Il fattore U (umano) della Formula 1
24 Aprile 2008
di Redazione
Poco umano,
troppo poco umano: così si parlò (male) del circo della Formula 1, almeno
nell’ultimo decennio. Quando parve chiaro a tutti che un autentico spirito
apollineo – ordinatore e razionalizzante – avesse ormai permeato l’aria di
paddock e box, aleggiando freddo fin sulla pista, persino a dispetto della
temperatura al suolo.
L’eterno ritorno dell’uguale nei circuiti di mezzo mondo
certificherà la morte del dèmone della velocità, profetizzarono allora i più
nichilisti tra gli appassionati. Perché al di là del bene e del male, anche gli
idoli più splendenti dell’automobilismo post-moderno parvero sul serio giunti
al crepuscolo, uccisi dalla tecnica o comunque ridimensionati a meri esecutori
di comandi, semplici manutentori, al limite più verosimilmente pilotati che
autentici piloti. Finché l’anno passato, alla Federazione Internazionale, non
pensarono bene di cambiare marcia, dare una sterzata decisa all’intero
movimento, accelerare infine una riforma dell’assetto delle macchine e del
sistema di guida, restituendo centralità e per così dire volontà di potenza al
conducente, nuovo superuomo al volante.
Dal 2008
previste un’unica centralina elettronica valida per ciascuna monoposto, niente
controllo di trazione e niente freno motore. Queste le decisioni prese per
buone e alla lettera dagli habitués di un mondo segnato ancora dalle recenti,
spossanti vicissitudini spionistiche e giudiziarie,
in effetti davvero poco comprensibili e men che meno emozionanti per il grande
pubblico, ferrarista e non. Ed è così che da un mese a questa parte, dal primo
Gp di Melbourne al prossimo di Barcellona, si registrano poi segnali evidenti
di una reale trasformazione in atto, comandata dalle forze vitali presenti
nell’ambiente (dirigenti, tecnici, piloti). Collaudi, prove, manovre, tattiche
di corsa: tutto si realizza imprevedibilmente, senza tanti calcoli e nessuna
causalità. Anche i guidatori infallibili riprendono a sbagliare, anche i
direttori sportivi rinunciano a programmare e a pianificare. Si direbbe quasi
che oggi uno spirito dionisiaco – irrazionale, esaltato e trascinatore – abbia
soppiantato la metafisica della Formula 1 così com’era pensata ieri, negli
schemi fissi della solita morale di sempre. Oggi non più. Oggi trionfano il
piacere del divenire e altri godimenti, vizi, capricci.
Quelli di Max Mosley, per
esempio. Lui e il suo edonismo intimissimo e privato reso pubblico da News of
the World, spudorato il giornale tanto quanto lo squallido festino sado-nazi, insieme
in pole position a gareggiare in fatto di pessimo gusto. Il presidente della
Fia rischia il posto dopo essere stato giudicato nientemeno che per la sue
pratiche erotiche in camera d’albergo, prima ancora che “per le azioni
intraprese dall’ufficio, sul lavoro” ha fatto notare preoccupato Jean Todt.
L’ex amministratore delegato del Cavallino è montato lancia in resta contro i
perbenisti motivati da secondi fini e altri approfittatori di ogni tipo. “Spero
che Mosley possa continuare a svolgere il suo ruolo ancora per molti anni. È un
gran lavoratore, serio, affidabile, conosce benissimo questo mestiere ed è una
persona molto intelligente, oltre che di un’eleganza rara. È un manager che sa
quando imporre la leadership: lui sì che ha un’autorità veramente internazionale.
Ha sempre preso delle decisioni coraggiose, a volte contro tutti. Il suo lavoro
per la sicurezza ha portato enormi miglioramenti, come si fa a non restituirgli
fiducia? Resto dunque stupito, nel vedere come certe gente si attacchi a fatti
che nulla hanno a che vedere con la sua posizione, in seno alla Federazione”.
Così parlò Jean Todt al Journal de Dimanche, al tempo della Formula 1 che, si
diceva, ha infine riscoperto il fattore umano. Umano, troppo umano.
