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Fatta l’Italia, faremo le istituzioni? (di L.Festa e G.Sapelli)

Pubblichiamo un estratto del libro “Draghi o il caos”, di Lodovico Festa e Giulio Sapelli (Guerini e associati)

Delineare una dialettica in cui l’avversario non sia il nemico (come avveniva secondo la logica della guerra civile europea o, detta più correntemente, della guerra fredda imperante trenta anni fa, sia pure in Italia ammorbidita dal togliattismo e dalla prudenza democristiana) da annientare, ma con cui si debba interloquire per l’interesse nazionale, potrebbe aprire la strada a quell’impresa, inutilmente tentata almeno dagli Ottanta del Novecento in poi, di riformare profondamente la Costituzione rendendola più solida, grazie a un nuovo rapporto tra cittadini e Stato, rivedendola nella parte ordinamentale particolarmente segnata dalle esigenze che poneva il contesto internazionale (con i suoi referenti italiani) nel 1947/48.

L’Italia è nazione chiave per determinare gli equilibri europei. Questo spiega la particolare attenzione manifestata nel periodo che va dal 2008 al 2011 da Berlino e Parigi e diretta a neutralizzarne la “soggettività” nelle fasi di emergenza, in modo da garantirsi così quella governance a bassa intensità (e corrispondentemente anche a bassa qualità,  come spiegava bene The Economist in un’analisi sulla trattativa della Commissione europea per i vaccini) di Bruxelles, studiata appositamente per consegnare le decisioni fondamentali all’egemonia esercitata dall’asse carolingio.

Ridare fondamenta ordinamentali qualificate alle nostre istituzioni e alla nostra politica, può diventare, quindi, anche la via per aprire un vero dibattito su un’integrazione europea fondata su quella Costituzione continentale che si è tentato di approvare nei primi anni del Duemila, ma senza successo.

Che una Costituzione europea sia indispensabile è cosa manifesta. Così come la riforma di quella italiana.

Abbiamo illustrato l’espandersi dal 1992, e ancor più dopo il 2008, dei poteri materiali della Presidenza della Repubblica, non in modo illegittimo ma senza dubbio forzando i limiti posti dalla Costituzione. Anche da queste esperienze nasce la necessità di chiarire i poteri del Quirinale, verificando anche se, in un’epoca in cui i tempi di decisione sono così rapidi, non si possa pensare a una verticalizzazione del potere di tipo presidenzialistico.

La decisione di Matteo Renzi nel 2016 di superare il bicameralismo perfetto era sensata, ma gestita con l’abituale arroganza e con il disegno (combinando riforma istituzionale ed elettorale) di emarginare, invece che integrare, a destra e a sinistra la maggioranza degli elettori, è stata sconfitta dal referendum popolare. L’idea di fondo va ripresa, ma accompagnata da una  riforma del sistema delle autonomie e del decentramento territoriale: il Senato delle Regioni e delle autonomie inventato dal renzismo era particolarmente irrazionale.

Si diceva delle Regioni talvolta troppo piccole per assolvere i compiti legislativi attribuiti loro dalla Costituzione e, viceversa, di dimensioni, in diversi casi, troppo grandi per assolvere a funzioni amministrative che in qualche modo loro competono. Accanto a questo problema c’è quello dell’insensata riforma delle province sostituite dalle “fallite” città metropolitane, con un lascito di competenze prive di un centro responsabile, con guasti che, per esempio, sono emersi nella stagione dei crolli dei viadotti a cui abbiamo assistito.

Recenti ricerche geografiche hanno individuato una trentina di aree assimilabili per caratteristiche storico-culturali e economico-sociali. Anche su impulso di queste ricerche si tratterebbe di ripensare il sistema delle autonomie  e del decentramento previsto dalla Costituzione (peraltro rivisto negli anni). Ci si dovrebbe impegnare in uno sforzo di razionalizzazione seria di Comuni, enti intermedi e Regioni che colleghi efficienza a rappresentanza popolare.

Magari perdendo anche qualche minuto a esaminare il sogno di un ritorno, istituendo solo quattro Regioni, alla pace di Lodi del 1454, quella organizzata da Lorenzo de’ Medici, che registrava il momento più alto dell’influenza italiana in Europa. Con protagonisti della vita nazionale il Ducato di Milano, la Repubblica di Venezia, l’area pontificia-medicea e il Regno delle due Sicilie. Una scelta di organizzazione istituzionale di fatto centrata innanzi tutto sui porti più importanti (quelli di Genova-La Spezia; quelli di Livorno-Ostia; quelli di Trieste-Venezia-Ravenna e forse Ancona; quelli di Napoli-Gioia Tauro-Messina-Palermo-Taranto) che definiscono la più rilevante funzione dell’Italia come ponte nel Mediterraneo dell’Europa verso l’Africa e il Medio Oriente.

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