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I Democratici cominciano a stancarsi del duello Obama-Clinton

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C’era una volta in casa democratica l’entusiasmo, la speranza anzi la convinzione che le presidenziali del 2008 sarebbero state un trionfo, il riscatto tanto agognato in questi otto lunghi anni di amministrazione Bush. Il partito finalmente compattato, prevedevano i maggiorenti democratici fino a qualche mese fa, avrebbe scelto il suo campione dopo un sereno ed entusiasmante confronto. L’impopolarità del presidente uscente, le divisioni interne ai repubblicani, l’assenza di un candidato del GOP preminente rispetto agli altri avrebbe fatto il resto. Un sogno che rischia di tramutarsi in incubo, mentre la leadership democratica sembra essere sull’orlo di una crisi di nervi.

A marzo inoltrato, è ormai evidente che né Hillary Clinton né Barack Obama riusciranno a conquistare la nomination prima della Convention di Denver, in programma a fine agosto. Dopo le ultime due nette vittorie del senatore dell’Illinois (Wyoming, l’8 marzo; Mississippi, l’11) appare ancor più bizzarra la proposta della ex First Lady ad Obama (formulata dopo il voto in Ohio e Texas del 4 marzo) di farle da vice in un “dream ticket” per la Casa Bianca. “Non si è mai visto”, ha detto con ironia Obama, “che chi è secondo in una corsa proponga a chi è primo di fargli da vice”. Il senatore afro-americano mantiene un buon margine di vantaggio nella conta dei delegati (secondo la CNN, siamo a 1597 contro 1470). Proprio mentre Obama festeggiava la vittoria nel Mississippi, è arrivata per lui un’altra buona notizia: l’uomo del “yes we can” si è aggiudicato il voto nei caucuses del Texas (dopo un conteggio durato una settimana) ridimensionando la vittoria di Hillary nelle primarie texane (lo “Stato della stella solitaria” ha un sistema misto di voto). Tuttavia, Obama è ancora molto lontano dal “magic number”, quel 2025 che corrisponde ai delegati necessari ad ottenere la nomination del partito dell’Asinello.

L’establishment democratico teme sempre più uno stallo foriero di nuove lacerazioni nell’elettorato a tutto vantaggio di John McCain. Anche perché, nonostante gli appelli a moderare i toni, i due contendenti democratici hanno ingaggiato un duello senza esclusione di colpi che rischia di danneggiare irrimediabilmente il vincitore al momento della sfida con il veterano del GOP. Hillary Clinton e alcuni uomini del suo staff sono arrivati addirittura ad affermare che McCain sarebbe un miglior comandante in capo di Obama. Affermazione che ha infastidito i vertici del partito democratico e che ha fatto dire alla speaker della Camera, la battagliera italo-americana Nancy Pelosi, che è impossibile anche solo pensare ad un’accoppiata Obama-Clinton per le presidenziali del 4 novembre. Ad arroventare il clima ha contribuito infine, in queste ultime ore, l'ex candidata democratica alla vicepresidenza Geraldine Ferraro che ha attaccato Obama con toni da alcuni ritenuti razzisti.

La Ferraro, travolta dalle polemiche, ha dovuto dimettersi dal suo incarico nella campagna elettorale della Clinton. Come se non bastasse, Obama e Hillary stanno bruciando milioni di dollari l’uno contro l’altro%2C mentre il senatore repubblicano, ottenuta la nomination, li sta mettendo in cassaforte in vista della battaglia finale. Che nel partito democratico si viva un momento segnato da timori e confusione lo dimostra in particolare la vicenda del voto in Michigan e Florida. Questi due Stati decisero di non rispettare il calendario delle primarie stabilito dal “Democratic National Committee”, l’organo centrale del partito, e di votare anticipatamente per acquisire maggiore importanza. Per tutta risposta, il partito ha azzerato i delegati dei due Stati (un bottino complessivo di ben 366 delegati). Di qui, il voto surreale, avvenuto a gennaio, in cui gli elettori sono andati alle urne pur sapendo che non avrebbero eletto alcun delegato alla Convention. I due Stati furono vinti da Hillary Clinton, ma né in Florida né in Michigan i candidati si impegnarono in una vera campagna elettorale. In Michigan, Obama addirittura ritirò il suo nome dalla scheda. Ora, però, c’è chi propone di perdonare i due Stati ribelli e di riandare al voto. In una lettera congiunta, pubblicata dal “Washington Post” di martedì scorso, i governatori democratici di New Jersey e Pennsylvania scrivono che sarebbe inopportuna l’incoronazione del candidato democratico da parte dei superdelegati (parlamentari e altri leader del partito non eletti nel corso delle primarie), quando i delegati di due grandi Stati (che potrebbero essere decisivi) non vengono conteggiati. Jon S. Corzine e Edward G. Rendell chiedono perciò che si ritorni alle urne in Michigan e Florida e che il partito paghi le spese elettorali (“meglio pagare oggi che il 4 novembre”, è la loro tesi).

Quest’ultima richiesta, però, trova l’opposizione del chairman del “Democratic National Commitee”. Howard Dean, pur non dichiarandosi contrario al voto, ha già dichiarato che il partito non ha soldi da spendere. D’altra parte, Clinton e Obama sono in contrasto anche sulla modalità della nuova votazione: il senatore afro-americano è per i caucuses, Hillary li avversa. Aspettando le primarie in Pennsylvania, il prossimo 22 aprile, tiene dunque banco un voto di due mesi fa. E pensare che la ex First Lady, in un’intervista del 15 gennaio alla “Public Radio” del New Hampshire, aveva sentenziato: “Il voto in Michigan? Non conterà nulla”.

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1 COMMENT

  1. Questa situazione di stallo
    Questa situazione di stallo indubbiamente potra’ arrecare un vantaggio al candidato repubblicano, specie tra gli indecisi. Ultimamente anche negli States, la campagna elettorale sta scivolando nel gossip piu’ che su questioni programmatiche.

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