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La storia del ghetto ebraico di Venezia

Gli ebrei a Venezia, una storia affascinante tra mito e realtà: parla il Dottor Calimani

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Venezia,16/04/2007. Riccardo Calimani presso la sua abitazione nello studio ©S.Casellati/Vision

La città di Venezia ha nella sua storia le fonti di maggior fascino e interesse, forse ancor più che nella sua architettura urbana, unica al mondo. È, dunque, fondamentale conoscere le genti che hanno ideato, costruito e caratterizzato queste opere architettoniche: infatti, non c’è luogo di questa meravigliosa città che non abbia storie da raccontare.

Per questa ragione, abbiamo deciso di intervistare il Dottor Riccardo Calimani, che è un veneziano particolare: di origine ebraica, ingegnere elettronico, laureato in filosofia della scienza all’Università di Venezia. È noto in Italia e all’estero per esser uno dei maggiori studiosi dell’Ebraismo italiano ed europeo. Con lui parleremo degli ebrei a Venezia, del noto ghetto della città, il più antico del mondo. Un rapporto, quello tra la comunità ebraica e questa città, molto interessante ed atipico, sia per l’unicità di Venezia, sia per quella del popolo ebraico.

Dottor Calimani, Venezia e gli ebrei: quando comincia la storia di una delle comunità più importanti d’Italia e d’Europa?

La presenza ebraica in Veneto, nella Laguna veneta, è ben antecedente la creazione del noto ghetto. Già nel 1386 era presente una piccola comunità a Mestre, erano ebrei provenienti da altre parti d’Italia e dalla Germania, quest’ultimi chiamati ashkenaziti. Ashkenaz era il nome dato, in ebraico medievale, alla regione del Reno, regione da cui provenivano gli ebrei ashkenaziti per l’appunto. La comunità si era distinta fin da subito per una importante utilità di tipo finanziario.

Quale?

La Repubblica, o meglio la nobiltà veneziana, quest’ultima intrinsecamente legata al potere politico della Serenissima, non si fidava dei Monti di Pietà, fondazioni religiose cristiane sorte nel Medioevo. Queste fondazioni, questi istituti, che a Venezia sarebbero comparsi molto tardi, erogavano prestiti di denaro di limitata entità, tuttavia non godevano della fiducia di molti nobili veneziani e dei ricchi commercianti della città, che preferivano utilizzare gli ebrei come intermediari finanziari per prestare, talvolta a scopi di usura, grandi quote di capitali finanziari. Bisogna ricordare che per la Chiesa cattolica, molto influente nella Repubblica, l’usura era un peccato grave, mentre ciò non valeva per la comunità ebraica di Venezia e non solo.  La rappresentazione, relativa a quei tempi in particolare, dell’ebreo usuraio è di per sé un mito, come il noto Shylock nell’opera teatrale “Il mercante di Venezia” di William Shakespeare, poiché in realtà gli ebrei agivano come intermediari tra le parti e non come prestatori autentici.

Quanto influì questa loro utilità nella decisione, nel 1516, da parte della Repubblica, di istituire il primo ghetto ebraico del mondo?

Molto, in quanto sarebbe stato, come in effetti è avvenuto, molto più comodo controllare la comunità e controllarne le attività, tra l’altro quest’ultime totalmente tassate. L’istituzione del ghetto veneziano aveva uno scopo prettamente pragmatico. Tuttavia bisogna tener conto di un aspetto importante: la giudeofobia dell’epoca non fu il motivo principale dell’istituzione del ghetto a Venezia, a differenza del ghetto di Roma, sorto nel 1555. A Roma lo Stato Pontificio istituì il ghetto principalmente per convertire gli ebrei romani, obiettivo che non venne ottenuto. A Venezia gli ebrei avevano libertà di culto, certamente anche tra i veneziani vi erano i pregiudizi che in molte città e paesi d’Europa si avevano nei confronti delle varie comunità ebraiche. Il ghetto venne creato nel sestiere di Cannaregio, e l’origine della parola deriva dal fatto che in precedenza, proprio nel quartiere dove sarebbe sorto vi era una fonderia, e quindi dall’italiano getto, sinonimo di fonderia, a “ghèto” in dialetto veneziano. Tuttavia, per intenderci su come veniva trattato uno straniero a Venezia, l’idea del ghetto non è poi così dissimile dall’idea dei fondachi, tenendo conto ovviamente delle dovute differenze e finalità. I fondachi erano degli edifici, degli alloggi per i commercianti stranieri, che spesso avevano funzioni di magazzino, ma soprattutto lo scopo di mantenere la presenza straniera in città sotto controllo, seppur questa presenza era momentanea in quanto composta prevalentemente da commercianti. Il più noto è il Fontego dei Turchi affacciato sul Canal Grande.

Quali sono stati i vantaggi che la città ha avuto dalla propria comunità nel corso dei secoli?

Direi che i vantaggi sono stati reciproci, la comunità ha potuto vivere in relativa tranquillità, sviluppandosi socialmente al suo interno, e soprattutto anche da un punto di vista religioso, con la presenza di ben cinque sinagoghe, emerse a distanza di pochi decenni l’una dall’altra: due di rito ashkenazita, la Scola grande tedesca e la Scola canton, fondate tra il 1527 e il 1532, la Scola levantina, fondata nel 1541 dai primi ebrei sefarditi espulsi dalla Spagna nel 1492, la Scola ponentina o spagnola, fondata nel 1581, e la Scola italiana, fondata nel 1575. Nel corso del XVI secolo arrivarono dalla Spagna e dal Portogallo numerosi ebrei sefarditi, dal nome ebraico dato alla Spagna, Sefarad. Gli ebrei sefarditi non si prestavano alla funzione di intermediari finanziari come gli ebrei ashkenaziti e gli ebrei italiani, erano anzi abili commercianti che avevano girato in lungo e in largo il Mediterraneo, portando a Venezia importanti beni e continuando la loro attività in una delle città più ricche e popolate d’Europa, che da ciò aveva innegabilmente tratto un vantaggio. Un ulteriore vantaggio per Venezia fu la creazione di una vera e propria industria del libro ebraico, di una grande e notevole stampa dei libri all’interno del ghetto, facendo di Venezia un centro culturale per gli ebrei di tutto il mondo, assieme alla nascita dell’Università ebraica, il maggior organismo culturale della comunità.

Vi è stata una integrazione atipica rispetto ad altre città italiane ed europee?

Certamente, ma ciò è dovuto al fatto che Venezia era una città atipica e unica rispetto alle altre città d’Italia e d’Europa, sotto moltissimi punti di vista.

Nel 1797 con l’arrivo di Napoleone e la caduta della Repubblica, anche il ghetto venne definitivamente aperto, cessando così di esistere.

Sì, le porte del ghetto vennero rimosse definitivamente, dopo l’epopea napoleonica e il Congresso di Vienna, che aveva assegnato Venezia al Regno Lombardo-Veneto, che faceva parte dell’Impero austriaco, l’idea del ghetto divenne un ricordo storico. Troppi mutamenti politici e sociali vi erano stati nei 18 anni trascorsi tra il 1797 e il 1815. L’Europa era cambiata e non sarebbe stata più la stessa. La comunità, tuttavia, rimase comunque in larga parte all’interno di quello che era ormai l’exghetto.

Il  XIX secolo vide profonde trasformazioni anche all’interno dell’ebraismo, in particolar modo la nascita dell’ebraismo riformato, laico per molti aspetti, e, per riflesso, la comparsa di molte correnti ebraiche ortodosse, ligie alla tradizione e all’osservanza, nonché la nascita del sionismo. La comunità veneziana venne segnata da questi cambiamenti?

No, a Venezia la comunità, che contava e aveva sempre contato poche migliaia di individui, era ancora ortodossa, tuttavia ortodossa “all’italiana”, nel senso che era ben integrata con la popolazione, negli usi e costumi, e ciò valeva per tutti i quasi 50 mila ebrei italiani. Niente di paragonabile alle comunità ebraiche dei paesi dell’Est, alle varie correnti o ramificazioni dell’ebraismo ortodosso sorte in Polonia nel XVIII secolo, dove la comunità ebraica locale superava i 3 milioni e dove era ben evidente la differenza, in questo caso soprattutto negli usi e costumi, tra ebrei e non ebrei.  La comunità, a partire dalla fine del XIX secolo, avrebbe visto un continuo decremento demografico.

Che cosa hanno significato per la comunità le leggi razziali, la Seconda guerra mondiale, e come è cambiata dal dopoguerra ai giorni nostri?

Gli ebrei veneziani, dapprima discriminati dalle leggi razziali del 1938, sarebbero andati incontro, per fortuna non la maggioranza, ad un tremendo destino. Con l’occupazione nazista dell’Italia, nel settembre 1943, anche per gli ebrei veneziani la situazione precipitò tragicamente: la deportazione avvenne attraverso varie retate tra il 1943 e il 1944. Dei 254 ebrei veneziani arrestati e deportati, ne sopravvissero pochi. La comunità, a guerra conclusa, seppe comunque rialzarsi, e a Venezia arrivarono altri ebrei, da tutta Europa, fuggiti dai paesi che avevano conosciuto più da vicino l’olocausto e che non avevano più un paese tranquillo dove abitare, visti gli effetti tremendi, da un punto di vista politico, della guerra. Con la fondazione dello stato d’Israele, nel 1948, molti di essi si trasferirono in Palestina. Oggi la comunità ha numeri ridotti, si parla di qualche centinaio di persone, tuttavia la vita al suo interno è ancora fervente, con eventi e ricorrenze, in particolar modo nel Museo ebraico, la vita religiosa nelle sinagoghe, la presenza di numerosi turisti, sia italiani che stranieri.

Lei Calimani ha scritto vari libri sulla storia del ghetto, sulla storia degli ebrei italiani e sull’ebraismo. Certamente è uno dei più esperti studiosi dell’ebraismo in Italia. Quale sua opera, oltre a quelle storiche, può consigliarci per capire di più il carattere degli ebrei, di questo popolo per molti aspetti disgraziato ma allo stesso tempo affascinanante e geniale?

Consiglierei “Non è facile essere ebreo. L’ebraismo spiegato ai non ebrei”, un libro assai recente. Tuttavia, scrivere un libro, per lo meno certi libri, è sempre un atto per certi aspetti di presunzione, ed è per questo che consiglio anche “Gesù ebreo”, un libro in cui ho cercato di dimostrare e spiegare l’inscindibile fratellanza tra l’ebraismo e il cristianesimo delle origini, e di quanto abbiano in realtà in comune ebrei e cristiani.

Grazie per la bella discussione Calimani.

Grazie a lei Umberto.

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