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Honduras, Uruguay e Bolivia: il punto sulle ultime elezioni in Sudamerica

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Sono stati mesi intensi dal punto di vista elettorale, quelli appena trascorsi in America Latina, con tre paesi, Uruguay, Honduras e Bolivia che hanno scelto il loro nuovo presidente (nel caso della Bolivia si è trattato di una conferma) ed un altro, il Cile, che si appresta a farlo nel ballottaggio di gennaio. Scenari differenti con alcuni punti in comune. La crisi mondiale ha portato moderazione e rinsavimento e nessuno dei vincenti ha  lanciato strali contro il libero mercato puntando invece ad una possibile statalizzazione; le coalizioni ed i candidati della sinistra hanno rivisitato il socialismo del XXI secolo e sono passati ad una politica apparentemente più “illuminata” o alla ricerca di grandi coalizioni. Sono state anche delle elezioni in cui si è cercato di mettere al bando l’ipocrisia: niente più propaganda contro il “demonio americano”, niente più moralismi su risorse energetiche e nucleare.

In Honduras, lo scorso 29 novembre si è chiuso il sipario sulla sciagurata gestione di Manuel Zelaya, prima aspirante caudillo esiliato, poi finto rivoluzionario protetto dal Brasile ed ora alla ricerca di un asilo d’oro. Ha vinto il candidato di destra Porfirio Lobo del Partido Nacional con largo margine sul candidato di sinistra Elvin Santos (62 per cento contro il 33 per cento dell’avversario). Il suicidio del Partido Liberal, prima con Zelaya e poi con la gestione militarizzata del “golpista” in giacca e cravatta Micheletti, potrebbe essere un bene per il paese, prossimo ad una stagione di distensione interna e a nuovi rapporti con gli Usa, che dopo le prime riluttanze stanno convincendo il Brasile ed i partner sudamericani a riconoscere il nuovo corso e favorire una doverosa pacificazione.

In Uruguay, nella stessa giornata del voto honduregno, l'ex guerrigliero tupamaro José Mujica vinceva per il Frente Amplio con il 53,2 per cento contro il 42,7 per cento di Luis Alberto Lacalle. Una vittoria semplice nei numeri ma non nei fatti. Il Frente Amplio ha un solo senatore ed un solo deputato in più dell’opposizione e Mujica sta concertando una possibile larga coalizione. Sebbene l’Uruguay abbia registrato una crescita dell’1 per cento nel 2009, il nuovo presidente non può permettersi di sottovalutare la coda della recessione ed un’ampia disoccupazione né di affrontare da solo altri temi annosi come la richiesta di una posizione più attiva nel Mercosur e la prosecuzione dei progetti di investimento sull’energia idroelettrica, sugli idrocarburi e sulle industrie di pasta di cellulosa della Botnia sul Rio Uruguay, oggetto di una lunga controversia con l’Argentina davanti alla Corte Internazionale dell’Aia con un verdetto probabilmente sfavorevole previsto a gennaio. Mujica ha promesso di ispirarsi a Lula piuttosto che a Chávez e dato ampio mandato a Danilo Astori, espressione dell’anima moderata del Frente ed esperto economista.

In Bolivia, stesso presidente ma aria diversa. Evo Morales ed il suo "Movimento per il Socialismo" si sono riconfermati alla presidenza ed al Congresso con un vero e proprio plebiscito (63 per cento dei consensi) contro il rivale Manfredo Reyes Villa ed il Plan Progreso fermi al 28 per cento. Il manifesto di Morales però sembra contenere degli elementi di discontinuità rispetto al passato: un progetto economico quinquennale per l’industrializzazione e l’esportazione del litio (la Bolivia è il paese con il maggiore potenziale di litio al mondo, ricavabile dall’immenso giacimento salino del Salar de Uyuni), l’espansione del mercato del gas e del rame, l’avvio di scambi aperti anche ai paesi esterni all’ALBA e normalizzazione dei rapporti con gli Usa e mano tesa ai dipartimenti dissidenti occidentali che minacciarono un anno fa la secessione. Come dire, è un Morales più politico e meno cochalero quello che si vedrà nei prossimi cinque anni.

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