Il cinema italiano è in crisi solo se lo finanzia lo stato

0
192

In questi ultimi mesi è tornata d’attualità la questione del finanziamento pubblico al cinema italiano. I registi hanno fatto squadra e si sono riuniti in associazione (i Centoautori), ponendosi come interlocutori privilegiati per orientare le scelte della politica. La 7a Commissione permanente del Senato ha avviato una indagine conoscitiva per individuare nuove strategie pubbliche di intervento. Televisioni e stampa (da ultimo il Corriere della Sera con un lungo articolo comparso sabato 6 ottobre) continuano a dare molto spazio all’argomento. Attualmente sono in discussione presso il Parlamento alcune proposte di legge che intendono rilanciare l’attività cinematografica, mentre il ministro Gentiloni si è impegnato ad inserire nella Legge finanziaria alcuni articoli destinati a sostenere il made in Italy in materia di settima arte.

Il settore è dunque in fermento. L’associazione degli Autori ha pronto un Libro bianco per difendersi dalle accuse, sostenendo che il cinema assistito non ha fatto perdere molto denaro allo Stato. Diversamente la pensano invece i curatori di un libro uscito con Libero e intitolato “Cinema, profondo rosso”. Per Brunetta – uno dei curatori del volume – il cinema italiano “fa – semplicemente – schifo, anni di sprechi e flop”. Ma qual è la realtà? Il cinema italiano è in crisi? Ha bisogno di più denaro?

Innanzitutto occorre dire che il nostro cinema non fa registrare dati allarmanti. La crisi, tanto sbandierata, non esiste. Ad esempio, la quota di mercato nelle sale conquistata dai film italiani nel 2006 è stata del 24,7%; un ottimo risultato se si pensa che nel 2001 il dato era inferiore di oltre cinque punti percentuali. Inoltre, anche il consumo generale di cinema nelle sale va visto sotto una prospettiva diversa. In questo ambito le statistiche penalizzano l’Italia per due motivi soprattutto. Il primo riguarda una peculiarità unicamente del nostro Paese: la forte stagionalità nel consumo di cinema. Negli altri Stati il pubblico riempie le sale anche d’estate, in Italia no. Il secondo motivo è legato alla differenza nei livelli di consumo tra le diverse aree del Paese: mentre il Nord e il Centro si attestano su livelli in media o addirittura superiori a quelli europei, lo stesso non accade nel Sud e nelle Isole. Un altro dato interessante riguarda il numero di pellicole prodotte con il 100% di capitale italiano. Il 2006 ha infatti visto nascere ben 90 opere, a fronte delle 68 dell’anno prima. Pure i film prodotti grazie a finanziamenti pubblici sono aumentati da un anno all’altro, 21 nel 2006 e 14 nel 2005.

Insomma, è evidente che il nostro cinema non è moribondo. Probabilmente si vuole sostenere il contrario per rendere indispensabile un maggior coinvolgimento economico dello Stato. Ovviamente i dati citati in precedenza evidenziano solamente la parte “quantitativa” del problema, mentre la crisi potrebbe essere nella qualità e nei contenuti delle pellicole dei nostri cineasti. Se il livello medio non è elevato, esistono però punte di  eccellenza: si pensi alle opere di validi registi come Paolo Sorrentino, Matteo Garrone, Emanuele Crialese o Saverio Costanzo. Un nuovo Pasolini di certo non è ancora nato, ma forse, a pensarci bene, meglio un bravo cineasta come Sorrentino del tanto osannato Bertolucci.

La crisi dunque non c’è. Ma non tutti sono concordi. Il regista Pasquale Scimeca sostiene senza dubbi che la crisi esiste, una crisi di qualità e quantità. Inoltre, aggiunge sempre il nostro cineasta, “l’idea che lo Stato butta via i soldi è una leggenda metropolitana”. Risulta difficile trovarsi d’accordo con Scimeca, sia per quanto detto in precedenza sia per quanto si dirà ora. Lo Stato ha infatti sperperato parecchi soldi in maniera scriteriata: ancora oggi alcuni film che hanno ottenuto un finanziamento pubblico non riescono a raggiungere le sale. La situazione è paradossale: lo Stato ha finanziato delle opere che nessuno spettatore ha mai visto, semplicemente perché non sono state mai proiettate. Questi sono sprechi. Film che vengono prodotti grazie al sostegno pubblico e poi mai distribuiti, oppure film generosamente assistiti dallo Stato che incassano cifre ridicole. “Non è più il momento di contare i soldi al box office”, dice Scimeca. Strana uscita la sua: se un film non viene visto da un pubblico, allora perché produrlo? Il film non è un prodotto autoreferenziale e deve comunicare con un pubblico, ma se questo pubblico non viene raggiunto dall’opera, allora questo film ha fallito nei suoi obiettivi. “Gli indotti sono altri, magari i 27.000 posti di lavoro l’anno”, sostiene sempre il nostro cineasta. Anche questa posizione sembra bizzarra. Certo, produrre film non è come produrre frigoriferi, ma se riduciamo la questione al numero di lavoratori attivi nel settore allora perché lo Stato non si mette a produrre frigoriferi? Potrebbe in tal modo dare lavoro a migliaia di persone.

La maggior parte dei registi, comunque, lamenta la mancanza di fondi. E, per trovare nuove risorse da destinare all’industria cinematografica, alcune proposte di legge si propongono di imporre nuove misure fiscali a tutti quei soggetti che fanno utilizzo di “immagini in movimento”. Queste tasse di scopo graverebbe ad esempio sui fatturati delle emittenti televisive e degli operatori delle telecomunicazioni fisse e mobili. Al momento non è però prevista l’entità di queste quote. Di sicuro chi già trasmette contenuti cinematografici o audiovisivi avrà pagato per ottenerne i diritti, se dovesse essere approvata questa legge, dovrà rimetterci altro denaro, da destinare però allo Stato. Non si fa un favore al cinema penalizzando quelle aziende che dovranno poi renderlo fruibile ai propri utenti. Perdendo parte del proprio fatturato e delle proprie entrate avranno meno possibilità economiche di acquistare i film da mandare in onda. Si potrebbe così giungere ad una palese contraddizione: mentre si producono più opere grazie all’afflusso di nuovo denaro, ci saranno meno canali per rendere questi film visibili.

Più saggio sarebbe allora far affluire maggiori risorse al cinema senza aggiungere nuovi oneri alle varie attività operanti nel settore. Infatti, è possibile che si giunga all’introduzione del meccanismo del cosiddetto tax shelter. La scelta a favore di questo strumento, stabilendo importanti misure di defiscalizzazione e di reinvestimento degli utili, ha dato un impulso straordinario ai mercati cinematografici in molti Paesi europei. Il tax shelter, ad ogni modo, si muove su di una linea che è diametralmente opposta a quella della tassa di scopo: se quest’ultima prevede un incremento immediato delle risorse attraverso un prelievo forzoso, il tax shelter riduce inizialmente la quantità di entrate imposte dallo Stato, ma, generando nuovo lavoro, compensa in un secondo momento il mancato introito erariale.

Per concludere si potrebbe citare una brevissima parte dell’intervento di Tullio Camiglieri, direttore comunicazione e relazioni esterne Sky Italia, durante la sua audizione alla 7a Commissione del Senato. Secondo il manager della pay-tv: “Il cinema italiano è sovvenzionato da soldi pubblici da oltre 40 anni. Il quadro normativo è stato modificato quattro volte ma i risultati ottenuti al botteghino dai film finanziati dallo Stato sono semplicemente disastrosi. Centinaia e centinaia di film sono risultati autentici flop: non di rado queste pellicole non sono state neppure distribuite nelle sale. Lo Stato, dall'85 ad oggi, ha perso qualcosa come 2 miliardi e 170 milioni di euro nel settore”. E’ proprio necessaria una tassa di scopo per finanziare il cinema italiano?

  •  
  •  

Aggiungi un commento

Please enter your comment!
Please enter your name here