“Fini non è un traditore ma al Pdl mancano idee nuove e struttura”

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“Fini non è un traditore ma al Pdl mancano idee nuove e struttura”

09 Settembre 2009

I rapporti tra Berlusconi e Fini sono buoni ed è auspicabile che restino tali perché in una fase così delicata i co-fondatori del Pdl sono indispensabili alla costruzione di un partito che da grosso diventi grande. Parola di Fabio Granata, finiano di ferro e parlamentare  Pdl (firmatario insieme al Pd Sarubbi della proposta di legge sulla cittadinanza che ha fatto infuriare Bossi) che legge le polemiche di queste ore – dall’attacco di Feltri al numero uno di Montecitorio al botta e risposta a distanza tra il premier e il presidente della Camera secondo il quale i problemi politici ci sono e per questo non è corretto dire, invece, che va tutto bene – non solo dalla visuale dell’ex leader di An ma anche in prospettiva, sia per il futuro del partito unico che sul piano dell’alleanza con la Lega. E in entrambi i casi, l’analisi non fa sconti.  

Onorevole Granata, il premier lancia segnali distensivi ma Fini non raccoglie. Che sta succedendo nel Pdl?

Fini ha fatto bene a ribadire che non si tratta di schermaglie personali ma di questioni politiche legate a proposte chiare e strategiche che Fini ha lanciato su temi cruciali e sulle quali si può e si deve discutere, ma nessuno  è autorizzato a lanciare anatemi o, peggio, a scadere nelle offese. Su etica della responsabilità, nuova cittadinanza, diritti civili e solidarietà, politica e religione, legalità, si gioca non soltanto la costruzione dell’identità politica del Pdl ma soprattutto una certa idea dell’Italia che abbia futuro e prospettiva.  

Tuttavia il presidente della Camera da tempo ha aperto un contenzioso dentro il Pdl e nei confronti del premier. Non è un mistero che talvolta le sue posizioni siano più vicine a quelle della sinistra che alla linea del partito di cui è cofondatore.

La mia impressione è che alcune preoccupazioni del premier siano giustificate dalla volontà di tenere in piedi le ragioni della coalizione e l’alleanza con la Lega. Questo, però, non può significare un appiattimento del Pdl sempre e comunque su posizioni leghiste. Molte proposte tendono ad aprire dinamiche diverse ed è inevitabile che talvolta queste dinamiche entrino in rotta di collisione con la Lega, ma al partito di Bossi non può essere riconosciuto un permanente diritto di veto. Per questo motivo, le proposte di Fini e il taglio istituzionale illuminato che ha dato alla sua presidenza della Camera non possono essere considerate come un tradimento, tantomeno possono essere considerate tali alcune proposte di legge a cui noi attribuiamo un valore strategico, prima fra tutte quella sulla cittadinanza e l’integrazione.

Il direttore del Giornale, Feltri boccia il “compagno Fini”. Come giudica questa definizione?

La giudico superficiale e miope. Fini si muove nel solco di quella ideologia italiana legata a un modello di identità dinamica e plurale che rappresenta il paradigma della specificità nazionale. Un’identità che fin dalle più antiche origini classiche, partendo dal civis romanus sum, crea aggregazione sulla cittadinanza intesa come scelta politica. Oggi si tratta di allargare il perimetro energetico di una nazione afflitta da denatalità e da una sorta di depressione culturale, nonostante le eccellenze che in molti campi compreso quello produttivo del made in Italy, richiamano la grandezza rinascimentale dell’Italia. Su questo in chiave modernissima, Fini lancia una sfida innovativa così come fanno in Francia Sarkozy o Cameron in Inghilterra. Un’identità, insomma, non mummificata bensì aperta al nuovo e al cambiamento.

Secondo lei ci  sono analogie con il caso Feltri-Boffo?

Sinceramente, credo che Feltri sia nel primo sia nel secondo caso, abbia applicato una linea editoriale che però è anche una linea politica non necessariamente  concordata con qualcuno ma che certamente, soprattutto nel caso dell’articolo violento e irriguardoso su Fini non può non determinare effetti politici intuibili. Se qualcuno crede di intimorire Fini con questi mezzi e con questi richiami all’ordine, dimostra di non conoscere minimamente il personaggio.

Sta dicendo che dietro alla lettera c’è la regia occulta di Berlusconi che peraltro ha stigmatizzato l’editoriale di Feltri e ribadito la sua vicinanza al presidente della Camera?

Culturalmente non mi occupo di dietrologia e credo che in questo caso non ci sia una regia diretta da parte di Berlusconi. Diciamo che Feltri ha dato voce a una tentazione di isolamento politico di Fini che circola dentro il Pdl e non soltanto, in alcuni casi neanche soprattutto, negli ambienti di Fi ma anche tra coloro che provengono da An e che a Fini devono tutto.

A chi si riferisce?

A giornalisti, intellettuali e politici.

Storace che conosce bene Fini, sostiene che nel Pdl è cominciata l’operazione per fare fuori l’ex leader di An. Lei che idea si è fatto?

Credo sia una dinamica non legata all’idea di Storace, piuttosto correlata al tentativo di un ridimensionamento politico di Fini, peraltro a mio avviso fallito in partenza.

Resta il fatto che Fini, da tempo, sta facendo il controcanto al premier, su molti punti dell’agenda del Pdl: dal biotestamento al divorzio breve, al voto agli immigrati.

Su questi temi non c’è una linea di partito poiché si tratta di questioni come quella della cittadinanza, del tutto nuove e inedite. Sul biotestamento non ci può essere alcuna linea di partito  perché sono temi eticamente sensibili e quindi da lasciare alla coscienza dei singoli parlamentari. Ma su questo versante ogni proposta o approfondimento non può essere sempre bollata come il tradimento di un’ ortodossia inesistente.

Ritiene che sul biotestamento il presidente della Camera concederà il voto segreto? E in quel caso cosa potrebbe succedere nella maggioranza?

Vista la materia in questione, il voto segreto può essere concesso perché lo prevedono i regolamenti parlamentari e non per discrezionalità del presidente della Camera. Cosa succederà in quel caso non so prevederlo, proprio perché sono temi su cui, giustamente, c’è una trasversalità piuttosto confusa, non solo nel Pdl ma soprattutto nel Pd.

Ma perché Fini che al congresso del Pdl disse che la sua linea era di minoranza non si confronta all’interno del partito  preferendo, invece, esternazioni pubbliche dall’alto del ruolo istituzionale che ricopre, come quelle più recenti pronunciate dal palco della festa nazionale del Pd a Genova?

Fini fa bene a partecipare a importanti manifestazioni promosse anche dalla sinistra perché in politica non esistono compartimenti stagni. Il problema  è che nel Pdl mancano luoghi di discussione interni. Eppoi Fini ha una visione moderna della politica per cui su alcuni grandi temi quando parla si rivolge all’Italia e non solo ai tesserati del Pdl che peraltro ancora non esistono. Del resto, proprio su certi temi, le uniche idee che stanno circolando sono le sue, anche perché il partito è privo di struttura.

Se è vero ciò che afferma, quando gliela date una struttura al Pdl?

La scelta, all’inizio, è stata voluta perché si immaginava un partito molto verticista. Oggi invece occorre creare una forza politica che abbia un minimo di radicamento territoriale attraverso il tesseramento e altri elementi che finora non sono stati considerati prioritari.

Fini fa una politica di strappi rispetto anche alla tradizione da cui proviene. Alcuni strappi sono efficaci e condivisibili ma ciò che ancora non si intravede è la strategia di ricucitura, di tessitura dentro il Pdl. A maggior ragione se si considera che lo stesso presidente della Camera ha dichiarato che occorre la cultura della sintesi, cioè l’arte della tessitura, e non la cultura della coalizione. Dov’è questa strategia?

La strategia deve essere legata alla capacità che ancora non si intravede nel partito di darsi una struttura diversa dall’attuale, ovvero più aperta alla discussione e più capace di produrre decisioni. A mio avviso,  si dovrebbe incominciare dall’incompatibilità tra ruoli di governo e ruoli di vertice organizzativo di partito e, al tempo stesso, si potrebbe dare vita a un modello organizzativo su base federale per creare condizioni di sana competizione con i partiti del territorio come la Lega o l’Mpa senza tuttavia la necessità di appiattirsi sui loro temi. Noi finiani abbiamo già proposto di iniziare dalla Sicilia, sia perché è l’unica regione dove non si voterà a marzo, sia perché essendo dotata di autonomia speciale, può diventare un laboratorio interessante su un modulo organizzativo diverso, maggiormente legato al territorio.  

Onorevole Granata, lei che è un finiano doc può dirci come sono veramente i rapporti tra Fini e Berlusconi? Gli strappi si ricuciranno o no?

I rapporti tra Fini e Berlusconi finora sono buoni. Sono rapporti tra due uomini che hanno carattere e i distinguo che si manifestano nascono anche dal carattere e dalla formazione che entrambi hanno come bagaglio politico-culturale. Fini è stato molto leale anche nei momenti di maggiore attacco nei confronti del presidente del Consiglio da parte della sinistra e nonostante il suo ruolo istituzionale lo ha sempre difeso. E’ auspicabile che i rapporti tra i due restino tali, nel senso che in una fase così delicata i co-fondatori del Pdl sono indispensabili alla costruzione di un partito che da grosso possa diventare grande.