Il congresso è alle porte ma i nodi da sciogliere tra An e Fi sono ancora tanti

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Il congresso è alle porte ma i nodi da sciogliere tra An e Fi sono ancora tanti

19 Marzo 2009

Già il fatto che la questione patrimoniale, cioè le proprietà immobiliari, i lasciti economici, il 25% dei singoli finanziamenti pubblici (si legga rimborsi elettorali), confluirà nelle casse comuni, soltanto a partire dal 2013, la dice lunga sui propositi e le strategie di fusione tra Forza Italia e Alleanza nazionale.

Un matrimonio a lungo annunciato, molto annunciato (dal Predellino in poi), e ormai dato per scontato dagli elettori di centro-destra (abituati a votare per un logo unitario, fin dal 1994), e che trova resistenze proprio nel momento più delicato: non quello della sintesi delle idee (la questione culturale è, e resta centrale), ma della costruzione organizzativa del Pdl.

Come dire, che nella battaglia interna, nella transumanza tra classi dirigenti si gioca la vera partita, che divide gli attuali detrattori del nuovo partito degli italiani e i fan. In pratica, chi boicotta da dentro e chi tifa da fuori.

E gli argomenti dei primi sono noti: bisogna costituzionalizzare il berlusconismo per passare dal partito-carismatico, condizionato dagli umori, dagli slanci e dai sondaggi, dal “partito-guida” e guidato dal Capo, destinato a sparire, se il capo viene sconfitto o sbaglia una politica governativa; al “partito-specchio”, espressione del congresso e di uno statuto che dovrà necessariamente mettere nero su bianco le regole comuni e condivise (la formazione della classe dirigente e anche la stessa successione al trono).

E la soluzione sarebbe un partito pesante nella sua forma collegata al territorio (partito federalista nella rappresentanza), ben strutturato e organizzato (partito presidenzialista nella decisione). Gli argomenti dei secondi, invece, sono tutti orientati a rendere permanente il nuovo soggetto del centro-destra, enfatizzando ciò che unisce rispetto a ciò che divide.

Ma una domanda è lecita: posto che il sistema elettorale di nominati, blinda la classe dirigente, un concetto plausibile e giustificabile in un momento delicato di passaggio storico da un partito ad un altro; in prospettiva, la mancanza di ricambio e di contatto col collegio elettorale, quanto peseranno sulla democrazia interna e sullo sviluppo futuro del Pdl?

E le quote di rappresentanza interna-elettorale, stabilite dal “soviet costituente (Denis Verdini per Fi e Ignazio La Russa per An), 70 a 30 in favore degli azzurri, fino a quando reggeranno? E fino a quando chi viene da An accetterà tale imposizione matematica? E’ noto, infatti, che i rapporti di forza tra i due partiti sono totalmente squilibrati e che An, se non cambia qualcosa, sarà destinata a giocare unicamente un ruolo di nobile comprimario. Anche perché nel Centro-Sud, la percentuale elettorale si ribalta in favore dell’ex partito di Fini. Un presidente della Camera, che un giorno sembra riprendere lo scettro in mano per garantire i suoi, un altro giorno, si distacca volando alto, verso obiettivi costituzionali (il patriottismo repubblicano e legislature costituenti), che nulla hanno a che vedere con le dinamiche interne del nascente Pdl.

Un confronto quantitativo e qualitativo (An e Fi, dentro il Pdl) che dovrebbe essere tutelato dai colonnelli di via della Scrofa, che al momento non si stanno battendo un granché sul tema. Qualcuno è più berlusconiano dei berlusconiani e quindi, ha già fatto il salto del fosso; qualcun altro sta aspettando le altrui scivolate, per andare ad occupare lo spazio destro del Pdl. Insomma, un gioco cinico sulla pelle di elettori, militanti, iscritti, che da decenni si sono riconosciuti nella destra politica e che sabato e domenica andranno ad assistere alla chiusura dell’esperienza di An, che sarà presentata (in parte giustamente) come la definitiva costituzionalizzazione democratica della destra. 

*Fabio Torriero è opinionista de Il Tempo e direttore de La Destra delle Libertà