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Fallisce la politica anti-politica di Montezemolo

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La corsa alla presidenza di Confindustria sarà senza dubbio segnata dal fallimento del blitz tentato con l’assemblea generale di Confindustria del 24 maggio. In quella occasione Luca Cordero di Montezemolo aveva cercato di suscitare, partendo dalla campagna stampa del Corriere della Sera, un movimento politico-antipolitico che gli consentisse di giocare le sue carte sia sulla più vasta scena del Paese, sia più particolarmente negli equilibri interni di viale Astronomia.

Per capire gli obiettivi montezemoliani basta leggere alcuni articoli scritti da quella che Paolo Mieli chiama la grande famiglia Rcs. Sul Corriere si spiega che l’entusiasmo suscitato da Viale dell’Astronomia non potrà non fissare le linee guida della nuova presidenza confindustriale. Sul Mondo si legge l’assemblea del 24 come un macigno per le ambizioni dei berlusconiani, così vengono definiti Diana Bracco e Giorgio Squinzi, sperando di condannarli con questo termine all’insignificanza. E sempre il Mondo spiega  l’inevitabilità che il nuovo abbia – almeno in parte – il segno di Montezemolo. Meno appassionato, meno di “famiglia”, ma ugualmente orientato, l’inserto di Repubblica Affari e finanza, parla del desiderio del presidente confindustriale in carica di evitare una damnatio memoriae simile a quella riservata ad Antonio D’Amato, e legge in questo senso il bagno di popolarità cercato attaccando il governo Prodi e cavalcando l’antipolitica.

Questi erano i desideri, i fatti però sono andati in un’altra direzione: il tentativo di giocare una nuova popolarità su tanti tavoli  è, almeno in parte e per il momento, fallito. Tanti gli elementi che hanno ostacolato l’operazione “onda antipolitica” di Montezemolo. Forse – anche se ho qualche imbarazzo a parlare di un’intervista fatta da me – ha contribuito un intervento di D’Amato particolarmente convincente sul presidente di Confindustria che deve rispondere agli interessi dell’organizzazione e non a suoi propri obiettivi privati. Tutta una serie di differenziate e autorevoli prese di posizione (nonostante molto sollecitate smentite di facciata) sul rispetto dei ruoli, sono state successivamente lette come prese di distanza dalle forzature montezemoliane

Ha pesato, poi, e molto, il voto del 28 e 29 maggio: è stato notato come a Como fosse stata presentata una lista guidata da industriali filomontezemoliani e che questa sia andata incontro a una sconfitta. Va ricordato che esperimenti di tal fatta sono stati compiuti anche a Monza e Varese, con esiti ugualmente sfavorevoli.

La linea del “buttiamola” in politica ha subito un altro colpo con il fallimento organizzativo e mediatico del convegno di Santa Margherita dei giovani industriali, con il povero Matteo Colaninno inascoltato nel suo tentare di fare il Montezemolo di serie b, con l’unica attenzione provocata dallo scontro tra Gianfranco Fini e Pierluigi Bersani. E un discorso finale di Montezemolo, molto difensivo e un po’ ridicolmente perso tra sistemi elettorali francesi, tedeschi (per compiacere Pierferdinando Casini) e altre posizioni assai poco incisive.

Che la linea montezemoliana sia allo sbando si può registrare anche dal ritorno sulla scena di alcune personalità confindustriali che il presidente di Confindustria aveva pregato di mantenersi in seconda fila, per non rovinare il suo nuovo look antipolitico. Il riemergere di Luigi Abete, Diego Della Valle e persino di Andrea Pinifarina segnala come il tentativo di gestire in modo soft la successione abbia sempre meno spazio. E gli esponenti confindustriali filoprodiani debbano intervenire in prima persona, per tentare di rimontare la corrente.

A questo punto la discussione sul futuro verterà proprio sul punto che Montezemolo, spostandosi sia pure a parole “ a destra” voleva rimuovere: se la Confindustria deve tornare a essere un movimento essenzialmente sindacale, naturalmente attento ai problemi della modernizzazione del Paese, come aveva tentato di fare D’Amato, o se deve continuare a essere un movimento sostanzialmente politico, che agisce d’intesa con il sempre più piccolo e asfittico establishment italiano, come è stato in questi quattro anni. Si era tentato di rimuovere dalla discussione questo dilemma: ora sarà più difficile. E toccherà ai candidati alla presidenza in qualche modo pronunciarsi. A occhio, i filosindacalisti appaiono favoriti sui filopolitici.

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