Contro l'uso politico della memoria

“Giovanni Giolitti è stato un padre della Patria ma lo abbiamo dimenticato”

Non sono molti gli statisti che hanno avuto il privilegio di dare il nome a un periodo storico. Eppure Giolitti, figura centrale nell’Italia di primo Novecento, è stato vittima di una damnatio memoriae che ne ha messo in ombra la statura di livello internazionale. Al leader piemontese è stato dedicato in questi giorni un convegno svoltosi a Napoli presso l’Istituto italiano per gli Studi filosofici, organizzato con il Centro Europeo Giovanni Giolitti di Dronero. L’evento, che ha visto la partecipazione, tra gli altri, di Ceccuti, Degl’Innocenti, Orsina, Romanato, Sabbatucci, Zanone, è servito a tracciare un bilancio critico su Giolitti e la sua età oltre che a presentare l’ultimo volume della monumentale opera Giolitti al Governo, in Parlamento, nel Carteggio (edito da Bastogi) cui si stanno da anni dedicando Aldo Mola, direttore del Centro Giolitti e Aldo Ricci, sovrintendente dell’Archivio Centrale dello Stato. Il professor Mola, biografo dello statista piemontese e autore di decine di monografie sulla storia italiana, ci ha raccontato un Giolitti per molti versi sconosciuto. "Non ho mai avuto e non ho l’intento – specifica subito Mola - di fare di Giolitti un monumento, oggetto di riti devozionali. Credo però ne vadano meglio studiate e fatte conoscere la figura e l’opera di statista, per molti aspetti ancora oggi attuali". 

Professore, che cosa andrebbe recuperato dell’azione di Giolitti?

Anzitutto la pacatezza, la lungimiranza e, sino a un certo punto, la chiaroveggenza. Giolitti fu sempre conscio di essere presidente del Consiglio dei ministri per nomina del re, a norma dello Statuto. L’esecutivo governa per gli interessi supremi delle istituzioni e con il consenso del Parlamento, espressione della volontà della nazione. Il presidente – insegna Giolitti – non governa per sé o per un partito ma per lo Stato. Alla sua epoca tutto era più facile e più difficile. Più facile perché, da poco nata come Stato unitario, l’Italia aveva meno partiti e più Stato, più difficile perché rimaneva opaca la separazione dei poteri della Corona da quelli dell’esecutivo sui terreni decisivi della politica estera e della guerra, cioè sullo Stato stesso.

Quali nuovi approcci sono emersi dal convegno di Napoli?

Anzitutto il fatto che Giolitti sia stato ricordato nella principale città del Mezzogiorno. Non è più né il ministro della malavita (di Salvemini e seguaci) né il dittatore parlamentare (di Denis Mack Smih e caudatari). È un grande statista che mirò alle riforme. Per farlo, ripetutamente si dovette difendere da scandali artificiosi e strumentali. Napoli è la città di Pietro Rosano, il ministro che il 9 novembre 1903 si sparò per liberare il Giolitti da una sciocca violenta campagna di stampa. Tra i fautori dello scandalo vi erano i socialisti, che Giolitti aveva invitato a entrare nel governo, assumendosi le loro responsabilità storiche (lo fece nuovamente nel 1911 con Bissolati). Invano. Perciò nel febbraio 1923 ai socialisti che andarono a implorarlo di aiutarli a rovesciare Mussolini Giolitti rispose che si erano sempre condotti da vili e che ora si meritavano il governo che avevano voluto. E mostrò a viso aperto la sua opposizione, leggendo storie dei secoli nei quali l’Italia era occupata dagli stranieri. Se aveva superato quelle prove lo avrebbe fatto anche per quelle presenti e le future. Un ottimismo cresciuto nell’Italia riassunta da Michele Lessona nella formula positivistica Volere è potere: bella ma non sempre sufficiente.

Giolitti è stato probabilmente, dopo Cavour, il leader politico dell'Italia liberale di maggior respiro europeo. Tuttavia, stenta ad entrare nel pantheon dei padri della patria. A cosa si deve questo mancato riconoscimento? 

Anche i più appassionati ammiratori di Cavour oggi ammettono che sino all’autunno del 1860 il Gran Conte non aveva affatto chiaro se e come si potesse o dovesse arrivare all’unificazione dell’Italia. La morte così repentina lo sottrasse alla scena e quindi al giudizio sui modi nei quali avrebbe governato il nuovo Stato. Asceso alla presidenza dopo Depretis e Crispi, Giolitti rimase bersaglio di tutti i malcontenti nei confronti dei ritardi del regno proclamato quando egli aveva appena 19 anni. Si fece carico della svolta liberale di primo Novecento scontentando chi aveva fretta e chi non ne aveva affatto. Gli interventisti sedicenti democratici (Salvemini in testa) e i nazional-fascisti non gli perdonarono la neutralità calcolata del 1914-15 e i successi del 1920-21. Volevano lo sfascio della democrazia liberale sorto sul ceppo robusto della monarchia rappresentativa. Oscurato dalla storiografia (oltre che dall’uso politico della memoria) dopo il 1929, durante la fase antidemocratica del “ventennio” e la guerra civile, Giolitti rimase in ombra nel secondo dopoguerra, perché rappresentava e rappresenta l’Italia non gradita ai massimalisti di tutte le sponde e di tutte le risme, per decenni prevalenti in tutti i settori.

Giolitti varò importanti riforme destinate ad allargare le basi sociali e politiche del paese che, allo stesso tempo, resero lo Stato non più soltanto un regolatore ma davvero un attore chiamato ad intervenire direttamente nella vita nazionale. Che idea di Stato ne emergeva? E quali compiti gli spettavano? 

Anche il liberista Cavour fece intervenire lo Stato qual regolatore dei conflitti potenzialmente esiziali per lo Stato e come volano del progresso. Altrettanto fecero Sella e Giolitti. Sella, impegnò lo Stato per la realizzazione della rete ferroviaria e, quando fu il momento, per la costruzione di interi quartieri di Roma, capaci di plasmare il volto della nuova capitale dello Stato, alternativa a quella barocca. 

Lo statista di Dronero è ricordato, da una parte, come il politico che cercò con il Patto Gentiloni un superamento della “questione romana” e l'ingresso dei cattolici nella vita civile e politica nazionale. Dall'altra, però, egli non risparmiò critiche a don Sturzo, definito il “prete intrigante” e, più in generale, osteggiò la nascita di un partito dei cattolici. Quale fu davvero il rapporto di Giolitti con la Chiesa e con i cattolici?

Una premessa. Giolitti fu cattolico praticante, ma senza ostentazione. Ai nipotini donava libri di devozione firmandosi “Gio.Giolitti”. Era osservante come Cavour, Manzoni e un lungo eccetera di uomini della Terza Italia inclusi il massone Crispi e lo stesso Zanardelli, difensore di fiducia di una miriade di congregazioni religiose. La quasi totalità dei massoni e degli anticlericali militanti dell’Otto-Novecento ebbero funerali religiosi. Quelli civili (alla Garibaldi o alla Carducci) furono esigua minoranza e non giunsero affatto a introdurre o a imporre la “religione civile” di cui s’è detto con enfasi retorica. L’ingresso dei cattolici alla Camera non costituì un problema sino a quando non prese corpo il proposito di un partito dei cattolici, albeggiato nell’ultimo decennio dell’Ottocento crollato nel 1898-1900. Dal regidicio la Santa Sede avvertì che le istituzioni andavano sorrette quali erano. La convinzione venne rafforzata dallo sciopero generale espropriatore del 1904. Da quel momento cattolici vennero votati da liberali anticlericali e persino da massoni e nel 1913 massoni e liberali ricevettero voti di cattolici in nome della governabilità, di riforme condivide e per sbarrare la strada a proposte sgradite, destinate a dividere, come il divorzio e l’insegnamento religioso nella scuola dell’obbligo. La grande guerra spazzò via tutto. Giolitti rimase convinto che il partito dei cattolici sarebbe stato una sciagura. Oggi non c’è più e non se ne sente bisogno. Anche il neocentrismo è un conglomerato o caleidoscopio di idee, spunti programmatici e memorie che per crescere numericamente si rivolge anche a chi cattolico non è né sarà mai (o non prevalentemente).

Allo scoppiare della Grande Guerra Giolitti dichiarò la propria professione di neutralità. Tuttavia, a differenza dei pacifisti odierni, quelli “senza se e senza ma”, egli si spese nel corso del conflitto in difesa della patria. Finita la guerra, dichiarò: «sia pace e non tregua, non ritorno alla politica degli armamenti, preparazione di nuovi conflitti». Giolitti aveva compreso già nel '15 che la nuova carneficina avrebbe sconquassato l'Europa e ne avrebbe profondamente minato i principi-base? 

Dinnanzi alla conflagrazione europea Giolitti si mostrò lungimirante ma poco chiaroveggente. Capì che la guerra sarebbe stata una catastrofe. Lo aveva così chiaro da rimanere sicuro che non sarebbe esplosa. Tantoché nel luglio 1914 se ne andò in vacanza in Francia e, proprio mentre diplomazie e Stati Maggiori preparavano offensive e contro-offensive, da Vichy decise di andare a Londra, ove venne sorpreso dallo scoppio delle ostilità. Come già il pacifista Garibaldi, anche Giolitti sapeva che i conti tra gli Stati non si regolano con le giaculatorie. Riteneva però che l’Italia avrebbe potuto trarre vantaggio da un intervento solo quando avesse potuto gettare sulla bilancia le sue poche risorse esercitandovi un ruolo così decisivo da poter essere debitamente compensata. Grazie alla pace e al progresso e, se vogliamo, allo sfruttamento del Terzo Mondo l’Europa era ormai avviata a superare i contrasti interstatuali e a riscoprire le regioni. Non condivise mai l’intervento, ma appoggiò lealmente lo sforzo bellico. Per quel “patriottismo” che per lui non era formula vuota.

Quale futuro immaginava Giolitti per l'Europa uscita dalla guerra? Fu davvero un sostenitore degli “Stati uniti d'Europa” di matrice mazziniana?

Giolitti non ebbe un disegno politico universale per il dopoguerra. Rifuggiva dalle utopie. Pensava – e lo disse – che ogni Stato dovesse anzitutto mettere le grandi decisioni nelle mani dei cittadini tramite i parlamenti. Perciò pose in maniera ferma la riforma dell’articolo 5 dello Statuto che riservava al re politica estera e conseguente dichiarazione di guerra e di pace. Chiese l’abolizione degli accordi segreti. Non venne assecondato. Con la conseguenza che il capo dello Stato, con tutti i suoi poteri, finì ostaggio del presidente del Consiglio. Giolitti ebbe il torto di non forzare la mano pur avendo il consenso parlamentare per farlo. Il paese lo avrebbe assecondato. Per contro non ebbe molta considerazione per le utopie di Mazzini. Nelle Memorie lo cita solo per l’acre polemica contro Cavour e Gallenga (il presunto attentato mazziniano alla vita di Carlo Alberto), mai per le sue idee. Nel dopoguerra guardò invece con crescente attenzione alle organizzazioni internazionali dei lavoratori e del capitale: esisteva già l’ILO di Ginevra, poi oscurata dall’utopia dell’ONU, più appariscente ma meno concludente (come l’Unione Europea odierna, meno efficace del concerto delle ottocentesche grandi potenze).

In conclusione, non possiamo risparmiarle una domanda sulle travagliate celebrazioni del 150° anniversario dell'Unità. Che la maggioranza degli italiani si senta distante dai valori e dalle vicende risorgimentali è un dato di fatto. Tuttavia, questa rimozione viene da lontano oppure è solo il frutto dell'indifferenza di una compagine governativa poco sensibile alla memoria del nostro passato? 

La memoria del Risorgimento e dell’unificazione nazionale e della stessa Terza Italia era vivissima nel dopoguerra. Basti pensare al 1961, alle celebrazioni di Carducci officiate da Giovanni Gronchi. La svolta è con la liquidazione di Bettino Craxi, che nel 1982 rilanciò Garibaldi in nobile gara con Giovanni Spadolini. Fu l’ultimo guizzo della Terza Italia. Tangentopoli spazzò via tutto. Dal 1994 una nuova maggioranza fa sopravvivere l’Italia alla catastrofe culturale del consociativismo clerico-marxista, evidenziato dalla presenza di Rosy Bindi al corteo di Di Pietro. Recuperare la memoria della Terza Italia oggi è complesso. Non ci si arriva moltiplicando le divisioni o esacerbando quelle di un tempo: giacobini, Cattaneo, Cavour, Garibaldi, monarchici sabaudisti, borbonici e via vivisezionando. Occorre ricordare il punto centrale dell’unificazione, chiarissimo nel pensiero di Giolitti: nel 1859-60 l’Italia si libera dalla dominazione straniera e si fa carico della propria storia. Nel settembre 1943 perde malamente la guerra e con essa l’autonomia. Però rimane padrona della memoria. Ecco perché occorre tornare a Giolitti, lo statista del trentennio durante il quale l’Italia “fece da sé” su basi liberali mostrando quanto sancito nel 1848: la differenza di culto non costituisce discrimine tra i regnicoli. 

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