Giorgio Bocca e le bugie sul caso Montesi
16 Febbraio 2009
di Redazione
Alle persone anziane vanno perdonati scatti d’ira e nostalgie irrazionali specie quando ai accompagnano a virtù e a benemerenze riconosciute. Anche loro, tuttavia, per meritare il rispetto e la comprensione prescritte dagli antichi– <seni debetur veneratio>–debbono stare attente a non passare il segno. Ci raccontino pure il passato, le loro esperienze, le loro disillusioni ma si sforzino, almeno un po’, di non alterare i fatti, di non rovesciare addosso a chi li ascolta flussi di bile ideologica e di velenosi risentimenti personali. E’ quanto è capitato, invece, a Giorgio Bocca, intervistato sabato scorso, su RAI 3 ,nella trasmissione dedicata a vicende e a personaggi della storia italiana del dopoguerra. Il tema era l’assassinio di Wilma Montesi, la giovane donna trovata morta, l’11 aprile del 1953, nella spiaggia di Tor Vajanica, non lontana dalla tenuta di Capocotta (nei pressi di Castelporziano) e da una villa, appartenente al ‘marchese’ Ugo Montagna, che, per i suoi frequentatori e i festini che vi si organizzavano, sembrava destinata a ispirare, sette anni dopo, la ‘Dolce Vita’ di Federico Fellini. Del delitto, in seguito alle confessioni di Anna Maria Moneta Caglio, venne accusato, tra gli altri esponenti della Roma bene, il musicista Piero Piccioni (l’indimenticabile amico e collaboratore di Alberto Sordi) figlio del vice presidente del Consiglio Attilio Piccioni, un ministro di grande probità, stretto collaboratore di Alcide De Gasperi. Il coinvolgimento del giovane era basato su assai dubbie testimonianze—e soprattutto su quella della Moneta Caglio, l’ex fidanzata di Montagna che l’accusava di averla lasciata per
Rievocando una pagina così vergognosa della storia della Prima Repubblica, un giornalista con un minimo di decenza e di coscienza professionale avrebbe dovuto riconoscere errori e colpe dei partiti di opposizione e l’irresponsabilità di una stampa scandalistica (anche la destra radicale fece la sua parte) indegna di un paese civile. E invece con Bocca è accaduto il contrario. Noto‘uomo di mondo per aver fatto due anni il partigiano a Cuneo’, con una iattanza da far venire i brividi, ha parlato come se la ‘verità’ sul caso Montesi fosse quella venuta fuori dalla prima inchiesta, dalle insinuazioni dei quotidiani, dai sospetti infamanti sui ministri della Repubblica. Il primo ‘delitto mediatico’ della nostra storia,–ha sentenziato con l’aria cupa del moralista deciso a tenere gli occhi chiusi sulla realtà per non vedersi crollare addosso il suo castello ideologico-accusatorio degno di Di Pietro e di ‘Micromega– ha rivelato tutta l’ipocrisia e la corruzione dei governi democristiani! Nessun pentimento, nessuna dissociazione, nessuna richiesta (sia pure estremamente tardiva) di scuse a persone innocenti. Niente di niente! In Italia <chi tocca i miti muore> e, pertanto, lunga vita al vecchio combattente azionista Giorgio Bocca: le sue tetragone certezze, le sue rabbie, il suo rifiuto di rendere giustizia a chi è stato, deliberatamente, malfamato, continuino a essere il suo viagra muscolare e mentale. In tal modo, quando lascerà questa valle di lacrime—e gli auguriamo il più tardi possibile–, avrà meritato lo stesso elogio tributato a un altro esemplare esponente della sua ‘scuola di pensiero’:il mai abbastanza compianto e rimpianto Enzo Biagi.
Dino Cofrancesco
