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Un saggio di Boudon

Il buon senso di un sociologo contro l’onda del relativismo nichilista

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Stando ad un giudizio di O’Henry, i sociologi sono in genere calvi e trentaduenni. Nonostante abbia settantacinque anni suonati e sia provvisto di una fronte, per quanto ampia e spaziosa, ancora ampiamente provvista di capelli, Raymond Boudon, con il libro che qui segnaliamo, mostra di essere un sociologo a tutto tondo. Cioè, non un tecnico perito in un determinato settore del sapere umano, ma uno studioso capace di interrogarsi con profitto sui problemi essenziali del nostro tempo. Inoltre, per quanto ricco di riferimenti ai grandi maestri della sociologia (da Durkheim a Weber), e intessuto di riferimento anche a classici del pensiero (da Hume a Montaigne a Kant), il saggio dello studioso francese risulta di facile lettura e può essere apprezzato pienamente anche da un lettore non specialista.

Lo scritto è una ragionata confutazione della deriva relativistica che, come una lebbra intellettuale, sembra corrodere implacabilmente le fondamenta etiche del nostro mondo. Una confutazione svolta non appellandosi a una fondamento trascendente, bensì rivalutando quello che possiamo definire un relativismo consapevole, capace cioè di distinguere la ragione critica dal nichilismo.

Il punto di partenza dell’analisi viene così riassunto dall’autore: "le categorie tipiche della tradizione del pensiero libe­rale e che espongono, ciascuno a suo modo, i vari Montesquieu, Adam Smith, Tocqueville, Durkheim o Max Weber, si sono trovate sfidate, a partire dal XIX secolo e fino ad oggi, da categorie tipiche delle vulgate marxista, nietzschiana o freudiana, sempre generosamente veicolate dai sistemi di insegnamento". Così, nella concezione culturale dominante il "modello del soggetto della tradizione liberale, razionale, non nel senso utilitaristico, ma nel senso che tale soggetto fonda le pro­prie valutazioni su ragioni che egli vede come aventi vo­cazione ad essere condivise" è stato sostituito dal "modello dell'uomo irra­zionale, spinto fuori di sé e agito da forze socioculturali, biologiche o psicologiche".

Per respingere quello che si può definire un vero e proprio attentato alla ragione, il sociologo francese svolge la sua analisi su di un duplice piano, quello della conoscenza specialistica e quello del senso comune o buon senso. Sotto il primo profilo, per riassumere in forma elementare la serrata argomentazione di Boudon, possiamo enunciare la seguente proposizione: la possibile falsa coscienza dello scienziato sociale non inficia in modo totale il contenuto di verità delle sue ricerche. Certo i paradigmi scientifici possono essere anche influenzati dalle passioni o dalle preferenze soggettive degli scienziati, pure questa consapevolezza non ci deve portare a ritenere che le teorie elaborate dai sociologi o dagli economisti siano delle costruzioni culturali irrelate alla realtà empirica. Semmai occorrerà circoscrivere la portata euristica di determinate teorie.

Il discorso specialistico rimanda, però, al senso comune, cioè alla consapevolezza diffusa. Recuperando la nozione di progresso, Boudon dimostra come, nelle società aperte, si verifichi un processo di selezione razionale delle innovazioni che apre la strada a un miglioramento degli orientamenti assiologici e normativi. Il che, messo in termini semplici, vuol dire che l’esperienza quotidiana sostiene le buone teorie, rafforzandole ed emendandole. Esiste, cioè, una razionalità diffusa che contrasta di fatto, con sana empiria, il relativismo nichilista.

Per rendere queste considerazioni meno astratte basterà richiamare un esempio proposto dall’autore. Nel corso dell’esposizione a un certo punto viene citato uno studioso americano secondo cui «il sentimento di indignazione che prova l'osservatore occidentale all'idea dell'escissione sarebbe di origine culturale. È per effetto della falsa co­scienza che gli sembra che la sua reazione abbia un fon­damento razionale». Si tratta di una falsa obiettività che Boudon respinge ricordando che la mutilazione dei genitali delle bambine è una pratica crudele che va condannata. «Si capisce che ogni società abbia la tendenza a mettere in pratica rituali destinati a facilitare la formazione dell'identità personale e l'integrazione sociale, e che l'escissione svolga precisamente una funzione del genere presso i Kono della Sierra Leone. Ma la costruzione dell'identità personale e l'integrazione sociale possono passare per altre strade». Questo perché non tutte le pratiche sociali sono uguali, ma vanno preferite quelle meno crudeli come l’esperienza e il buon senso insegnano. In altri termini, mantenere una scala di valori, che non è astratta, ma si fonda sull’esperienza condivisa, è un compito cui lo scienziato sociale non può abdicare, pena smarrire il senso del suo lavoro.

Raymond Boudon, Il relativismo, traduzione di R. Falcioni, pp. 110, € 10,00, Bologna, Il Mulino, 2009.

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1 COMMENT

  1. Perche’ appellarsi ancora all’Empiricismo Scientifico?
    L’autore rivendica de facto l’empiricismo scientifico (neo-positivismo?) che vuole fondare la verita’ sulla “esperienza condivisa,” dove il “soggetto fonda le proprie valutazioni su ragioni che egli vede come aventi vocazione ad essere condivise”.

    E’ cosi’ si vorrebbe rispondere al nichilismo irrazionalista? Ma come, alla luce della Critica Husserliana? Come, alla luce della palese assurdita’ dell’astrazione del fatto puro dal “valore” soggettivizzato? Ma non si vede perdippiu’ che le cossiddette “teorie” tendono ad informare l’esperienza, oscurandone la comunanza naturale? Dovremmo forse affidarci ad un miscuglio dialettico di materialismo scientifico (“theologia naturalis”) ed esperienza/immaginazione (“theologia fabulosa”), come fonte suprema di Verita’, e fondamento di morale pubblica (“theologia civilis”)? Ma perche’, soprattuto dal momento che la morale civile precede i ragionamenti umani (cosi’ come la Polis precede la filosofia), e che si trova ad essere irriducibile al dato fisico (che e’ astrazione dalla natura integra, la quale include il fine e la forma, che sono cose mentali). (Val la pena enfatizzare che la morale civile non equivale ed esperienza: questa e’ fisica; quella, nominale/legale [nella quale e’ astratta l’esperienza corporea.])

    Felice l’appello al senso comune (a patto che questo s’intenda come immaginazione), ma per quanto comune il mero senso non lo si vorra’ giudice sovrano piu’ di quanto non sia sovrano il corpo sopra la mente. Armonia con il senso, si’–ma non adulazione del senso; non “populismo” vigliacco. Fondare la ragione sull’esperienza non e’ piu’ che stendere un velo di pudore su d’una indisponibilita’ ad andare al fondo reale dei problemi–incluso quello del relativismo multi-culturale. Ci si appelli pure ad una Scienza dell’Esperienza, ma che s’intenda qui Scienza come ricerca della Ragione o principio costituente-immanente dell’Esperienza stessa, e giammai come imposizione a placito (ad hoc) dei nomi (le “teorie”) sulle apparenze sensibili-culturali (solo per poi chiedere a queste perdono per il disturbo).

    Dell’articolo di recensione, intriga, tra l’altro, l’appello ad esperienza “condivisa” anziche’ “comune”–come se agli uomini spettasse partecipare in un’ esperienza totale, ossia globale, a se stante. La “comunanza” dell’esperienza, invece, indica che non vi sia esperienza al di la’ di colui che la sperimenta–per cui il senso comune implica una NATURA COMUNE (grave assenza dalla recensione Griffo). A prima vista qui si “sminuirebbe” la valenza dell’esperienza, non piu’ innalzata a ruolo di giudice supremo (anche perche’ il senso comune rimane, a dirla col Vico, “giudizio privo di riflessione”). In realta’ l’esperienza e’ essa stessa (seppure non lo sappia da se’) alla ricerca del proprio fondamento or ragione.

    Allora, alla Scienza che voglia veramente far giustizia all’esperienza, si rivolga questo consiglio: che vada trovato o riconosciuto un fondamento di ragione piu’ profondo dell’esperienza sensibile–un principio immanente di costituzione dell’esperienza, tale che renda possibile la comunanza del mondo empirico a prescindere da differenze di lingua e costumanza. Solo un’apertura mentale-contemplativa al fondamento intellegibile dell’esperienza e’ capace di rispondere in maniera realmente efficace all’assalto alla ragione che occasiona queste nostre riflessioni.

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