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Ferrara si fa la domanda giusta ma si dà la risposta sbagliata

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Nel suo editoriale di oggi, Giuliano Ferrara dice che il vero obiettivo dell’opposizione dovrebbe essere quello di rafforzare il contingente italiano in Afghanistan e rimettere i nostri soldati al fianco degli alleati per combattere i terroristi e non per liberarli. Ha ragione.

L’obiettivo dovrebbe essere esattamente questo. C’è una domanda che però resta inevasa: come ottenere questo risultato. Ferrara sembra dare una risposta che allude ad una trattativa parlamentare: l’opposizione deve “chiedere” queste modifiche e fare “ogni sforzo” per ottenerle. Ma, sembra di capire, non deve arrivare a votare contro il decreto, “per senso di responsabilità”.

Sarebbe vero anche questo se in carica ci fosse un governo in grado di intendere e di volere. Purtroppo non è così.

Se infatti l’obiettivo è quello che ci siamo detti, e cioè mettere le truppe italiane in pieno assetto operativo ed equipaggiarli allo scopo di contribuire alla sconfitta militare dei Talebani, è immaginabile che un quadro di questo genere possa essere garantito dal governo Prodi, quand’anche lo stesso Prodi lo volesse?

Questo oggi è il punto: la politica estera dalemian-prodiana oggi è in grado di sostenere neppure un campo scout. Ci ha messo in scontro con mezza Europa, ha infranto l’asse con gli Usa, ha delegittimato il governo Karzai e ha promosso i Talebani a interlocutori politici. Bertinotti ne va orgoglioso  e la sinistra – in queste condizioni – è pronta a rimanere in Afghanistan in eterno.

Basta un ordine del giorno parlamentare, una mozione, un emendamento magari bipartisan per modificare questo scenario? Lo crede solo Casini e, ob torto collo, il resto dell’Udc, ma è ovvio che non è così.

Avere soldati italiani impegnati in una guerra  mentre il fronte interno è friabile come una meringa è il peggio che possa capitare. Se bisogna restare in Afghanistan a fare quello che si deve, occorre che in Italia ci sia un altro governo.

E’ una baggianata dire che, in caso di bocciatura del decreto, i 2000 soldati italiani in Afghanistan dovrebbero immediatamente fare i bagagli e tornare a casa. Se il decreto decade è possibile presentarne un altro in tempi brevi e in condizioni politiche nuove. In caso contrario forse è davvero meglio che tornino.

L’opposizione ha certo il dovere della responsabilità: si tratta di capire se sia più responsabile garantire lo status quo o tentare di girare pagina.

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1 COMMENT

  1. SE A SINISTRA SI CREDE DAVVERO NEL RIFINANZIAMENTO, LO SI DIMOST
    È quasi assurdo credere a quello che sta succedendo. Il governo Prodi prima cede ai ricatti dei talebani e due giorni dopo invoca i politici italiani a compattarsi sul voto al Senato, per il rifinaziamento della missione in Afghanistan. Paradossale questo governo che, quando giocava a fare l’opposizione, ha scioperato, manifestato e girotondinato per mesi contro qualunque missione di pace che fosse guidata dagli Stati Uniti. Oggi però sembra aver capito la necessità urgente di rimediare agli errori. E vorrebbe farlo solidamente, magari anche con l’appoggio della Cdl. Certo sarebbe coerente da parte di Fini e Berlusconi proseguire la politica che da tempo hanno avviato. Coerente ma forse sbagliato, dato come si stanno mettendo le cose in Italia.

    Casini, forte delle sue convinzioni centriste, dondola ambiguamente da un polo all’altro. Sembra non aver ben chiaro cosa significhi far parte di uno schieramento. Ma così, più che mai, la politica si sgretola e perde ogni autorità. Come si può credere all’Udc che vuole soltanto trovarsi una nicchia sicura per mettere mano al potere decisionale, a qualunque colore esso appartenga?

    La maggioranza spera di trovarsi compatta il giorno del voto, il 27 marzo. Ma non è impossibile che si sfaldi ancora e ancora una volta sulla politica estera. Siamo stanchi. E non è più accettabile tutta questa incertezza. Cosa intendono fare gli uomini di Prodi? Pensiamo, anche solo per un istante, a che cosa potrebbe accadere se il voto in Senato sul rifinanziamento della missione non andasse a buon fine. Quasi inevitabilmente giungeremmo a una nuova profonda crisi di governo.

    In questo quadro composito di atteggiamenti difficilmente incorniciabili, l’opposizione di centro destra è chiamata a prendere una decisione di enorme portata: sia per la stabilità politica del paese, che per il buon funzionamento della politica estera. Purtroppo però le due cose non concordano. Votare si al rifinanziamento della missione, come del resto pareva naturale prima della vicenda di Mastrogiacomo, significa aiutare Prodi e D’Alema a mettere un bel cerotto su tutte le ferite che in un giorno sono riusciti ad aprire. Ma la bontà di una simile scelta sembra piuttosto dubbia: potrebbe infatti accadere che, nonostante il cerotto, le ferite non si sanino e, nascoste e insorvegliate, divengano delle vere e proprie emorragie. Forse c’è veramente bisogno di un arresto in politica estera. Uno stop per riprendere le redini del problema e per riavviarne la conduzione in modo mirato e non più casuale. Se davvero la sinistra è sicura delle sue azioni e responsabile delle politiche che attua, il 27 marzo è tenuta a dimostrarlo agli elettori. Qualche giorno fa ha è stato comodo voltare le spalle agli Stati Uniti e costringere Karzai a trattare con i talebani. Oggi non può essere comodo spalmare la propria responsabilità sul centro destra e su Casini, sperando in un sostegno, per poter fare “bella figura” davanti agli amici americani. Se davvero il governo condivide in pieno la missione, dato che si trova alla maggioranza, ha tutti i numeri per farcela da solo. Che dimostri allora un po’ di coerenza: la destra non intende rinnegare la politica estera degli USA, da sempre condivisa, vuole soltanto assicurarsi che chi attualmente detiene il potere ne faccia un uso limpido e coerente!

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