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La versione di Homer

Il giorno di Natale aprite le braccia al mondo come fanno i Simpson

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I Simpson compiono 20 anni, e ho solo ora rivalutato questa serie tv che vorrei porre alla vostra attenzione: inizialmente mi erano francamente antipatici gli omini gialli che se ne fanno di tutti i colori, non riuscendo ad andare d’accordo come si presume che un paese di gente civile vada d’accordo; invece osservandoli - perché mio figlio li guarda - ho capito che noi siamo proprio così, nel bene e nel male. Se la storia della famiglia Simpson va avanti da vent’anni, ci sarà un motivo; e questo è semplice: sono il nostro ritratto ma anche il nostro ideale.

“Ma pensi davvero che noi vorremmo essere così? Che vorremmo essere violenti e falsi, squallidi e bulli?”, sento già dire. Certo che no, rispondo, ma c’è una cosa che invece vorremmo per noi e che genialmente dalla serie “Simpson” arriva senza prediche, forte, nel sottofondo: l’abbraccio di una famiglia. Tutte ma proprio tutte lo puntate della serie, in cui i personaggi si insultano, si picchiano, si tradiscono… finiscono con l’abbraccio di questa piccola famiglia che, qualunque cosa abbiano fatto, non li abbandona. Homer in una puntata entra in una specie di loggia massonica da cui poi viene regolarmente cacciato, e la moglie lo consola dicendogli “Vedi, Homer, tu fai parte di una loggia speciale: la nostra famiglia, dove due membri portano due anelli speciali di riconoscimento” (e guarda le fedi).  E’ solo un esempio per dire che a tutti noi piacerebbe avere un luogo dove, come recitava la sigla di un’altra serie tv (“Cin Cin”), Everybody knows your name (“Ognuno conosce il tuo nome”), cioè un luogo in cui siamo riconosciuti e abbracciati come la famiglia Simpson, anche se la vita squallida che il mondo ci impone ci porta a distruggere tutti i giorni quello che di bello potremmo costruire, proprio come accade a loro. Ma questa famiglia ci riabbraccia, così come ci riabbraccia la famiglia più grande del villaggio-microcosmo Springfield.

I nostri giorni passano davvero come nel piccolo paese: facendo i furbi, i bulli, i secchioni, ma ogni tanto incontrando un raggio di sole. Perché non possiamo non riconoscere che anche noi viviamo tutti in una specie di grande lager (il mondo macchiato da qualcosa di inesprimibile che ne rovina la sincerità e la limpidezza e che la tradizione chiama “peccato originale”); ma che in questo lager esistono momenti in cui la bellezza si manifesta e ci abbraccia. Ed è il dolce tocco di Marge che, paziente, perdona Homer e lo chiama “papino”. Ed è la dolcezza di Lisa che investe i suoi soldi per ricomprare a Bart l’anima che si era paradossalmente venduto. E, come diceva don Luigi Giussani, è pur vero che l’ideale è vivere e aprire le braccia abbracciando il mondo sulla cima di una montagna e non vivere in un sottoscala; ma subito dopo aggiungeva che… però, per aprire le braccia in un sottoscala come se fossimo in montagna, bisogna proprio essere dei grandi! E il piccolo popolo frustrato di Springfield apre le braccia per pochi istanti e continua a farlo senza perdere la speranza, sollevato e sollecitato da piccoli incontri che li innalzano da una condizione infraumana al riconoscimento di essere tutti una risorsa l’uno per l’altro; pur vivendo sotto un reattore nucleare, pur avendo la pelle di uno strano colore malaticcio. E per questo sono un ideale, più di tanti eroi televisivi (preti o laici che siano) che in modo agiografico e dunque utopico vorrebbero essere un esempio di bontà.  

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