I prezzi aumentano e l’Antitrust lancia la crociata contro i pastai
24 Dicembre 2007
L’impennata dei prezzi dei
prodotti alimentari negli ultimi mesi è un fenomeno serio. Molto meno seria è
la maniera in cui l’antitrust sta affrontando il problema. L’Antitrust ad
ottobre ha intrapreso due surreali crociate per fermare i responsabili dei rincari
della pasta e del pane. Al banco degli imputati sono finiti prima
l’associazione di categoria dei panificatori romani, poi quella l’Unione
Industriale Pastai Italiani ed UnionAlimentari, associazione delle piccole e
medie imprese italiane del settore agroalimentare. Negli ultimi giorni, la
seconda istruttoria è stata estesa a 29 fra le più importanti imprese pastaie
nazionali.
Ma l’accusa di aver cospirato
alle spalle del consumatore per innalzare il prezzo di pane e pasta è
credibile? Il temibile cartello romano della rosetta sembrerebbe formato da
8000 panettieri, pronti a reagire di concerto all’indicazione di alzare il
prezzo. All’occulta intesa dell’orecchietta dovrebbero soggiacere le 29 aziende
direttamente implicate, le 160 iscritte all’UNIPI, e le 2000 di
UnionAlimentari: questi numeri, da sé, rendono surreale l’ipotesi di accordo
avanzata dall’antitrust nostrano. Perché tenere un cartello è una cosa
difficile e rischiosa. Bisogna innanzitutto mettersi d’accordo: immaginate una
riunione di condominio con 8000 panettieri e 2000 pastai! Bisogna poi far
rispettare le decisioni prese, e se il mercato è frammentato, non vi sono le
condizioni né per scovare i membri che hanno deciso di “scartellare”, né per imporgli
delle sanzioni credibili.
Inoltre, nei mercati in questione
vengono scambiati beni piuttosto disomogenei: l’acquisto di un pacchetto di
trafilata al bronzo artigianale non è uguale a quello di un pacco di pasta
comune, e chi compra il pane alle noci in un forno non è lo stesso consumatore che
afferra una confezione di pane a fette al supermercato. Diverse aziende servono
questi diversi consumatori, queste imprese hanno diversi target a cui
rivolgersi, diverse scale dimensionali e diverse strutture dei costi: difficile
immaginare che riescano a mettersi d’accordo su un’unica strategia, figurarsi
farlo in segreto. Il fatto poi, che pane e pasta vengano molto spesso venduti
al consumatore con l’itermediazione della grande distribuzione, un acquirente
abbastanza grande e sofisticato da influenzare contrattazione dei prezzi a
proprio favore, e garantire al cartellista disposto a tradire l’accordo
segretezza e stabilità della relazione commerciale rende ancora più instabile
l’ipotetico cartello.
Tutto ciò ci porta a sospettare
che l’ACGM sia stato vittima di una psicosi cospirazionista, di facile appeal
fra i consumatori esasperati dagli aumenti dei prezzi, ma che non trova
riscontro alcuno nella realtà. Anzi, il polverone che solleva impedisce di
vedere con occhio critico le trasformazioni che sta affrontando il mercato.
Pastai e panificatori hanno portato a loro difesa un aumento del prezzo delle
materie prime impressionante: il costo del grano infatti, è aumentato del 50%
circa nell’ultimo anno, ed il prezzo di un chilo di farina di semola da 24
centesimi a 35 centesimi di euro.
Questo è perfettamente in linea
con quanto osservato sui mercati internazionali, dove il costo dei prodotti
agricoli sta crescendo vertiginosamente. Questo è dovuto in parte alla nuova
domanda dei paesi emergenti, che crescono e, giustamente, chiedono più cibo,
in parte all’ultima perniciosa moda ecologico-statalista: quella dei carburanti
prodotti a partire da materiale vegetale. Per capire quanto assorba questo
mercato, basti pensare che per riempire il serbatoio di una macchina di grande
cilindrata servono circa 100
litri di etanolo, pari a 210 kg di mais ( che basterebbero
a fornire le calorie necessarie per nutrire una persona per un anno). Una
normale riallocazione verso un utilizzo più efficiente di una risorsa? Nient’affatto:
quella dei biofuel non è una scelta del mercato, ma è stata trainata da
imposizioni di quote nel mix energetico e da continue sovvenzioni. Il povero
consumatore non solo paga il pane più caro perché qualcuno ha deciso di
incentivare un prodotto: ma anche l’energia, ed prima è stato più pesantemente
tassato per finanziare i sussidi. A chi vogliamo dare la colpa del rincaro,
quindi ai panificatori o ai pianificatori?
