I comunisti non mangiano i bambini. Ma tutto il resto sì
12 Giugno 2007
di Redazione
La lettura delle intercettazioni tra D’Alema, Fassino,
Consorte, Ricucci e il resto della compagnia non ci interessa tanto sul piano
penale, quanto su quello antropologico. Quelle righe confuse e spezzate di
colloqui telefonici, quegli ammiccamenti, il gergo da bar sport, quel parlare
di soldi altrui senza pudori, il mettere assieme danaro e politica come fossero
tutt’uno, non è spazzatura ma prezioso
materiale di studio.
Sbriciola definitivamente quel residuo di prosopopea morale,
di supponenza, che finora ha fatto percepire le vari incarnazioni del Pci come
il luogo dei diversi e dei migliori. Quel residuo che ha permesso ai D’Alema e agli
altri di quel partito di parlare sempre da un ideale pulpito di virtù, qualche
gradino sopra la folla.
Il vizio di guardare gli interlocutori dall’altro in basso,
di alzare il sopracciglio e arricciare un poco il naso mentre si attraversa quasi
per caso l’agone infetto della politica è tipico di quel collettivo umano e politico rappresentato dai
dirigenti diesse di oggi. Ed è un vizio
terribilmente irritante quando motivato da una qualche effettiva alterità
morale, ma diventa ridicolo quando si è impastati nello stesso fango.
Non è un fatto personale, non ci interessa il caso di questo
o di quello, piuttosto osserviamo con lo sguardo attento da entomologo un
fenomeno naturale che sospettavamo come ipotesi e che ora l’osservazione
empirica conferma.
Sono anche loro della stessa specie.
