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Il Covid-19 e la maternità surrogata: una tristissima storia dall’Ucraina

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La pandemia da Covid-19 ha impattato notevolmente sul commercio internazionale, ma c’è anche un altro fenomeno che ne è stato investito: la maternità surrogata.
In Ucraina, Paese economicamente molto povero dove si è sviluppato un fiorente mercato di agenzie specializzate nella maternità surrogata, è stato lanciato un appello contenuto in un video rilasciato da una di tali agenzie. L’invito è rivolto agli Stati esteri perché in questo periodo di pandemia deroghino alle loro politiche e facilitino il recupero dei bambini nel frattempo nati o che nasceranno a breve.
L’Ucraina è uno dei Paesi che a causa della pandemia da Covid-19 dal 16 marzo ha chiuso completamente i propri confini, il che impedisce agli stranieri di entrare nel Paese per poter andare a prendersi i bambini nati da utero in affitto dalle madri surrogate, senza un permesso del Ministero Affari Esteri ucraino.
A seguito dello stato emergenziale quest’ultimo ha dichiarato che tale autorizzazione può essere rilasciata solamente dopo la ricezione di una richiesta ufficiale sotto forma di ingresso diplomatico, prodotta dall’agenzia diplomatica dello Stato di provenienza dei committenti. Senza tale nota verbale non sarà dunque possibile entrare nel Paese e la richiesta dei genitori committenti non potrà essere presa in alcun modo in considerazione dalle autorità ucraine.
Nel frattempo i bambini mostrati in video sono stati collocati in un asilo nido d’emergenza messo in piedi in una sala d’albergo di Kiev.
La visione di più di una quarantina di neonati bloccati nell’albergo in cui sono relegati a causa della quarantena non fa altro che accentuare l’aberrazione della surrogata: spezzare la maternità e ridurla a una pratica di commercio ha prodotto l’abbandono di bimbi innocenti, sia dalle madri surrogate, i cui corpi vengono appunto sfruttati per la loro compravendita, sia da parte dei committenti.
Si sa, il giro d’affari è ingente: la coppia committente, che per la legge ucraina può essere solamente eterosessuale, può sborsare dai 30.000 euro ai 50.000 euro per poter assecondare il proprio desiderio di avere un bebè. Trattasi di un listino prezzi comunque inferiore rispetto a Paesi economicamente più ricchi che hanno legalizzato l’utero in affitto. Le agenzie inoltre, oltre a fornire un compenso alla donna che si sottopone alla procedura di surrogazione, pagano un rimborso spese per la sua alimentazione, che corrisponde all’equivalente di circa 200 euro, cifra maggiore in Ucraina del reddito medio mensile di un lavoratore.
Oltre alla mercificazione del corpo delle donne e alla riduzione della filiazione a mero rapporto commerciale, con la pandemia è sorto un ulteriore problema: i bambini che si trovano nel limbo fra i due Paesi, l’Ucraina e il Paese della coppia committente, sono allo stato attuale privi di cittadinanza. In base alla lex loci infatti il bambino nato da surrogata, che ha quindi il patrimonio genetico di almeno un genitore committente non acquista la cittadinanza ucraina e la madre surrogata non comparirà in alcun documento ufficiale. La prassi è quella di registrare il neonato come figlio della coppia committente, rimpatriarlo col benestare dell’Ambasciata straniera e registrarlo all’anagrafe come figlio della coppia, permettendo così di aggirare la legge locale di quei Paesi che vietano la surrogata, come il nostro.
La legislazione ucraina vieta la maternità surrogata con gameti che sono completamente esterni alla coppia e nel caso in cui venga violata tale prescrizione normativa, il bambino non potrà essere registrato come figlio della coppia committente ma posto in stato di adottabilità.
Alcuni Paesi come Irlanda, Regno Unito, Svezia e Israele hanno iniziato a rilasciare la speciale nota verbale di ingresso per l’Ucraina, assecondando la richiesta delle agenzie di surrogata.
Non si può non sottolineare tuttavia come l’invito di chi mercifica i corpi femminili e specula sulla compravendita di neonati rivolto ai Paesi stranieri suoni come una richiesta, intrisa di falso pietismo, di favorire la pratica dell’utero in affitto, approfittando della situazione emergenziale in cui versa l’Ucraina. Il tutto condito con le immagini di neonati che vengono mostrati in video anche per rassicurare i committenti sul loro stato di salute, ben salvaguardato grazie alle cure di tate e di una pediatra. Vengono quindi alla mente tutti quei neonati abbandonati in Ucraina dai genitori committenti perché non in salute e come tali non rispondenti ai loro desiderata, come nel caso di Bridget, nata da utero in affitto con danni cerebrali e per questo rifiutata dalla coppia californiana che chiese “di staccare la spina” alla bimba.
La pandemia da Covid-19 non deve dunque diventare il pretesto per la concessione arrendevole di deroghe e facilitazioni della pratica dell’utero in affitto, ma un monito per gli Stati nel non allentare la guardia su uno dei fenomeni più aberranti e disumani della storia contemporanea.
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