Home News I magistrati sono uomini deboli come tutti noi

L'analisi

I magistrati sono uomini deboli come tutti noi

1
303

Sinceramente, lo spaccato che ci restituiscono i dialoghi captati tra magistrati e diffusi in questi giorni non mi scandalizzano affatto per il loro contenuto.

Trovo infatti assolutamente normale che, se la legge ha disegnato un sistema di nomine tale da sbarrare la strada a criteri meritocratici oggettivi e trasparenti, e se la magistratura ( unico esempio al mondo) si è organizzata secondo “ correnti politiche”, siano le logiche di “ appartenenza”, se non le relazioni personali con chi detiene le redini del consenso, l’unico o il principale parametro selettivo per l’attribuzione dei diversi incarichi.

Ciò che lascia tuttavia interdetti è il profilo psicologico di quanti, in qualità di PM o di Giudici, non hanno mai nutrito alcuna remora a perseguire sul terreno penalistico noti esponenti della classe politica, del mondo imprenditoriale, dell’ambiente sanitario o dell’Accademia, per comportanti da loro serbati in vista di nomine o di concorsi pubblici a ben vedere perfettamente rispondenti alle stesse “consuetudini” interne alla magistratura che oggi vengono alla luce.

Sorge spontaneo chiedersi, quale può essere l’alibi “ morale” che elabora un uomo per giustificare a se stesso per infliggere ad altri delle indicibili sofferenze nella repressione di condotte simile alle sue?

Quale credibilità potranno riconoscere i cittadini italiani agli esponenti del moralismo giudiziario, dopo aver scoperto che per assurgere a quelle funzioni si deve scelto scendere agli stessi compromessi su cui si costruito anatemi e procedimenti per corruzione, traffico di influenze illecite o altri gravi reati?

Quale perverso meccanismo psicologico, quale ego smisurato, quale mancanza di senso del limite, possono condurre una persona ad ergersi a censore di quei costumi in realtà caratterizzanti i suoi stessi atteggiamenti?

E tali angosciate domande si propongono viepiù notando come questo sentimento di superiorità si manifesti persino nell’agone pubblico, dove i magistrati tendono ad esibire una purezza esteriore che, tuttavia, secondo quelli che sono i canoni di valutazione da loro stessi sbandierati, non corrisponde a una purezza interiore.

Da qui, l’apprezzamento per quei magistrati silenziosi, sobri, equilibrati, umani, che svolgono il loro lavoro consapevoli di essere preda, come chiunque, delle naturali debolezze umane e, per questo, sono inclini a giudicare il prossimo con prudenza e pudore, consci che solo DIO ( per chi ci crede) può puntare il dito e che loro, al di là dei compiti che gli affida la legge, non detengono alcuna patente morale per valutare i contegni di un altro uomo.

Più che interdetto, crea invece un senso di autentico terrore, aprire gli occhi su una realtà che noi avvocati abbiamo sempre sospettato ma che ci illudevamo fosse diversa, in considerazione della comune appartenenze di giudici e PM ad uno stesso ordinamento, e, purtroppo, ad uno stesso sistema.

Si capisce perfettamente, infatti, che le carriere dei giudici dipendono spessissimo dai rapporti con PM “ politicamente” influenti e addirittura da un loro personale interessamento, tanto da indurli a ricercare un “ aggancio” diretto, talvolta, non si può negarlo, abbassandosi a livelli poco consoni rispetto all’ importanza della funzione svolta.

Ebbene, quale serenità e imparzialità di giudizio potrà caratterizzare le decisioni di quanti, in veste di giudicanti, si ritrovano assegnatari di processi importanti, che possono rappresentare uno spartiacque per la fama e le ambizioni di quegli stessi PM in grado di determinare le loro carriere?

Il senso di gratitudine, le aspettative future o anche solo l’umana tendenza a non scontentare il “santo” a cui bisognerà forse votarsi un domani per ottenere la promozione agognata, rischiano di rappresentare, in questo quadro, delle variabili fondamentali per la sorte dei processi “politicamente” e “mediaticamente” sensibili.

Questa è purtroppo la componente oscura di un sistema correntizio che non assicura la terzietà del Giudice e favorisce anzi il suo esatto contrario, lasciando al cittadino soltanto la speranza, ma non la certezza, di riuscire davvero a trovare buona fede e intima imparzialità in chi deve decidere le sue sorti.

Ma l’uomo e, dunque, il magistrato è debole e, per questo, dovrebbero essere le regole e non la buona volontà di pochi valorosi, a garantire alla collettività un giusto processo.

Bisognerebbe quindi cambiare le regole e introdurre correttivi volti a rendere meritocratiche e trasparenti le progressioni di carriera e ad evitare sinistre commistioni tra giudici e PM.

Il primo obiettivo si ottiene pubblicando, non già solo le impersonali statistiche degli uffici giudiziari, bensì quelle dei singoli magistrati, che, adesso, sono protette come il terzo segreto di Fatima.

Tali statistiche dovrebbero poi essere formulate con metodo analitico, ovvero indicando anche la tipologia dei procedimenti trattati e definiti onde consentire di verificare se il magistrato sia realmente laborioso ed efficace nella sua azione, oppure se si dedichi essenzialmente alla trattazione di procedimenti definiti con moduli ciclostilati.

Si allude, ad esempio, alle migliaia e migliaia di procedimenti contro ignoti ( si pensi ai furti in abitazione, di auto ecc.), che vengono quotidianamente archiviati dai PM con un timbro apposto su uno scatolone che li contiene tutti.

Questi procedimenti “ fanno numero” e “ dopano” le statistiche, concorrendo alla formazione della non fedele immagine di una magistratura italiana estremamente produttiva ( nonostante la nostra giustizia non funzioni) e non permettendo di distinguere tra magistrati bravi e non bravi al momento delle promozioni.

Una volta imposta la pubblicità e l’analiticità delle statistiche di ciascun magistrato, sulla base di esse dovrebbero essere decisi gli avanzamenti di carriera, senza al contempo rinunciare ai “titoli” consistenti in pubblicazioni scientifiche o in sentenze di particolare rilievo tecnico.

Occorrerebbe poi la “ madre” di tutte le riforme, ovvero la separazione delle carriere di giudici e PM affinché, da un lato, il percorso formativo dei primi sia improntato alla cultura della terzietà e non alla condivisione di una mentalità inquisitoria, dall’altro, le carriere di chi deve decidere non siano condizionate dalla parte del processo che accusa.

Ma ad oggi simili speranza appaiono purtroppo alquanto illusorie, perché la politica non avrà mai la forza per affrontare questi nodi in quanto nutre troppa paura della magistratura e del suo smisurato potere e non si azzarderà mai a varare riforme alle quali la stessa si è sempre opposta al fine di conservare i suoi privilegi corporativi.

La politica preferirà piuttosto continuare ad intessere rapporti trasversali, di natura sostanzialmente partitica o anche solo di carattere personale, che si sposano perfettamente con le logiche correntizie, con i privilegi corporativi e con la propagandistica affermazione dell’indipendenza della magistratura.

Questo atteggiamento, d’altronde, è umanamente comprensibile, giacché chi ha provato a cambiare le cose, tentando di eliminare o anche solo di attenuare le incrostazioni corporative della magistrature, è stato massacrato e fatto fuori e, come scriveva Alessandro Manzoni, “ Il coraggio, uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare’”

  •  
  •  

1 COMMENT

  1. Però, a differenza di tutti noi hanno trattamenti privilegieti e non pagano quasi mai per i loro errori. Proviamo a fare giudicare gli errori commessi dai magistrati dal “Popolo” invece che dai loro colleghi.

Aggiungi un commento

Please enter your comment!
Please enter your name here