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Il blu e il verde? Sì, ma senza ideologia

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Gadamer, sulla scia del suo maestro Heidegger, ci ha insegnato che il pregiudizio è non solo inevitabile, ma anche necessario per avviare la comprensione di un testo o di un qualsiasi evento umano. Tutto sta poi a svolgerlo mettendolo in tensione con l’opera o l’evento concreti e facendo emergere, da questa dialettica, un giudizio razionale (anche se non razionalistico) che può tanto confermare il pregiudizio di partenza quanto contraddirlo. Debbo dire che la lettura dell’ultimo libro, appena uscito e molto pubblicizzato, di Luciano Floridi, professore italiano di filosofia ad Oxford, ha confermato buona parte dei pregiudizi negativi trasmessimi dal titolo e con i quali mi sono avvicinato ad esso. Partiamo dal titolo, allora: Il verde e il blu. Idee ingenue per migliorare la politica (Cortina, pagine 278, euro 16). L’autore del saggio potrebbe essere tranquillamente un politico e non un filosofo, ad esempio Ursula von der Leyem che proprio sulla piattaforma programmatica di ridisegnare il futuro su uno sviluppo delle tecnologie digitali (il blu) e dell’economia sostenibile (il verde) è diventata presidente della Commissione europea. In verità, da un po’ queste idee sono diventate un senso comune fra i politici progressisti e dettano agende, con più o meno successo, a ogni livello decisionale. Si tratta forse di idee buone, non necessariamente di sinistra (è ovvio che tutti dovrebbero rispettare l’ambiente), ma è indubbio che in mano a quei politici esse siano diventatate una sorta di ideologia, sottraendosi ad ogni esame critico e anzi bollando chi, prima di accettarle, vorrebbe ragionarci su, come un individuo a dir poco immorale. Ora, da un filosofo, sula scia di Socrate, ci si aspetterebbe che mettesse in luce gli aspetti di criticità delle ideologie dominanti: questa è la sua missione, esercitare il dubbio. Un filosofo che invece la visione mainstream la assume in pieno, anche con indubbia maestria come è il caso di Floridi, si tramuta per ciò stesso in un esperto, cioè si propone come “consigliere del principe”. Attività legittima, per carità, ma non proprio “filosofica” nel senso classico del termine; o che almeno i filosofi dovrebbero svolgere separando i due aspetti. Invece, nel libro di Floridi c’è una continua commistione di teoria e pratica, una non separazione fra il momento descrittivo e quello prescrittivo. Che è poi, a mio avviso, uno dei problemi di molta cultura occidentale attuale: cioè di non conservare uno spazio di autonomia alla riflessione culturale, in primis a quella filosofica che non può ridursi a una filosofia scientificizzata e che ragioni “in positivo”. D’altronde, il libro vuole offrire “idee per migliorare la politica”, non solo per comprenderla nella sua possibile declinazione verde-blu. L’idea, come dice a più riprese Floridi, è quella di creare una “buona politica”, che viene sintetizzata soprattutto nelle cento proposte che troviamo nel penultimo dei venti capitoli che compongono il libro. Proposte che sono presentate in modo molto assertivo, come in verità è tutto il libro. Nel quale si trovano anche degli interessanti accenni di spiegazione, che però (probabilmente per la destinazione larga del volume) non vengono articolati. Molto condivisibile è l’idea di lavorare sulle relazioni piuttosto che sulle cose, perché la “rete” e non la “cosa” è l’essenza sempre più evidente del nostro mondo e di quello che ci aspetta.

Spostare l’attenzione su quella che Floridi chiama la Ur-filosofia, cioè le strutture di pensiero che sorreggono le nostre idee, è molto interessante, e va anche dato atto all’autore di aver ricondotto, seppure en passant, alla sua vera origine il modo di pensare “relazionale”, cioè a quello Hegel che oggi non è più di moda citare ma che resta uno dei più grandi pensatri occidentali. Fatto sta che però non si può da una parte invocare l’apertura e la tolleranza del dialogo e dall’altro definire a priori qual è il framework “buono” e quale quello “cattivo”, proponendosi di espellere “ecologicamente” dal discorso il secondo. Che viene puntualmente e continuamente esemplificato nei leader “populisti” e sovranisti, in Trump, nei Brexiter, in Salvini, ma persino in Margareth Thatcher che viene a più riprese apostrofata per la sua frase “la società non esiste”. Ora non si tratta di difendere i “popuisti”, tantomeno a priori, ma piuttosto di capire quali sono i bisogni a cui rispondono e in che misura le loro prospettive possono essere integrate in una comprensione e visione del mondo più comprensiva. In verità, su un aspetto Floridi compie, sembrerebbe, questa operazione: nel consigliare ai progressisti, cioè ai fautori della “politica buona” che sono il suo riferimento, di badare molto di più alla comunicazione e di assumere dosi omeopaiche di “populismo” comunicativo. Da qui l’acritica esaltazione di Greta e delle Sardine, a cui si concede quello che mai si concederebbe agli odiati “populisti”. Le pagine sul funzionamento del digitale, sulla trasformazione della società e della politica sotto la spinta delle nuove tecnologie, dell’esplosione del marketing nella nostra società, e inoltre la critica (interessante e orginale) della democrazia diretta, sono le cose migliori di questo libro. Che è molto significativo perché rappresentativo, ad un livello alto, di un modo di pensare, quello che fa capo al termine “sostenibilità”, sempre più pervasivo e anche condivisibile nelle ispirazioni di fondo. Ma che, per una di quelle conseguenze inintenzionali che sono proprie dell’agire umano, rischia di convertirsi nel suo contrario se gli studiosi (chi se non loro?) non lo mondano delle consistenti tracce di ideologismo, costruttivismo, neopaternalismo intellettualistico e “buonista”, catastrofismo e connessione messianesimo soft, che si porta con sé.

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