I guai di un leader che non pensa più alla contrattazione

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I guai di un leader che non pensa più alla contrattazione

22 Ottobre 2007

Sono un paio di settimane che siamo disturbati dagli “stupiti”: ma come si poteva pensare che tanti corressero in piazza con Beppe Grillo? Che la Michela Vittoria Brambilla riempisse la Fiera di Roma? Che andassero a votare tanti lavoratori e pensionati al referendum di Cgil-Cisl-Uil? Che tanti partecipassero alla manifestazione di An? Che tanti si mettessero in fila per eleggere Veltroni? Che centinaia di migliaia sfilassero all’appello di Manifesto e Liberazione?

Forse nella prima occasione ci si poteva stupire, ma dopo il refrain “chi lo avrebbe mai potuto dire” diventa stucchevole. Chi “non prevedeva” fa parte delle élite che considerano il popolo bue e inconsapevole. In realtà i cittadini hanno la loro bella testa sulle spalle, sanno che il governo ha portato il Paese in un vicolo cieco, e cercano come possono di indicare la loro via di uscita: a destra, a sinistra, a sinistrissima. Che sia una situazione pre-elettorale è ultraevidente. E in questa situazione evitare il voto, non può che intorbidire i rapporti civili.

Tra i tanti “stupori”, vorrei spendere qualche parola su quello per la manifestazione estremistica di sabato 20 ottobre. Quelle centinaia di migliaia di persone che hanno sfilato a Roma avevano come spina dorsale dell’organizzazione della loro presenza, la Fiom-Cgil. Quella Fiom data da una analisi superficiale come sconfitta dal referendum sull’accordo di luglio.  Quest’ultimo giudizio nasceva dalla comparazione della consultazione dei lavoratori del 1995 sulla legge Dini e quella dell’autunno del 2007 sul protocollo welfare e pensioni. In realtà nel primo caso si dava un giudizio di merito sulla riforma Dini e si aveva la possibilità di “tornare indietro”, nella seconda si dava un voto sui gruppi dirigenti Cgil-Cisl-Uil, senza possibilità di tornare indietro, se non alla pura applicazione della legge Maroni e della legge Biagi così come erano. In queste condizioni, senza diritto di parola, per la Fiom prendere il 20 per cento di tutti i voti dei lavoratori e pensionati convocati da Cgil-Cisl-Uil è una grande vittoria, tenendo conto che i metalmeccanici guidati da Gianni Rinaldini hanno il 5 per cento della Cgil e con le altre “aree” estremistiche arrivano sì e no al 14 per cento.

Proprio perché non sono stati “sconfitti”, i fiommini hanno partecipato in tanti a Roma e non si sono leccati le ferite a casa loro né si sono fatti intimidire dai diktat di Guglielmo Epifani.

Con la vertenza dei metalmeccanici aperta, con le fabbriche del settore, a iniziare dalla Fiat, che si devono ancora ben rimettere in piedi o comunque devono fronteggiare emergenze come l’euro forte, la forte combattività fiommina su una linea radicale non è un bel segnale.

Ma è abbastanza noto che chi semina vento, raccoglie tempesta. Luca Cordero di Montezemolo ha attaccato la gestione di Antonio D’Amato che puntava a un confronto franco e aperto sui temi della contrattazione e del mercato del lavoro (e aveva così isolato Cgil e Fiom), ha riempito di sciocchezze pagine e pagine di giornali sull’esigenza del “fare squadra” – che tradotto in soldoni significava non disturbare il bell’addormentato nel bosco Epifani e non andare a seri confronti con la Fiom -, ha cacciato proprio le fabbriche che rappresenta direttamente, quelle del gruppo Fiat, in un brutto pasticcio che richiederà molto impegno per essere superato.

Certo, il voto della consultazione di ottobre ha dato grande forza a una Cisl veramente riformista che ha il consenso della stragrande maggiornaza dei lavoratori: però anche quell’indicazione è in parte condizionata dal peso del pubblico impiego (oggi decisivo nella Cgil e molto condizionante nella Cisl) che produce difficoltà nei tagli alla spesa pubblica.

E comunque anche l’intelligente disponibilità modernizzatrice della Cisl può essere sfruttata solo se il gruppo dirigente confindustriale si concentra sulle questioni della contrattazione, piuttosto che sui sistemi elettorali politici o sull’abolizione delle province e delle comunità montane.