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Fase 2

Il Covid19 e il protocollo del diavolo

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Dal 18 maggio si potranno celebrare nuovamente le messe in Chiesa, con la presenza dei fedeli e a determinate condizioni stabilite dal Protocollo.

Tale preannunciata decisione ha scatenato, in senso favorevole o contrario, le consuete polemiche, generando un fenomeno che, dal punto di vista strettamente sociologico e diremmo quasi antropologico, non è privo di interesse.

Prescindendo ora dal merito della questione e, dunque, astraendo dal caso specifico, è significativo notare i tipi di reazione che, in questo caso, affiorano all’interno del corpo sociale.

È stato detto, ad esempio, che non è ammissibile celebrare le messe pubbliche nemmeno durante la “fase 2”, poiché la libertà religiosa è secondaria e recessiva rispetto a “ben altri” valori costituzionali quali la vita e la salute.

È stato detto che, durante la santa messa, si accalcheranno ben presto stuoli di persone, giovani, anziani, bambini, che cominceranno ad entrare in contatto fra di loro, ad abbracciarsi e ad assembrarsi (in realtà, da vari decenni molte Chiese sono in gran parte vuote persino nelle feste comandate, quindi evidentemente questi illustri polemisti non entrano in Chiesa da almeno tre o quattro decenni, forse dai tempi di un catechismo male impartito o digerito male).

È stato anche detto che, finché ci sarà un solo lavoratore costretto a casa senza paga, sarebbe vergognoso e incivile autorizzare le messe, visto che la nostra Repubblica è fondata sul lavoro e non sulla religione.

Come si può notare, le obiezioni al tema risultano spesso totalmente illogiche e irrazionali, perché intrecciano piani, argomenti, aspetti tra loro eterogenei, che è assurdo mescolare, come sarebbe assurdo moltiplicare… due mele per tre pere. Potremmo dire che queste reazioni sono espressione dei “nuovi sofisti” del terzo millennio, ma ciò sarebbe persino offensivo per quei geniali Sofisti dell’antica Grecia che non erano certamente così sprovveduti e insensati.

Ma il punto adesso non è se sia giusto o sbagliato aprire le messe al pubblico dal 18 maggio o da giugno oppure luglio; il punto è un altro.

Quello che inquieta di questa vicenda è il metodo, il “tipo antropologico”: l’italiano medio non si chiede – con la dovuta prudenza – quanto a lungo sarà giusto tenere ancora chiusi anche gli altri luoghi di aggregazione, come i cinema, i teatri, gli oratori, le sale da concerto, et cetera; tale domanda è troppo “problematica” e richiede un certo spirito critico.

L’italiano medio – che oggi, grazie alla potenza dei social network, è in grado di sparare nell’etere mondiale le sue perle di saggezza – ne fa una ottusa e apodittica questione di principio: siccome cinema, teatri e altri luoghi di aggregazione continuano a rimanere sigillati, ergo dobbiamo continuare a vietare anche le messe; è una questione di coerenza!

Ecco dunque che comincia la bagarre: ma perché le tabaccherie e le profumerie sono rimaste sempre aperte, invece le Chiese devono rimanere chiuse? Non saranno mica più importanti il “diritto al fumo” o al “profumo” rispetto alla libertà religiosa!

Come insegnava Socrate, un dialogo mal impostato, una domanda formulata male, è il sicuro segno di una conversazione assurda, che non giungerà mai ad alcun risultato di verità. E anche San Tommaso ribadì: il più piccolo errore nelle premesse conduce ai più grandi errori nelle conseguenze.

Ebbene.

La pandemia sta oggi diventando un’occasione che potremmo definire socialmente diabolica, non già “simbolica”.

Invece di congiungere razionalmente i pensieri (“syn-bolon”), di farci riflettere sul significato integrale della nostra esistenza, sui valori fondamentali della comunità politica e di quella mondiale, sulla necessità di avviare un percorso condiviso per migliorare il nostro stile di vita e per evitare gli errori del passato, l’emergenza sta provocando effetti “dia-bolici”, cioè divisivi, fenomeni di separazione, di alienazione, sulla spinta prepotente di passioni inconsulte e ingovernate come la paura, la rabbia, l’invidia, il senso di frustrazione.

Oggi si stanno esasperando i conflitti sociali tra gruppi di pensiero, tra classi economiche, tra lavoratori e imprenditori, tra fazioni opposte. In una parola: si sta rapidamente smantellando quel poco di “unità” che ancora dimorava all’interno della comunità politica.

La strada virtuosa parrebbe un’altra: cercare di comprendere con la dovuta prudenza se sia possibile, progressivamente, riaprire anche gli altri luoghi di aggregazione come cinema, teatri, sale da concerto, centri giovanili, contemperando i vari interessi in gioco e assumendo tutte le misure di sicurezza necessarie, piuttosto che accanirsi su categorie o gruppi sociali che non ci vanno a genio (e dei quali ovviamente non facciamo parte, siano essi runners o cattolici praticanti).

In cauda venenum: la vita dei cittadini – ivi comprese le messe in Chiesa – è ormai sempre più irreggimentata da una serie di famigerati protocolli che, forse, sprigionano quel rassicurante effluvio del disinfettante governativo, ma che del Parlamento non hanno nemmeno avvertito il più lontano profumo di democrazia e di libertà.

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