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Il genocidio armeno alla luce del sole


L’ultimo film dei fratelli Taviani, La masseria delle allodole, sembra destinato a far discutere. Non solo per ragioni stilistiche – le oscillazioni nel giudizio della critica – quanto soprattutto per via del tema che, con indubbio coraggio, esso affronta.

Il film narra infatti la storia del massacro degli armeni da parte dei Giovani Turchi, perpetrato nel 1915, sullo sfondo della disgregazione dell’Impero Ottomano, certo una delle pagine più drammatiche della Prima Guerra Mondiale. Si tratta dell’episodio centrale di un autentico genocidio della popolazione armena, iniziato già prima della guerra, e concluso dopo di essa con le brutali operazioni nei confronti degli Armeni di Russia. L’Europa – dopo aver chiuso gli occhi sin dai primi eccidi di fine Ottocento - diede un sostanziale avallo al massacro nella conferenza di Losanna del 1923.

Quello dei fratelli Taviani è il primo film in cui questa grande tragedia viene rappresentata in modo diretto (non attraverso le sue tracce, come in Ararat di Egoyan) con sequenze difficilmente dimenticabili – come quella delle due donne costrette ad uccidere il figlio appena nato di una delle due - che certo entreranno nell’immaginario collettivo come esempi della crudeltà disumana a cui le grandi politiche genocide del XX secolo hanno condotto. Alcune forme particolarmente brutali di eliminazione delle vittime rappresentate nel film, come il rogo, sono in effetti testimoniate sin dai primi massacri, come quello di Sasun del 1894, che in certo modo diede l’avvio alla ‘pulizia etnica’ del popolo armeno.

Essa appare quasi un prototipo dei genocidi del XX secolo. Per avere un’idea dell’importanza storica di essa si consideri che – secondo fonti non del tutto certe – Hitler si sarebbe avvalso dell’esempio degli armeni per sostenere, alla vigilia dell’invasione della Polonia, la necessità di essere violenti e spietati in guerra: “Chi parla ancora oggi dell’annientamento degli Armeni?” – avrebbe dichiarato nell’agosto del ’39, chiosando che tale massacro avrebbe consentito la creazione della Turchia moderna da parte di Mustafà Kemal.

Anche su questo Hitler è stato smentito: dopo il film dei fratelli Taviani sarà più difficile parlare, come in passato s’è fatto, del massacro degli armeni come di un ‘genocidio dimenticato’.

Tratto dal romanzo omonimo di Antonia Arslan, il film non riguarda però solo una pagina rimossa della storia del Novecento, perché è noto che il governo turco si ostina a negare la realtà del massacro degli armeni, e ciò è considerato da molti – per ragioni sincere o pretestuose – come uno degli argomenti che renderebbero implausibile l’ingresso della Turchia in Europa. Il Parlamento europeò lo dichiarò sin dal 1987, con una risoluzione in cui si affermava che il mancato riconoscimento del genocidio armeno costituiva un “ostacolo insormontabile all’esame della candidatura turca alla CEE”.

I fratelli Taviani si sono per la verità affrettati ad affermare di non nutrire alcuna intenzione ostile nei confronti della Turchia e della sua ambizione ad entrare nella Ue: “Noi siamo convinti – hanno dichiarato - della necessità che la Repubblica turca entri nell’Unione europea, anche per poter stabilire un ponte necessario tra l’Europa e la parte mediorientale. Ma siamo anche convinti della inevitabilità che il Governo di Erdogan si pronunci pubblicamente sulla verità storica del genocidio armeno”.

Va anche subito aggiunto che recentemente lo stesso Presidente armeno, Robert Kotcharian, si è detto favorevole all’ingresso della Turchia in Europa, confidando negli effetti benefici che esso potrebbe avere, anche a riguardo della necessaria revisione del giudizio sul passato. In un’equilibrata intervista a “Le Figaro”, Kotcharian ha detto che “Gli imperi hanno sempre avuto difficoltà a chiedere scusa”, dichiarandosi disposto ad avviare relazioni diplomatiche con la Turchia e auspicando la costituzione di una commissione intergovernativa “che discuta tutte le questioni, comprese le più delicate”.

É tuttavia probabile che l’impatto del film riapra comunque una discussione, che già recentemente fu assai accesa, specie dopo l’assassinio del giornalista di origini armene Hrant Dink e della ‘fuga’ in America del premio Nobel Pamuk, minacciato di morte anche a causa delle sue dichiarazioni sulle responsabilità turche nel genocidio degli armeni.

Di fatto, intorno alla questione del ‘negazionismo’ turco, come su altre relative ai diritti umani o al contenzioso cipriota, si sta giocando una complessa partita politica, che ha come posta in gioco l’avvicinamento della Turchia all’Europa. Ci vuole poca fantasia politica per capire che quanti si oppongono al riconoscimento storico delle colpe dei Giovani Turchi intendono anche ostacolare la marcia di avvicinamento della Turchia all’Ue, e che anche nell’atteggiamento europeo occorre discernere la giusta esigenza di un riconoscimento della verità storica dall’obiettivo politico di chi è contrario all’ingresso della Turchia in Europa, per ragioni che hanno poco a che vedere con il destino degli Armeni.

In tal senso, i fratelli Taviani hanno fatto bene a dichiarare di non voler nutrire alcun sentimento anti-turco. Né si può pretendere da un film che sappia restituire tutta la complessità della storia. É inevitabile tuttavia chiedersi se La masseria delle allodole, al di là dei suoi pregi estetici,  ci offra una chiave di lettura adeguata del genocidio armeno. Credo se ne possa dubitare. Un’indicazione importante su quella tragica pagina del XX secolo emerge bene dal grande affresco storico che ne ha fatto Dadrian nella sua Storia del genocidio armeno, ove è chiarito quale fu lo sfondo politico e giuridico di esso, e cioè il diritto consuetudinario ottomano, che prevedeva per i popoli assoggettati il diritto d’asilo, solo ove questi non avessero tentato di ribellarsi al giogo mussulmano. Proprio questo avevano fatto invece gli Armeni – a giudizio dei Turchi – invocando in loro favore la mediazione delle potenze straniere. Essi avevano così perso ogni diritto alla clemenza. Come testimoniò un diplomatico che aveva visitato i luoghi del massacro, gli autori di questo agivano “guidati dai precetti della Sharyia”. É, questo, un aspetto che mi pare discutibilmente trascurato nel film, che insiste sull’indubbia motivazione ‘nazionalista’, tralasciando l’altrettanto indubbio obiettivo del massacro degli Armeni, e cioè l’islamizzazione dell’Anatolia. Considerare ciò  è invece utile, sia per la verità storica, sia per  la comprensione delle proiezioni attuali della questione.

La didascalia con cui il film si chiude non potrebbe infatti essere più esplicita, ponendosi quasi come un appello: «Dopo le prime condanne i processi vennero sospesi. Il popolo armeno attende ancora giustizia». Che giustizia non sia mai stata fatta è indubbiamente vero. Altrettanto vero è che non si vede quale vantaggio – per la memoria degli armeni e per il futuro del Medio Oriente – sarebbe rappresentato da un prevalere del radicalismo islamico in Turchia.


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