritenne che il mercato europeo avrebbe potuto favorire il rilancio dell’economia francese (in particolare dell’agricoltura), mentre sull’energia nucleare fu inflessibile: la materia sarebbe dovuta restare di stretta competenza dello Stato. Per questo mandò persino all’aria il programma comune di ricerca sul nucleare che la Francia aveva sottoscritto assieme all’Italia e a Israele. L’Europa di Roma, dunque, si mise in moto anche per motivi “nazionalisti”. Raymond Aron, al proposito, disse che se nel 1957 De Gaulle fosse già stato al potere l’Europa non sarebbe mai nata. Ma se nel 1958 ci fosse stata ancora la IV Repubblica, i trattati non avrebbero mai avuto esecuzione. Di questa eterogenesi dei fini l’Europa ha portato a lungo i segni. Si deve ad essa, ad esempio, se il pilastro economico si è irrobustito oltre misura mentre quello politico è rimasto a lungo gracile, fino a quando nel gennaio del 1963 è stato sostituito dal’edificazione dell’asse Parigi-Bonn. Questa è storia. E da essa si potrebbero ricavare utili indicazioni per il presente. Sarebbe però necessario che facesse capolino tra i fiumi di retorica che l’anniversario (o la commemorazione?) sta suscitando. Perché della storia - con il portato di difficoltà, contraddizioni, drammi che sempre la contraddistinguono – in questi giorni si sono completamente perse le tracce (g.q.).

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