Giuliani scende in campo e rischia tutto

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Giuliani scende in campo e rischia tutto

24 Gennaio 2008

A
Rudy Giuliani piace rischiare. Le presidenziali sono iniziate da tre settimane,
ma il sindaco d’America entra in
gioco solo ora. In molti, negli States,
si chiedono se non sia troppo tardi. Se, insomma, The Mayor riuscirà a recuperare il terreno perduto nei confronti
degli altri candidati repubblicani, McCain in testa.

Giuliani punta tutto sulla Florida, al voto il
29 gennaio (57 delegati, chi arriva primo li prende tutti; primarie chiuse agli
indipendenti). Una strategia inedita, la sua, e soprattutto ad alto rischio. Anche
tra i suoi sostenitori c’è chi non comprende e rumoreggia, come ha scritto nei
giorni scorsi Sam Roberts sul New York
Times
. “When are we going to get in the game?” (Quando scendiamo in campo?), è la
domanda impaziente dei fan di Mayor Rudy,
che hanno visto il loro beniamino inanellare una sconfitta dopo l’altra. Almeno
un paio di questi insuccessi sembrano un controsenso. In New Hampshire,
Giuliani ha investito milioni di dollari. Poi, al momento del voto, si è
praticamente disimpegnato. In Michigan, i sondaggi lo hanno dato in ottima posizione
per buona parte del 2007. Eppure, Giuliani in questo Stato non si è neanche
fatto vedere.

Succede,
così, che dopo la vittoria di John McCain in South Carolina, il sindaco d’America venga superato, nei
sondaggi, dal veterano del Vietnam persino nella sua New York. D’altro canto,
anche in Florida, dove The Mayor ha
piantato le tende da due settimane – ed ha già speso 600 mila dollari in spot
elettorali -, gli ultimi sondaggi lo danno in calo. Sempre a vantaggio di
McCain. Il senatore dell’Arizona, inoltre, ha ottenuto l’endorsement di molti giornali locali e conta sull’appoggio dei
tanti militari e veterani di guerra che vivono in questo Stato governato fino
all’anno scorso da Jeb Bush, fratello del presidente. Di qui, l’attacco di Giuliani contro il suo più temibile
avversario accusato di non essere in linea con i Repubblicani sul tema chiave delle
tasse. Il candidato italo-americano non perde occasione per ricordare che
McCain ha votato contro i tagli fiscali varati da George W. Bush. Immediata la
risposta del veterano del Vietnam: “Io sostenevo i tagli fiscali repubblicani
quando Giuliani appoggiava un Democratico alla carica di sindaco di New York”.
(Nel 1994, Giuliani si espresse in favore di Mario Cuomo contro il repubblicano
George Pataki). Tuttavia, va riconosciuto che la strategia di Giuliani si
basava su una previsione che si è rivelata azzeccata: prima del voto in
Florida, nessun candidato emergerà come incontrastato frontrunner repubblicano. Le primarie del GOP si stanno, infatti, segnalando per un’imprevedibilità senza
precedenti. Huckabee ha vinto in Iowa; Romney in Nevada, Michigan e Wyoming;
McCain in New Hampshire e South Carolina.

Lo
staff di Rudy Giuliani è convinto che, una volta ottenuta la vittoria in
Florida, il Sindaco d’America
risalirà velocemente la china, attrarrà nuovamente l’attenzione dei media e
farà poi il pieno di delegati nel Supertuesday del 5 febbraio. Il messaggio è
chiaro: Florida, fortissimamente Florida.
Rudy non può assolutamente permettersi una sconfitta nel Sunshine State. Il Sindaco
ne è consapevole, tanto da essersi detto certo – come ha rammentato Carl
Campanile sul New York Post – che il
vincitore in Florida sarà anche il candidato alla presidenza del partito
dell’Elefante. “Florida is Rudy Country”, ha affermato durante la
trasmissione Late Edition della CNN.
Quando il conduttore televisivo, Wolf Blitzer, gli ha chiesto perché non abbia fatto
campagna elettorale negli altri Stati, Giuliani ha risposto: “In ragione delle
nostre forze e dei nostri limiti, abbiamo pensato che la cosa migliore fosse
concentrare i nostri sforzi qui, dove in questi giorni ho parlato molto dei
problemi della gente della Florida”. In effetti, Giuliani ha percorso la
Florida in lungo e in largo, a volte facendosi accompagnare da personaggi
famosi come la star del cinema Jon Voigt o dall’ex direttore dell’FBI, Louis
Freeh. Un impegno a tutto campo in uno Stato che rappresenta un po’ un
microcosmo degli Stati Uniti (il 20 per cento della popolazione è
ispano-americana, il 16 afro-americana). Ha tenuto comizi sulla politica
aerospaziale (vicino Cape Canaveral), sui disastri naturali (Katrina qui ha
lasciato il segno), sulla previdenza (in Florida ci sono molti pensionati,
provenienti da altri Stati), sulla difesa dell’ambiente (issue molto sentita da queste parti). A voler fare dell’ironia,
pare che Giuliani più che ad essere presidente degli Stati Uniti si candidi ad
essere governatore della Florida. In fondo, anche in questo caso succederebbe a
un Bush.