I pugili cubani mettono ko Gianni Minà
27 Febbraio 2008
di Redazione
“Eravamo io, Fidel, Paco Peña, Compay Segundo, Sotomayor,
Ivan Pedrosa, …”. La recente staffetta tra il Líder máximo e il fratello Raul
non poteva certo passare inosservata sotto gli occhi d’un testimone d’eccezione
della storia cubana, l’ormai metafisico Gianni Minà, lui in persona e lui nello
spirito dell’imitazione che ne fa Fiorello,
più vera del vero.
A proposito della strana copia e di un’originale lettura
della realtà dei fatti, riguardanti l’isola. La sezione ‘Altri mondi’ della
Gazzetta dello Sport ospita un commento del direttore editoriale di
Latinoamerica, l’indomani dell’annuncio ufficiale marca Avana (anche un
dittatore ha diritto alla pensione, anche per un rivoluzionario conservare la
salute è prima di tutto un dovere). Il grande giornalista si fa piccolo piccolo
riscrivendo dell’ormai ex Presidente del Consiglio di stato, guardato con
deferenza dal basso verso l’alto, su fino a quota 188 cm. Che fisico, il
personaggio. E che statura politica, l’uomo grazie al quale un paese
“assediato” dagli americani “ha potuto raggiungere risultati insperati” in
svariati campi del sapere e del vivere comune. Per esempio “nell’educazione,
nella sanità, nella cultura”. Appena? Non solo, anche nello sport.
“Per chi, come me, viene dal giornalismo sportivo, ha sempre
destato ammirazione il fatto che Cuba sia diventata, dopo gli Stati Uniti, la
potenza agonistica più importante del continente americano: che vinca una
trentina di medaglie ogni Olimpiade, mentre nazioni sorelle ed enormi, come
Brasile e Messico, non vadano oltre 5 o 6. Ne ho parlato con Fidel Castro in
una delle due lunghe interviste che mi ha concesso. Citando i trionfi nel
baseball, nella boxe e nell’atletica di Ana Fidelia Quirot e del grande
Juantoreña (oro a Montreal nei 400 e negli 800), sostenne con orgoglio che era
tutto merito di un’organizzazione sobria ma efficiente che, sotto un’apparente
confusione, forniva ai ragazzi cubani le motivazioni, ma anche la possibilità,
la cura, l’assistenza per lottare e magari vincere. Sta in questo il segreto
della longevità politica della rivoluzione” (dal giornale dello scorso 20/2).
Ora, va bene tutto. Va bene il calcolo della “potenza
agonistica”. Va bene l’approssimazione della trentina di medaglie ogni
Olimpiade (che sarebbero pure qualcuna di meno, e solo dai Giochi di Barcellona
1992 a oggi, all’epoca delle 34 discipline per un totale di quasi mille allori
messi in palio). Va bene l’ammirazione per i trionfi altrui, messa nel conto
del matematico internazionalismo di sempre, da sommarsi in funzione
anti-imperiale. Va bene tutto, va bene il baseball, va bene la boxe, va bene
l’atletica. Ma fino a un certo punto: anche una propaganda da record deve
riconoscere i suoi limiti, non può mica oltrepassare la soglia del ridicolo o
del paradosso. Va bene l’esercizio retorico, ma qui si esagera. Qui si fa della
parodia, sia di se stessi sia del regime.
L’organizzazione dello sport cubano non è “sobria ma
efficiente” per l’intero popolo, per “i ragazzi cubani” nessuno escluso. E
nemmeno presenta “un’apparente confusione”. Figurarsi, preordinata e
gerarchizzata così com’è, di trafila in trafila. Macché, “il segreto della
longevità” della scuola campioni castrista risiede all’opposto nella sua selettività,
nella sua sistematica programmazione, nella sua ricerca della performance che
fa forte il paese perlomeno sul diamante, sul quadrato di un ring, su una pista
in tartan. Olé! Vana e magra consolazione per troppi giovani malnutriti o
denutriti, e quindi inadatti allo sforzo fisico aerobico e anaerobico. Solo gli
atleti più promettenti meritano un minimo investimento, al massimo uno stage
all’estero: e l’utilizzo delle migliori strutture, con l’accesso ai servizi più
comodi. Chi ce la fa veste orgoglioso la divisa della nazionale. Chi ha della
stoffa può mostrare al mondo il marchio dello sponsor tecnico (la solita
perfida multinazionale americana). Chi ha dei numeri realizza presto che
l’esercizio della libera professione di sportivo – altrove pratica molto
richiesta e molto ben remunerata – a Cuba non ha futuro, non è permessa se non
con speciali deroghe politiche, non concede margini di diritti e realizzazione
personale. Questo è quanto, altro che l’altro mondo ai confini della realtà.
I fatti e i misfatti sono ampiamente dimostrati dalle prove
offerte – dalle testimonianze rilasciate –
dagli atleti esuli e fuggiaschi degli ultimi decenni, molti in
particolare tra i pugili. Per un Teofilo Stevenson degli anni Settanta
(dichiarazione da leggenda, appunto: “Cosa
valgono cinque milioni di dollari, quando ho l’amore di cinque milioni di
cubani?”) ci sono stati cento talenti (o semplici, onesti mestieranti)
che si sono realizzati in Europa, nella vicina Florida, in altri stati
americani dell’Est, in Nevada e in California. Non tutti hanno fatto carriera.
Tanti hanno smesso e si sono concessi altre opportunità di lavoro e di
guadagno. Pochi sono comunque rimasti nel giro, magari come allenatori e
addirittura come organizzatori: è il caso di Tony Gonzales e Felix Zabala, due
dei primi boxeur scappati a suo tempo dall’isola. Tutti si sono infine
ritagliati uno spazio di libertà, un margine di benessere e di gratificazione.
Ai punti, una bella vittoria.
