I giochi di potere di Putin in medioriente
24 Agosto 2007
Le dichiarazioni rilasciate agli inizi del mese dall’Ammiraglio Vladimir Masorin, comandante della marina russa, secondo le quali Mosca intende ristabilire una presenza navale permanente nel Mediterraneo, sono valutate attentamente da Washington a Tel Aviv. Nonostante sia finora da intendersi più come un aspirazione che come un dato di fatto, questa mossa politica sosterrebbe una miriade di implicazioni da analizzare, che vanno dal monopolio della Sesta Flotta statunitense sul potere navale regionale, all’affidabilità delle vie d’approvvigionamento energetico nelle aree transcaucasiche e nordafricane.
Tuttavia l’impatto geopolitico più devastante potrebbe verificarsi in seguito all’intenzione della Russia di riattivare le proprie basi navali in Siria, situate sin dai tempi della guerra fredda nei porti di Tartus e Latakia. L’aumento dell’arsenale della Siria nella regione, prevedono gli analisti, potrebbe complicare i tentativi occidentali di pacificazione in Libano e nei territori palestinesi. Inoltre, i sistemi di difesa e di sorveglianza nei pressi delle installazioni russe potrebbero modificare l’equilibrio militare nella zona a scapito di Israele. Un briefing dell’intelligence su stratfor.com informa che: “La presenza navale russa in prossimità delle coste siriane permetterebbe al regime del Presidente Bashar al-Assad di attrezzarsi meglio per contrastare un possibile attacco da parte degli USA o di Israele … I russi sarebbero in grado di offrire un’ottima polizza assicurativa. Nonostante Damasco non possa contare [sulla Russia] per difendere concretamente gli interessi della Siria, la sola presenza russa andrebbe ad incidere sulle prospettive di rischio per Israele e renderebbe ad esempio i passaggi aerei a bassa quota sulla residenza estiva di Assad molto più pericolosi”.
Il 720 esimo Punto di Supporto Logistico a Tartus giace in disuso dal 1991, quando l’Unione Sovietica implose. In ogni caso, resta l’unica base militare russa situata al di fuori della federazione di stati indipendenti post-sovietica. L’anno scorso la Russia ha iniziato a riordinare gli impianti a Tartus e ha avviato la costruzione di un nuovo porto a Latakia.
Le notizie dalla Russia informano che i programmi di Mosca sono fonte di “seria preoccupazione” per Israele, dove le fonti di intelligence riportano il timore che le basi russe “divengano centri principali di sorveglianza elettronica e di difesa aerea, e che in quanto tali rappresentino una minaccia per la sicurezza nazionale di Israele”.
Il quotidiano Kommersant afferma che i progetti russi sono ancora lontani dall’attuazione. Gli analisti reputano che la marina russa, data la perdurante scarsità delle proprie risorse, incontrerebbe difficoltà ad estendere le proprie operazioni al Mediterraneo -persino avvalendosi dell’aiuto delle flotte baltiche e nordiche, come prospettato dall’Ammiraglio Masorin. Tuttavia, come nota il Kiev Post, la collocazione temporanea della flotta russa in stanza nel Mar Nero presso la base di Sebastiopoli è legata a doppio filo con i rapporti difficili tra l’Ucraina e Mosca -ed in ogni caso terminerà nel 2017, richiedendo una nuova negoziazione oppure un dislocamento ad altre sedi.
Temendo la possibile reazione di Israele, la Siria nega qualsiasi intenzione di ospitare una nuova presenza militare russa. Ma nell’oscuro mondo della politica mediorientale, tali affermazioni non vengono interpretate letteralmente.
Le precedenti collaborazioni della Siria con Mosca ed il loro traffico di armi, unitamente ai buoni rapporti di entrambe con l’Iran, vengono reputate prove concrete per un logico e futuro passo verso l’accordo per nuove basi. Secondo alcune fonti, Damasco potrebbe minacciare di concedere il via libera ai russi se il proprio contributo -peraltro in costante aumento- alla causa degli Stati Uniti in Iraq non risultasse in nuove concessioni in Libano, o in una garanzia da parte di Washington di non perseguirvi politiche di regime change.
Il Presidente Vladimir Putin, impegnato in una sfida personale per il primato militare e diplomatico globale con gli Stati Uniti, potrebbe anche stare utilizzando le basi navali in Siria come pedine. Gli analisti ritengono che queste potrebbero essere impiegate sia per accrescere il peso della Russia nel processo di pace condotto dagli USA, sia per influenzare le future scelte politiche siriane -a seconda di dove si collochi di volta in volta l’interesse di Mosca.
Secondo Dmitri Trenin del Carnegie Endowment for International Peace, i pragmatici (e per implicazione amorali) fautori della politica estera di Mosca stanno “cercando nuove opportunità, dovunque esse si possano trovare”. Il che significa aumentare la propria influenza, nello specifico in Medio Oriente.
Per questo motivo, afferma Pavel Baev dell’Eurasia Daily Monitor, Putin sta giocando sicuro, aspettando di vedere come si svilupperanno le crisi gemelle in Iran e Iraq. Un esempio: ora che gli Stati arabi stanno freneticamente cercando di sviluppare programmi nucleari per eguagliare l’Iran, la Russia vuole la sua parte di guadagno dal risultante giro di affari nel Golfo. Allo stesso tempo, Mosca sta aiutando l’Iran a completare la centrale nucleare di Bushehr.
A monte di tutto questo, prosegue Baev, appare evidente che la Russia sia determinata a trarre profitto da quella che reputa un’opportunità irresistibile: il mutamento di poteri che risulterebbe da un’eventuale sconfitta americana in Iraq. “Nei probabili e illimitati giochi di potere che potrebbero verificarsi, la Russia non avrebbe alleati ma beneficerebbe di una libertà di manovra ottimale e sfrutterebbe il vantaggio di non dover temere un’eventuale crisi del petrolio”. “Dichiarando la propria aderenza alle dottrine del pragmatismo, Mosca sta di fatto abbracciando l’antiamericanismo come idea politica guida”. Giocare con le basi militari in Siria è soltanto parte di un più ampio e sfacciato progetto per sfidare la leadership regionale e globale degli USA.
Simon Tisdall, assistant editor del quotidiano britannico The Guardian(Traduzione di Alia K. Nardini)
