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Un anno di social network

Ieri si discuteva in piazza oggi si cinguetta su Twitter anche in Italia

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L’agorà del passato oggi si chiama Twitter. Appena centoquaranta caratteri, quanto un sms praticamente, per rispondere a una semplicissima domanda : “Che cosa stai facendo?”. Politici, sportivi, star, giornalisti, tutti twittano, letteralmente cinguettano. La twitter-mania, che negli Usa non fa già più notizia, è ormai scoppiata anche in Italia, tanto da coniare un nuovo verbo “twittare” che, quando serve, può essere addirittura coniugato. Massima sintesi per raccontare vizi, virtù, voglie, pensieri a chiunque sia “in ascolto”. Nato nel 2006 da un’idea di Jack Dorsey e Biz Stone per organizzare party e serate mondane, Twitter non sarà ancora una miniera d’oro ma di certo fa impazzire tanti vip nostrani e d’oltreoceano.

Dopo un primo momento di fatica, la corsa del sito di microblogging è iniziata quando personaggi del calibro di Barack Obama, Oprah Winfey, che da sola ha fatto registrare a Twitter un’impennata di utenti del 24% in un giorno, Demi Moore con compagno e la stessa Rania di Giordania, hanno iniziato ad invadere la rete con i loro cinguettii. Una moda che in tre anni ha conquistato l’America e che cresce più di Google e del rivale per antonomasia, vale a dire il buon “vecchio” Facebook.

Su twitter.com sono più di nove milioni gli americani iscritti, anche se secondo una ricerca Nielsen, il 60%, passato l’entusiasmo iniziale, abbandona il sito dopo il primo mese di curiosità. Eppure, in tanti lo usano e molti lo adorano. Solo quest’anno i membri del Congresso americano hanno twittato per trasmettere commenti, la regina Rania lo ha trasformato in un diario del viaggio del Papa in Giordania e le aziende hanno cominciato a servirsene per farsi pubblicità con spot da 140 battute. Di fronte a un’onda gigantesca come quella di Twitter, c’è chi, come il Times, ha invocato la morte, a dire la verità annunciata ormai da tempo, della carta stampata a favore di un giornalismo fatto di quattro, cinque parole al massimo.

In Italia Twitter è un diario, ma soprattutto si diffonde come scambio di informazioni. Flash “twittati” e diffusi da Beppe Grillo al Sole 24 Ore, da Rai News 24 a Dago Spia, fino ai “comuni mortali” che cinguettano, più o meno allegramente, fra battute e commenti di ogni tipo. Una rivoluzione nella maniera di comunicare che ha coinvolto anche i politici italiani, un esempio sono stati i candidati alle primarie del Partito Democratico che hanno twittato in tempo reale durante la loro corsa elettorale. Se in Italia Twitter piace soprattutto a trentenni e quarantenni e a coloro che erano rimasti ancora vergini rispetto ai social network, Facebook attira soprattutto i più giovani.

La creatura di Mark Zuckerberg, ormai cinque anni compiuti, è ora strumento politico, ora gioco tra ragazzi. Facebook può aiutare o spaventare, può essere momento virtuale e ideale di aggregazione per chi, come nel caso della manifestazione “No B-Day” del 5 dicembre, voglia organizzare politicamente una comunità ma anche espressione di solidarietà o condanna (da ultimo il “caso” Tartaglia e l’aggressione al premier Berlusconi). Su Facebook c’è anche spazio per chi, come due ragazzi aquilani, ha fantasia da vendere. È il caso di Francesco Paolucci e Mauro Montarsi che sfruttando il tam tam sul sito hanno pubblicizzato il loro blog diceche.com per sorridere, spesso con una punta d’amarezza, dopo il sisma del 6 aprile scorso coinvolgendo oltre 1.700 contatti.

Quest’anno, nella classifica dei social network più diffusi, la corona va senza dubbio a Facebook, che con una crescita quasi del 200% rispetto al 2008 si conferma re incontrastato del suo regno. Al secondo posto c’è My Space, un tempo primo della classe, che resiste sul podio dominando il 30% delle reti sociali. Un po’ più giù arriva Twitter, che però registra la crescita più elevata, praticamente un’esplosione pari al 1.170%. Nonostante l’enorme successo c’è chi, come la rivista Newsweek non è per niente fiduciosa e, alla fine dell’anno, ha annunciato la morte di Twitter prevista per il 2010 oramai alle porte. A confermarlo sarebbe la scarsa fidelizzazione che gli “amatori” dei social network hanno e quindi la loro innata predisposizione al tradimento, vale a dire, a passare da un sito all’altro indifferentemente. Se questo è il futuro non si sa, quello che è certo per il momento è che si continuerà a twittare ancora per un po’.
 

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