Il flop di D’Alema

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Il flop di D’Alema

05 Luglio 2007

La conferenza sulla Giustizia in Afghanistan si è conclusa mestamente come era iniziata. Presenze di secondo rango, scarsissima attenzione della stampa internazionale, poche promesse concrete. Per la ricostruzione del sistema giudiziario l’Italia verserà un contributo di 10 milioni di euro – quanto costa un attico ai Parioli – e  tutte insieme le 26 delegazioni presenti ne hanno assicurati 250.

Poca roba se messa al confronto con la retorica dei mesi scorsi, secondo cui i problemi dell’Afghanistan non si risolverebbero con le bombe ma con agli aiuti civili e umanitari. E un risultato imbarazzante proprio per l’Italia che a lungo aveva fatto credere agli alleati che il suo limitato impegno militare sarebbe stato compensato con un maggiore dispiego di risorse sul versante civile.

Ma il punto più preoccupante è ancora un altro. La conferenza di Roma è servita soprattutto a mettere la Nato sul banco degli imputati per le vittime civili provocate dalle incursioni aeree alleate. Nessuno vuole sottovalutare la drammaticità di questi incidenti ma il modo in cui il tema viene sollevato mostra la totale mancanza di consapevolezza strategica su quanto sta accadendo in Afghanistan.

Accusare la Nato di scarsa capacità militare o peggio di intenzionale accanimento contro i civili significa non vedere come i Talebani stiano rimodellando i loro piani di attacco dopo le prime serie sconfitte sul campo e la perdita di molti uomini chiave.

Se la tanto attesa e temuta “offensiva di primavera” non si è manifestata in tutta la sua virulenza i motivi sono essenzialmente di due ordini. Il primo riguarda la decisione dei Talebani di non distogliere uomini dalla raccolta di oppio che deve essere completata proprio tra aprile e giugno e che assicura ai ribelli la maggior parte delle loro entrate economiche. Il secondo è di tipo militare: i comandanti talebani si sono resi conto che lo scontro aperto con le forze Nato non paga e hanno elaborato due diverse tattiche. La prima è quella degli attentati suicidi, di cui si registra un incremento vertiginoso già dall’ultimo anno. La seconda è quella dell’utilizzo sistematico di scudi umani allo scopo di screditare e ridurre il consenso sia interno che internazionale verso l’azione militare alleata.

Sono queste azioni a essere espressamente mirate contro i civili. Un terrorista suicida il mese scorso ha fatto saltare in aria 5 bambini e – come effetto marginale – ha ucciso un soldato olandese. Mentre l’uso di scudi umani non è più un fattore difensivo o dissuasivo, ma viene considerato un successo dai Talebani proprio  quando induce la loro uccisione e suscita il tipo di scalpore che ha dominato la conferenza di Roma.

I militari della Nato devono fare il possibile per evitare queste trappole sul campo, ma i politici a loro volta non devono caderci e tantomeno cercare di trarne un vantaggio di parte. (g. l.)