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Fase 2

Giustizia, “ripartire” veramente! Appello del Livatino al governo

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Tratto dal sito del Centro studi Livatino

1. Due settori essenziali per la vita nazionale non sono finora rientrati nella “ripartenza”: la scuola e la giustizia. L’anno scolastico è stato dichiarato chiuso, senza alternative, e non è ben chiaro in che modo riprenderanno le lezioni dopo l’estate. Per la giustizia va allo stesso modo, poiché la sospensione delle attività ordinarie è stata fissata fino al 31 luglio, allorché sarà già iniziato il periodo feriale: quindi, salve ulteriori proroghe, si riprenderà a settembre.

Quel contenimento che ha costretto a casa gli italiani nella fase culminante della pandemia si protrae per due territori di rilievo strategico: certo, non si può fare a meno dei supermercati, e per questo – con le cautele del caso – essi sono rimasti aperti anche nei giorni più critici. Ma far permanere il lockdown per altri tre mesi e mezzo, nella migliore delle ipotesi, per le aule scolastiche e di giustizia blocca due snodi cruciali, rischia di produrre danni non riparabili, trasmette il messaggio secondo cui la funzionalità delle palestre, l’accesso ai lidi, e il campionato di calcio – attività in sé importanti, ma attinenti allo svago e al benessere personale – contano più della trasmissione del sapere e della garanzia dei diritti.

Covid-19 non ha messo in crisi scuola e giustizia: lo erano già! Ha accentuato i profili critici già esistenti, e ha costituito l’occasione per il varo di provvedimenti, adottati dall’Esecutivo e avallati dal Parlamento, per un verso paralizzanti, per altro verso difficilmente superabili quando, come tutti auspichiamo, si tornerà alla vita ordinaria.

Lasciando ad altri la questione-scuola, menzionata per constatare come l’ordine di priorità del “rilancio” non coincide con quanto la realtà impone, rivolgiamo questo invito al Governo e ai Leader delle forze politiche presenti in Parlamento perché il sistema giustizia fuoriesca dalla logica del mero rinvio e dal caos operativo nel quale, in virtù dei provvedimenti adottati, è piombato.

2. Nei tre mesi trascorsi i giudizi celebrati sono stati una esigua percentuale rispetto a quelli pendenti, mentre sui Capi degli uffici sono state caricate responsabilità e incombenze al limite delle loro forze – con un personale amministrativo disponibile in ufficio drasticamente ridimensionato -, certamente oltre il limite delle loro competenze. Come hanno osservato autorevoli giuristi, e come sancito in circostanze analoghe dalla giurisprudenza (Cass., SS.UU., 26972/2008; Corte Cost., n. 235/2014), l’art. 2 della Costituzione impone un principio di tolleranza dei pregiudizi non gravi. E tuttavia, premesso che la Costituzione non contiene disposizioni che disciplinino l’emergenza, la tollerabilità da parte del nostro ordinamento dello stress cui sono stati sottoposti i suoi fondamenti giuridici deve correlarsi alla intensità della minaccia pandemica: una volta che i contagi calano, e con essi i decessi e i ricoveri, quello stress va gradualmente ridotto.

Il prezzo pagato – lo “stress” – è pesante: basta pensare ai termini di prescrizione e di custodia cautelare sospesi nel settore penale, ai rinvii sine die o a tempi lunghissimi nel civile, ai peculiari problemi di settori come le controversie familiari o i minori.

  • Considerata la percentuale di imputati detenuti il cui giudizio termina con una assoluzione, nessun risarcimento potrà compensare questa protrazione di privazione della libertà non dipendente dagli imputati.
  • Considerata la parte che una giurisdizione civile funzionante ha per la ripresa dell’economia, il blocco di risorse, anche finanziarie, è preoccupante: il c.d. recupero crediti conosce ritardi nell’ottenere provvedimenti ingiuntivi, nell’impossibilità di notificarli, nelle procedure di vendita all’asta dei beni. I dati ufficiali delle procedure concorsuali registrano un accumulo nei conti correnti a esse intestati di circa 10 miliardi di euro: è liquidità sottratta a creditori quali aziende private, enti pubblici, banche, professionisti, privati e famiglie, e quindi all’economia della Nazione.
  • Considerata la peculiare delicatezza del diritto di famiglia e dei minori, i servizi sociali hanno ridotto attività come le osservazioni in spazio neutro, le ispezioni domiciliari e quanto serve per le relazioni al giudice. L’effetto è che, pur non mancando collocamenti urgenti di minori in comunità, l’attività difensiva è ferma, così come le visite dei familiari ai minori, non sostituite neanche dalle videochiamate. Identica stasi connota i procedimenti di famiglia davanti al tribunale ordinario, quando sono controversi l’idoneità genitoriale, il collocamento dei minori, il diritto di visita.

3. Quel che oggi concorre maggiormente al caos non è il virus in sé, bensì le scelte operate per gestirne il contenimento nel settore giustizia. Fin dall’avvio dell’emergenza i decreti legge, le leggi di conversione e i dPCM hanno demandato ai Capi degli uffici giudiziari compiti organizzativi di frequente sconfinati – per previsione normativa – nella regolamentazione dei termini processuali, per es., per chiedere la fissazione delle udienze, e più in generale per stabilire, salvi i casi indifferibili, quali fascicoli rinviare e quali no. Non deve meravigliare l’effetto di ingestibile confusione determinato, se si aggiunge che norme procedurali sono state modificate sensibilmente il giorno stesso in cui entravano in vigore – per es., il processo c.d. “da remoto” -, mentre nel frattempo i Presidenti delle Corti avevano emanato disposizioni in previsione di una disposizione poi abrogata.

Sarebbe fuori luogo elencare esempi concreti di questa giustizia “viralizzata”. Se ne enunciano alcuni tratti comuni:

  1. disomogeneità tra settori della giurisdizione – civile, penale, amministrativo, tributario, minorile -, tra territori, e perfino tra singoli uffici della medesima sede;
  2. tendenziale rinvio in autunno, se non nel 2021, di larga parte dei giudizi;
  3. difficoltà, o frequente impossibilità, di interlocuzione con la cancellerie, in virtù delle limitazioni ad accedere agli uffici, con disorientamento degli utenti anche solo nella conoscenza della sorte (rinvio? a quando?) della singola procedura;
  4. analoghi problemi nell’interlocuzione con gli ufficiali giudiziari, con grave danno per i creditori;
  5. difficoltà nel c.d. smart working. Ha fatto molto discutere il processo “da remoto”, mentre molte sedi giudiziarie non hanno, o non lo hanno efficiente, l’accesso in intranet e nei registri informatici civili. L’ostacolo maggiore per il personale è la preclusione all’accesso da remoto alle piattaforme digitali, che renderebbe più efficace lo smart working.

4. Il Centro studi Rosario Livatino ha fra i propri aderenti magistrati, avvocati, docenti di materie giuridiche, notai: un insieme di sensibilità che permette di affrontare i temi della giurisdizione in un’ottica non conflittuale. Come insegnava Rosario Livatino, circa la  collaborazione fra le varie figure professionali, “la giustizia non è affare di pochi magistrati”. Oggi, ancor meno di quanto non lo sia ordinariamente, non avrebbe senso scaricare responsabilità su questa o quella categoria impegnata in un’aula di giustizia: in particolare, è vero che larga parte dei magistrati ha vissuto il periodo di emergenza con una forte contrazione di lavoro, senza patirne danni in termini di contrazione della remunerazione, come è invece accaduto per altri professionisti; e però coloro che avevano accumulato arretrato ne hanno profittato per azzerarlo, tutti desiderano riprendere quam primum l’attività, in condizioni di sicurezza. Il tema è quali misure concrete condividere per superare una condizione di rassegnata paralisi.

L’invito che rinvolgiamo alle autorità destinatarie è pertanto quello di varare un provvedimento d’urgenza che:

  1.  garantisca l’effettiva sanificazione di tutti i palazzi di giustizia e dei loro ambienti, così come è avvenuto e sta avvenendo per tutti gli immobili relativi ad attività già riprese;
  2.  riporti a omogeneità la disciplina dell’attività giudiziaria sull’intero territorio nazionale;
  3.  disciplini la presenza in ufficio del personale di cancelleria e degli ufficiali giudiziari con quella elasticità di orario introdotta per altri settori già “ripartiti”;
  4.  introduca un protocollo informatico unico di interlocuzione e di trasmissione di atti on line con le cancellerie e gli ufficiali giudiziari, al fine di ridurre allo stretto indispensabile il contatto con l’utenza. Sarebbe singolare aver valutato possibile il processo “da remoto”, averlo anche introdotto, se pure non nella estensione in un primo tempo immaginata, e poi invece non utilizzare il web dove è realmente necessario e non pregiudizievole;
  5.  fissi la “ripartenza” di ogni attività giurisdizionale al 1° luglio 2020, avendo a disposizione l’intero mese di giugno per le necessarie notifiche e per gli altri adempimenti di cancelleria;
  6.  introduca una sezione feriale che, tenendo conto della sospensione a causa dell’emergenza, permetta lo svolgimento – oltre di quanto già previsto nel periodo di ferie – di procedimenti ulteriori su istanza dei difensori;
  7.  al fine di rendere possibile la trattazione dei procedimenti sub 6., consenta ai magistrati di rinunciare – in tutto o in parte – alla fruizione delle ferie. Ciò in assoluta libertà, senza penalizzazione per il mancato esercizio di tale opzione, nella presunzione che il rallentamento del lavoro nei mesi trascorsi è stato patito da larga parte dei magistrati italiani, una parte dei quali intende offrire il proprio contributo alla ripresa;
  8.  faccia cessare al 30 giugno 2020 ogni sospensione di termini, in primis – nel penale – della prescrizione e delle misure cautelari.
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