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La sinistra virale

Il Coronavirus ha selezionato i suoi radical chic

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La normalità è così banale, signora mia, che quasi quasi era meglio il lockdown. No, non arrivano a dire questo i firmatari dell’appello “Non à un retour à la normale” pubblicato sulle pagine di “Le Monde”, per iniziativa dell’affascinante Juliette Binoche e dell’astrofisico Aurélien Barrau. Anche perché loro la vita all’aria aperta la amano. O meglio, amano fondersi nella natura, cioè in quell’eden armonico in cui dovrebbero convivere “vegetali, animali” e, perché no,  “un gran numero di umani”. Ma senza esagerare, per carità!: si potrebbe alterare l’ equilibrio biosistemico che a loro sta a cuore più di ogni altra cosa.

Eutanasia, arrivati a una certa età? Controllo delle nascite? E a quanto far ammontare quel “gran numero” senza che l’equilibrio naturale si alteri? Questo i firmatari non lo dicono, forse aspettano che si riunisca una commissione di “competenti” da loro stessi nominata e finanziata, anche lautamente visto che sono per lo più “artisti” del jet set internazionale (da Jane Fonda a Cate Blanchatt, da Paolo Sorrentino a Monica Bellucci, da Madonna a Robert De Niro).

I firmatari probabilmente al lockdown si erano abituati possedendo attici superlussuosi e servitù con accertata immunità sanitaria. Finalmente si erano potuti dedicare alla riflessione: la crisi per loro ha avuto “il vantaggio di invitarci a far fronte alle domande essenziali”. Chissà? Forse avranno assoldato pure un coach filosofico alla bisogna. Per loro è “inimmaginabile tornare alla normalità” perché ciò significherebbe tornare ad “un sistema basato sul consumismo”.

Che volgari quegli uomini che vogliono riprendere a fare impresa e a commerciare e non si accorgono che la crisi economica che paventano è banale, di secondaria importanza, mentre il vero problema è la “meta – crisi” (sì proprio così scrivono) che ci attanaglia da prima del Covd-19 e che rischia oggi di passare in secondo piano: la “catastrofe ecologica”. E poi la normalità è così qualunquista, “populista”, con tutti quegli esseri che la mattina si alzano, si mettono in macchina o prendono un mezzo pubblico, vanno a lavorare e inquinano. La “riflessione” da isolamento ha invece confermato loro nella necessità. Preso atto, beati loro, che anche le “ineguaglianze sociali” crescono sempre più, essi invocano una “trasformazione radicale” da portare avanti “con audacia e coraggio”. Essi da oggi in poi, stanchi della vecchia “normalità” o routine, fra un cocktail e una riflessione sulle “questioni essenziali”, lavoreranno come un sol uomo per uscire dalla logica insostenibile che ancora prevale, per lavorare a una profonda rifondazione degli obiettivi, dei valori e delle economie”.

Vasto programma, avrebbe detto un illustre connazionale dei promotori, che però a quelli della rive gauche non amavano. E  ne erano ricambiati. Che dire? Un tempo i radical chic avevano il portafoglio a destra e il cuore a sinistra. Oggi il portafoglio è abbastanza al sicuro, ma il verde pastello fa molto più chic!

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