Haiti. Ancora 13 italiani mancano all’appello, si teme per la vita di 3 di loro

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Haiti. Ancora 13 italiani mancano all’appello, si teme per la vita di 3 di loro

16 Gennaio 2010

Cresce l’angoscia per i nostri connazionali che mancano ancora all’appello mentre arrivano dall’Italia ad Haiti i primi aiuti alla popolazione colpita dal terremoto e comincia l’evacuazione degli italiani. Sono tredici qli italiani che ancora mancano all’appello malgrado la ricerca casa per casa e per altri 3 "si teme il peggio".

Tra i sopravvissuti invece, una quindicina lascia la devastazione e la disperazione nelle quali è piombato il Paese caraibico. I 3 italiani per i quali c’è maggiore preoccupazione sono i due funzionari dell’Onu, forse sepolti dalle macerie dell’hotel Christopher (quartier generale delle Nazioni Unite a Port-au-Prince), e un uomo che sarebbe rimasto intrappolato in un supermercato crollato. I primi due sono Guido Galli, agronomo di 45 anni, che, secondo quanto confermato dalle Nazioni Unite alla sorella Francesca a Firenze, si trovava al Christopher per una riunione quando tutto è crollato, e Cecilia Corneo, 39 anni – la cui famiglia risiede ad Arona -, data per ‘missing’ dallo staff Onu. Il terzo sarebbe invece Antonio Sperduto, di origine irpina.

Già da domani dovrebbe cominciare a funzionare l’ospedale da campo portato a Port-au-Prince da un C-130 dell’Aeronautica militare con personale della Protezione civile. La struttura è localizzata in un’area all’interno del compound dell’ospedale pediatrico Saint Damien, gestito dalla Fondazione Rava-Nph Italia, dove già operano i primi medici della Protezione civile arrivati due giorni fa con l’advanced team del governo italiano.

L’ospedale è una palazzina coloniale a due piani, con un giardino e un bel patio centrale. I feriti, soprattutto bambini, sono assiepati ovunque: lungo i corridoi, ma anche nel giardino che sembra un ospedale all’aperto, sotto le piante, su lettighe, materassi, per terra. Al cancello si accalcano decine di madri con in braccio bimbi feriti, qualcuno chiede notizie dei propri cari. I piccoli hanno subito soprattutto traumi ortopedici, hanno le manine o i piedi ingessati, altri sono rimasti gravemente ustionati. Alle spalle dell’ospedale c’è un terreno grande quanto un campo da calcio, finora coltivato a mais, che i medici della Protezione civile hanno preparato per accogliere prima l’ospedale da campo, e poi una grande tendopoli che accoglierà i degenti.

"Domani – racconta Alessandro Rubino della Protezione civile – partiranno tutte le operazioni. Ma qui già da giorni stiamo facendo un grande lavoro. Non solo curiamo i bambini ma anche gli adulti. Avremo molto più materiale. In più tra tre giorni arriverà un altro aereo con la tendopoli che costruiremo sempre qui dentro. A quel punto avremo la possibilità di avere tra le 100 e le 200 persone degenti. Trasferire tutte queste persone all’ospedale avrà un significato di sicurezza. Finora l’ospedale ha retto ma non sappiamo che cosa potrebbe accadere in futuro". È lo stesso C-130 che porta il primo gruppo di italiani, una quindicina tra feriti leggeri, donne e bambini, che rimpatria nella vicina Santo Domingo da dove rientrano in Italia con il Falcon che ha portato sull’isola l’advanced team.