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I costituzionalisti contro la riforma delle telecomunicazioni

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Giuseppe De Vergottini: «Il modo naturale per raggiungere l’obiettivo della tutela del pluralismo consisterebbe, secondo una  opinione che l’iniziativa legislativa fa propria, nell’adottare e far rispettare normative antitrust. Ma la commistione fra norme antitrust e di tutela del pluralismo esterno risulta essere una peculiarità del tutto nazionale  che non risulta condivisa a livello comunitario».

Gian Michele Roberti: «Il dibattito sull’assetto giuridico del sistema radiotelevisivo italiano – per il momento approdato al testo consegnato nel ddl Gentiloni – presenta un aspetto per certi versi paradossale: ci si riferisce alla circostanza che se, da un lato, la riflessione svolta in sede nazionale dichiaratamente si ispira – e in misura crescente – a principi e nozioni di fonte – o comunque di derivazione – comunitaria, dall’altro, tali nozioni sono poi state trasposte, in ambito nazionale, in modo distonico e, per certi versi, del tutto incongruente rispetto al quadro europeo di riferimento».

Nicolò Zanon: «Nel disegno di legge “Gentiloni” la individuazione della posizione dominante è svolta con norma che - pur ovviamente presentandosi come dotata degli abituali caratteri di generalità e astrattezza - è in realtà una legge provvedimentale, in quanto è molto facile comprendere quale sia lo specifico soggetto che è intenzione legislativa “individuare” e sanzionare. Si tratta in altre parole di una disposizione di legge che, per un verso pecca di eccessiva “astrattezza”, dall’altro pecca di eccessiva “concretezza”».

Giuseppe Morbidelli: «Se la finalità di utilità sociale che si vuole perseguire è quella di salvaguardare la concorrenza, la limitazione della libertà di iniziativa economica predisposta dal disegno di legge Gentiloni appare del tutto irragionevole e sviata.[…] Se il fine è invece da individuare nella tutela del pluralismo esterno ex art. 21 Cost., lo sviamento è reso palese dal fatto che esso va garantito, eventualmente, fissando un tetto alle reti nazionali in capo ad uno stesso soggetto, ma una volta che tale limite è rispettato - e comunque per il tempo in cui è rispettato - non si può strangolare economicamente un’emittente limitando l’offerta nel mercato della raccolta pubblicitaria televisiva».

Ida Nicotra: «La mancata specificazione puntuale dei settori della normativa di settore soggetti ad abrogazione e l’affidamento della medesima alla mera opera “interpretativa” del Giudice in virtù di quello che, a conti fatti, sarebbe un giudizio meramente discrezionale, si configura come un’assai probabile lesione delle garanzie da cui la materia radiotelevisiva, soggetta al duplice vincolo degli artt. 21 e 42 Cost., è protetta, a cominciare dalla riserva assoluta di legge».

Giovanni Pitruzzella: «In realtà nessuna disciplina anti-trust persegue il fine di mercati equi o di proporzionata distribuzione. E comunque anche un tale fine potrebbe essere ottenuto con mezzi meno traumatici del taglio di fatturato a un operatore: una diminuzione del canone compensata da una maggiore quota oraria di spot vendibili dall’azienda di servizio pubblico sfocerebbe in una distribuzione più equilibrata dei ricavi pubblicitari; una più celere diffusione della tecnologia digitale terrestre o della larga banda, in quanto abbassa le barriere all’ingresso, aumenterebbe il numero degli operatori televisivi disseminando gli introiti e riducendo la concentrazione2. Sotto questo profilo la scelta normativa non appare neppure congrua alle previsioni del diritto comunitario3, bensì del tutto arbitraria».

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