Happy New Year America!
29 Dicembre 2007
di Redazione
Dunque, ci siamo. Il 2008 è dietro l’angolo. L’anno delle presidenziali americane. Nel giro di qualche settimana, anche in Italia, i nomi dei candidati alla Casa Bianca diverranno famigliari al grande pubblico. E, come da tradizione nel Bel Paese, scopriremo di avere non solo 56 milioni di Ct della Nazionale di calcio, ma anche 56 milioni di esperti americanisti! Noi del blog Pennsylvania Avenue vi raccontiamo (bene o male, spetta a voi dirlo) questo lungo viaggio verso la Casa Bianca già da 10 mesi. Come passa il tempo! Non è stato un vezzo cominciare così presto ad occuparci di Romney, McCain e delle star Hillary, Giuliani ed Obama. Questa campagna presidenziale, infatti, passerà alla storia come la più lunga delle competizioni per lo Studio Ovale. Era perciò importante “essere presenti” da subito ai nastri di partenza della maratona verso Pennsylvania Avenue 1600.
Ovviamente, entrando nel vivo della competizione, negli States si accenderà il tifo per l’uno o l’altro candidato. A casa nostra, invece, le presidenziali offriranno l’occasione ad altri “tifosi” di alzare i propri cori. Mi riferisco ai “filoamericani senza se e senza ma” e agli “antiamericani ora e sempre”. Per i primi, Washington ha sempre ragione. Gli orrori di Abu Ghraib sono danni collaterali di una guerra inevitabilmente sporca contro un nemico sfuggente come il terrorismo. Guantanamo? Un’anomalia accettabile per i motivi di cui sopra. Ai corifei dell’unilateralismo duro e puro andrebbe ricordato che il sistema multilaterale come lo conosciamo oggi (pieno di falle, ma questa è un’altra questione) è storicamente un’idea americana. Il Palazzo di Vetro si staglia nello sky line di Manhattan. Non è accanto alla Tour Eiffel di Parigi. Per i secondi, molto più numerosi e agguerriti dei primi, Washington ha sempre torto. Gli USA non si impegnano fattivamente nel processo di pace in Medio Oriente? I soliti yankee egoisti, troppo occupati ad ingrassarsi. Ma appena l’amministrazione americana (democratica o repubblicana conta poco) entra in gioco e cerca di mediare tra le parti, ecco che subito qualcuno si alza a denunciare l’ingerenza dell’impero americano. E giù con le teorie del complotto. A costoro, vorrei rivolgere una semplice domanda: vi siete mai chiesti in che mondo vivremmo se 15 anni fa (non 100) la Guerra Fredda l’avesse vinta l’Unione Sovietica?
Queste visioni ideologiche non ci appartengono e da esse cerchiamo di rifuggire. Pennsylvania Avenue nasce per raccontare “con mano leggera” – come giustamente ha sottolineato il direttore de “L’Occidentale”, Giancarlo Loquenzi – un evento che, ci piaccia o meno, riguarda anche noi di qua dall’Atlantico. Di fondo, c’è una sincera simpatia per il popolo americano, maturata negli anni, e l’apprezzamento per la democrazia statunitense, che nonostante i suoi vecchi difetti e i nuovi acciacchi resta straordinariamente vitale. Vale la pena di aggiungere una riflessione: le due visioni pregiudiziali, in un verso o nell’altro, nei confronti degli Stati Uniti, si riverberano anche sull’approccio al grande tema della pace. A noi non piacciono i “desk warrior”, quelli che seduti comodamente alla propria scrivania propongono una guerra permanente. Quelli, insomma, che pochi giorni dopo la presa di Baghdad, affermavano: “Ora si va a Teheran”. E non ci piacciono neppure i “pacifinti”. Non è un refuso, ribadiamo pacifinti, perché costoro con i costruttori della pace (che a volte sfilano anche, ma soprattutto agiscono nel silenzio) hanno poco a che vedere. I pacifinti scendono in piazza solo se c’è una “guerra americana” da denunciare. Gli altri conflitti non destano la loro attenzione. Dicono di amare la pace. Sulle loro magliette, tuttavia, non si trova l’effige di Gandhi o Nelson Mandela, ma quella del guerrigliero Che Guevara.
Il mondo ha bisogno degli Stati Uniti d’America e gli Stati Uniti d’America hanno bisogno del mondo. Un’affermazione che suona banale. Eppure oggi sono tanti (troppi) a sostenere il contrario, in un senso o nell’altro. L’augurio che rivolgiamo dunque all’America (e a noi stessi) è che il prossimo presidente, chiunque esso sia, possa guidare la Repubblica stellata con saggezza e lungimiranza. Happy New Year America!
