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I pochi superstiti della narcotizzazione di massa

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Il virus ha come ibernato le nostre vite. Narcotizzati dalla paura e assuefatti all’ozio, viviamo rassegnati questo lento e progressivo scivolamento verso l’apatia e la sospensione delle nostre libertà e occupazioni in nome della tutela della salute.

Sorge il dubbio che stipendi pubblici sicuri, pensioni e rendite sostentino grande parte della popolazione che, quindi, si lascia volentieri cullare dal dolce far nulla, protetta dall’alibi del virus.

Evidentemente la maggioranza degli italiani vive bene senza dovere lavorare e arricchirsi nello spirito.

Pochi si chiedono se la situazione sia veramente tale da giustificare una limitazione, tendente a sfociare nella compressione, di libertà fondamentali e della stessa tenuta economica del Paese. Pochi si chiedono se i numeri giustificano il prolungato blocco di un’intera nazione.

Pochi osservano che il Covid 19 non si è dimostrato un flagello lungo tutta la Penisola, ma solo in alcune aree, magari – il tempo si incaricherà di dimostrarlo o smentirlo- a causa dell’isteria provocata da un’informazione martellante ed esasperante, che ha provocato panico di massa, con conseguente “ contagio” da ospedalizzazione che ha funzionato da propellente per l’esplosione del virus. Pochi si chiedono cosa sarebbe successo se il virus avesse continuato a circolare diluito tra la popolazione senza generare terrore, come pare stesse avvenendo da molti mesi prima dell’innesco dell’onda anomala verso gli ospedali scatenata dalla notizia del c.d. paziente 1 di Codogno.

Forse gli infettati e il numero dei decessi sarebbero stati di meno anche in Lombardia, come le esperienze di alcuni paesi a capitalismo e democrazia avanzati, dove la chiusura non è avvenuta o è stata all’acqua di orse, dimostrano? Pochi si chiedono cosa accadrebbe ogni anno, se TV e mezzi d’informazione in generale cominciassero a bombardarci con il quotidiano aggiornamento dei contagiati e dei morti da malattie respiratorie ( che nel marzo 2019 si sono attestati a quota 15 mila). Forse la reazione di paura non ci indurrebbe sempre a segregarci in casa?

Pochi si chiedono se il lockdown sia stata realmente una scelta utile, atteso che, da un lato, i contagiati in Lombardia si sono praticamente stabilizzati senza calare in modo deciso, dall’altro, la molteplicità di contatti sociali che comunque è continuata ( pensiamo ai supermercati, alle poste, alle banche ecc.) non pare avere provocato l’incremento esponenziale e massiccio dell’infezione. Pochi si chiedono se sarebbe stata più opportuna una chiusura selettiva, delle zone e delle fasce della popolazione maggiormente coinvolte dal fenomeno.

Anche la voce della maggioranza di quegli intellettuali sempre in prima fila a denunciare presunti attentati alla Costituzione consumati da facili bersagli politici, si fatica a sentire, probabilmente soffocata dal senso di smarrimento collegato all’affacciarsi della banale verità secondo cui vivere comporta rischi.

Evidentemente più che la Costituzione potè la paura e la trasformazione dell’emergenza sanitaria in emergenza democratica ed economica non pare avere scosso quanti affollavano teatri e studi televisivi in difesa della Carta.

Qualcuno, però, nonostante il sentimento di paura generalizzato abbia annientato l’attitudine al ragionamento e all’autonomia di pensiero, tenta, con la bussola della logica, di orientarsi con indipendenza di giudizio, senza rassegnarsi alla Repubblica dei virologi. Virologi i quali, sia detto per inciso, prima hanno escluso rischi, per poi limitarsi a dispensare i “ consigli della nonna” ( lavati le mani e resta a casa). Ma sono pochi a porsi certe domande, forse, perché, non sono così tanti quelli che debbono lavorare per vivere, angosciandosi per i nefasti effetti di questa forma di anestetizzazione diffusa.

Sono pochi, evidentemente, quelli privi di tutele e paracadute o magari ancora ammaliati da quello che in questo paese sta diventando l’utopico desiderio di stravaganti sognatori, ovvero coltivare qualche ambizione di realizzazione personale e di apportare un qualche contributo alla collettività. Sono pochi, insomma, ad essere obbligati dalla vita a tentare di fendere la nebbia del senso comune dietro cui si nasconde – Alessandro Manzoni docet- il buon senso.

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