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I colpi bassi di D’Alema e Bersani

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Lentamente, cercando di non farsi notare troppo, i dalemiani si stanno dislocando nelle trincee giuste per colpire duro dopo le elezioni. Se Veltroni non ce la facesse a pareggiare, inizierà in men che non si dica la “guerra di movimento”.

Baffino ha lasciato cadere un giudizio sulla campagna elettorale del Pd che non  costituisce certo una promozione a pieni voti. Anzi, suona come una mezza bocciatura. “Si può fare”, lo slogan forte di Walter, copiato da quel “Yes, we can” che tanto ha giovato ad Obama, è – secondo Massino – “un po’ moscio”. Forse era meglio una sana traduzione alla lettera: “Sì, noi possiamo”. Il siluro è partito a pranzo fra una chiacchiera e l’altra e il tono della critica non è sembrato particolarmente acido. Eppure, accidenti se non è una stroncatura! Che cosa vuoi dire di peggio di un’operazione propagandistica? “Moscio” è il contrario di quello che bisogna fare e dire in campagna elettorale. Vuol dire che non scompagina i giochi dell’avversario, non entra nelle discussioni della gente,  non buca lo schermo.

Il giorno dopo l’attacco di Baffino, è toccato ad un suo uomo, Bersani, sparare soavemente contro Veltroni: “Bisogna che sia più esplicito con gli industriali, che chieda il loro voto senza troppe cautele”. Capito? Anche qui l’accusa è di scarsa efficacia, di un coraggio dimezzato.

I due colpi sono partiti subito dopo l’intervista autogol della buona balia Goffredo Bettini. Incredibile a dirsi, è stato proprio l’uomo più vicino a Walter a fissare l’altezza dell’asticella aldisotto della quale finirebbe la leadership veltroniana: “Se il Pd non raggiunge il 35 per cento, potremmo andarcene”. La percentuale non è proibitiva, ma nemmeno a portata di mano: insomma un traguardo di difficoltà medio-alta. Al loft le dichiarazioni di Goffredone hanno creato prima sconcerto, poi rabbia. Dicono che qualcuno dei Walter boys – in genere molto silenziosi – si sia lasciato andare ad un liquidatorio: “Ma questo è cretino?”. Veltroni ha taciuto, ma ha subito cercato di metterci una pezza dichiarando che smetterà di fare il leader del Pd solo se e quando a chiederglielo sarà il “popolo delle primarie”. Come dire: “Non sperino D’Alema e compagni di farmi fuori con una congiura di palazzo. Ci vorrà un voto della base”. Un modo quantomeno per prendere tempo.

E Fassino, che farà? Silenzio totale sul fronte birmano, così chiamato perché l’ex segretario del Ds è stato incaricato di occuparsi dei misfatti della dittatura orientale. Le questioni di casa nostra per il momento sono fuori dalla sua portata. Ma, c’è da giurarlo, se Veltroni perderà, anche lui tornerà in partita.

Politica guardata dal buco della serratura? Sicuro, ma questa campagna elettorale non è di quelle che si fanno apprezzare per le grandi novità né per la capacità di fare i conti con i grandi problemi del mondo. Tutto è piccolo piccolo. Solo Berlusconi ha qualche colpaccio di genio tipo Alitalia. Quanto a Veltroni, dopo aver “venduto” alcune candidature come le “figurine Panini”, niente di eccitante: solo le solite e un po’ usurate promesse.

Nella noia di questa campagna elettorale, c’è qualcuno che sta affilando i coltelli. Il 13 e il 14 si voterà e poi – solo dopo – inizieranno i duelli veri. Walter è avvisato.

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2 COMMENTS

  1. L’analisi è giusta, solo
    L’analisi è giusta, solo che Gabriella Mecucci è un po’ faziosa e non dice che se salta Veltroni, salta anche l’ipotesi di riforma elettorale di tipo bipartitico che vuole anche Berlusconi. I dalemiani sono per la legge tedesca e questo sinificherebbe un vantaggio soprattutto per Casini. Il Pdl invece perderebbe il principale alleato.Gianluca

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