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Il destino della "Große Koalition"

Forse alla Merkel non basterà vincere le elezioni per governare la Germania

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Hannover. Se si fosse davvero trattato della campagna elettorale più noiosa dai tempi della riunificazione- così come l’hanno dipinta gran parte dei media tedeschi- forse non staremmo qui tutti in trepidante attesa a speculare su un risultato ad oggi ancora estremamente nebuloso ed aleatorio. La suspense, che a meno di una settimana dal voto si respira ad ogni angolo della Repubblica federale, è insomma la cartina di tornasole di una sfida per la Cancelleria non poi così monocorde e prevedibile.

Ad aver riacceso l’interesse inizialmente debole per le elezioni politiche del 27 settembre, ha contribuito innanzitutto la recente tornata per il rinnovo di tre parlamenti regionali e il batticuore provocato dall’esito di questa nei vertici nazionali della CDU. Benché il partito socialdemocratico non ne abbia infatti tratto un sostanziale vantaggio in termini percentuali, il brusco calo subito dai democristiani nella Saar e in Turingia è psicologicamente valso più di qualsiasi netta, quanto improbabile vittoria a favore del blocco rosso-verde.

Ma che i rapporti di forza tra le due tradizionali Volksparteien fossero in repentina evoluzione, lo si è percepito a seguito del duello televisivo tra una Cancelliera tutta schierata in difesa e un candidato socialdemocratico più propositivo ed arrembante. D’altra parte, Steinmeier e la sua acciaccata SPD non avevano né hanno nulla da perdere, visto il baratro demoscopico in cui sono irrimediabilmente sprofondati alla fine di questa legislatura. Tanto vale tentare il tutto per tutto, anche al costo di risultare stucchevoli ed un po’ al di sopra delle righe, sembra abbiano pensato dalle parti della Willy-Brandt-Haus.

Come malcelata strizzatina d’occhi all’elettorato della sinistra radicale va dunque compreso l’annuncio- poi smussato- di voler ritirare le truppe dall’Afghanistan entro il 2013; come tentativo di sottrarre voti alla concorrenza ambientalista va invece spiegata la severa contrarietà a qualsiasi ripensamento sul phase-out dal nucleare. Un effetto di simile quadratura del cerchio è stato peraltro perseguito, ponendo l’accento fino alla nausea sulla necessità morale di un salario minimo generalizzato e di tasse elevate per i più ricchi. Ecco perché, tutto sommato, al di là della tentennante reticenza da campagna elettorale, un esecutivo rosso-rosso-verde non è poi così remoto e del tutto inconcepibile.

Ciò che unisce SPD e Die Linke è preponderante rispetto a ciò che le divide. Magari il matrimonio non avverrà dopodomani e forse non sarà lo stesso Steinmeier a celebrarlo, ma qualcuno disposto ad imboccare in prima persona questa via accidentata non sarebbe certo difficile da reperire. Non da ultimo Klaus Wowereit, che, in qualità di sindaco di Berlino, regge da anni insieme con i postcomunisti le sorti del Land della capitale e mai ha fatto mistero di voler traslocare ai piani alti della stanza dei bottoni. Tale ipotesi pare tanto più realistica, qualora si consideri che una probabile riedizione della Große Koalition potrebbe prematuramente fare un buco nell'acqua e smembrarsi qualche mese dopo il voto.

Se infatti è vero che nelle ultime settimane la CDU/CSU sembra aver inopinatamente virato verso una sorta di rafforzamento dello status quo- tutte le proposte dei liberali sono state bocciate senza appello dalla Cancelliera, così come dal governatore della Baviera Seehofer; ebbene, anche sul versante dell’SPD, con una discutibile dichiarazione del Ministro delle Finanze Steinbrück, braccio destro della signora Merkel nell’opera di tamponamento della crisi economica, si anela in buona sostanza ad una Große Koalition 2.0. Per i socialdemocratici si tratterebbe d’altronde dell’unica maniera per rimanere alla tolda di comando ed evitare così un esecutivo giallo-nero, sfumato nel 2005 e i numeri per la nascita del quale sono traballanti anche quattro anni dopo; per la CDU/CSU, invece, si tratterebbe di continuare un’esperienza di governo latente dal punto di vista dei risultati, non da quello dei consensi.

Trattare con l’FDP, partito troppo intransigente nella sua battaglia contro il carico fiscale e il neo-istituito fondo nazionale per la sanità, sarebbe paradossalmente un’impresa ben più ardua e una fonte di attriti assai pericolosi. Benché i liberali abbiano fatto in questa campagna elettorale molte più concessioni al Sozialstaat di quanto non sia accaduto in passato, la componente più sociale della CDU/CSU è nel frattempo scivolata ulteriormente verso il centro-sinistra dello schieramento. Ha detto molto bene Frank Schäffler, parlamentare dell’FDP, all’indomani del dibattito televisivo tra Merkel e Steinmeier: “Ieri sera abbiamo assistito ad un duetto tra due candidati socialdemocratici che si contendono la Cancelleria”.

CDU ed SPD condividono infatti molto di più, di quanto si sarebbe potuto immaginare all’inizio della legislatura. Eppure, nonostante le crepe apertesi in quella che fino ad un lustro fa pareva essere un’alleanza elettorale saldissima, l’FDP ha escluso ancora una volta di voler fare da stampella ad SPD e Verdi in un cosiddetto governo semaforo (giallo-rosso-verde). L’unica alternativa, qualora non vi fossero i numeri per governare con la signora Merkel, sarebbe- per singolare contrappasso- di restare all’opposizione. Ma per un partito che si appresta ad affrontare il giudizio degli elettori nel bel mezzo di una crisi finanziaria, che secondo qualcuno sarebbe il prodotto di un turbocapitalismo dissennato, l’idea di conseguire un risultato a due cifre (tra il 13 e il 15%) è già di per sé un mezzo trionfo.

A tenersi le mani libere sono invece i Verdi, i quali, data l’eterna divisione interna tra una componente più pragmatica ed una eco-fondamentalista, oscillano in maniera molto ambigua tra il blocco liberalconservatore e quello socialcomunista, fungendo in taluni casi da imprescindibile cerniera di stabilità. Ciò accade a livello locale, dove i Verdi governano alla bisogna un po’ con la CDU, come ad Amburgo un po’ con l’SPD, come nel Land di Brema. L’eventualità che il loro 10-11% possa fungere da ago della bilancia anche a livello federale non va quindi del tutto esclusa. Come non va esclusa la variopinta e, per certi versi, difficilmente sostenibile alleanza tra verdi, liberali e democristiani. Renate Künast, candidata capolista degli ecologisti al Bundestag, si è però preoccupata di chiarire che “la Jamaika resta ad oggi un paese dei Caraibi”. E questo benché le basi per una collaborazione giallo-verde-nera si stiano ponendo proprio in queste ore nel piccolo Land della Saar.

Infine, qualche nota conclusiva un po’ più tecnica. Alle 18 di domenica prossima, il corno del dilemma starà innanzitutto nel decifrare se CDU, CSU ed FDP abbiano o meno raggiunto la maggioranza assoluta dei consensi. In caso contrario, nel valutare se un 47-48% possa comunque bastare per la formazione di un nuovo governo. Non bisogna infatti dimenticare che la discrasia tra primo e secondo voto può produrre un discreto numero di Überhangmandate, ossia di mandati in eccedenza. Stando ad una sentenza della Corte Costituzionale del luglio del 2008, tale meccanismo di correzione può innescare esiti controintuitivi, del tutto incostituzionali. Perciò il legislatore dovrà correggere la legge elettorale entro e non oltre il 2011.

Il problema è che, non avendo fissato un termine anteriore, sussiste tuttora il rischio che la signora Merkel sia messa nelle condizioni di governare solo in virtù degli Überhangmandate. L’SPD ha da subito messo le mani avanti, auspicando che non si formino “maggioranze illegittime” di questa natura. Die Linke ha addirittura presentato un nuovo esposto alla Corte Costituzionale. Staremo a vedere. Ma domenica prossima sarà altrettanto importante buttare l’occhio ai risultati delle elezioni regionali nel Land del Brandeburgo, feudo socialdemocratico e a quelle dello Schleswig-Holstein, dove una coalizione giallo-nera si appresta a sostituire una maggioranza rosso-nera. Come è noto, infatti, i rappresentanti dei governi dei Länder siedono nel Bundesrat, la Camera alta del Parlamento tedesco. Per governare è auspicabile avere la maggioranza in entrambe le assemblee.

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