Il Governo dice addio alla vecchia legge di bilancio e agli assalti alla diligenza

Banner Occidentale


Dona oggi

Fai una donazione!

Gli articoli dell’Occidentale sono liberi perché vogliamo che li leggano tante persone. Ma scriverli, verificarli e pubblicarli ha un costo. Se hai a cuore un’informazione approfondita e accurata puoi darci una mano facendo una libera donazione da sostenitore online. Più saranno le donazioni verso l’Occidentale, più reportage e commenti potremo pubblicare.

Il Governo dice addio alla vecchia legge di bilancio e agli assalti alla diligenza

23 Settembre 2009

Dopo trent’anni al servizio della contabilità nazionale, la Legge Finanziaria va in pensione per lasciare spazio alla legge di stabilità pubblica. Quella varata appena due giorni fa dal Consiglio dei Ministri con ogni probabilità sarà l’ultima finanziaria perché se il Ddl di riforma contabile già passato al Senato  e ora in discussione alla Camera sarà approvato, l’Italia dirà addio a una legge ordinaria che in molti definiscono ormai obsoleta e ai maxiemendamenti da un articolo e mille commi. Come dimenticare il caso record della Finanziaria 2007 approvata, con voto di fiducia, sotto forma di un maxiemendamento con qualcosa come 1365 commi? Un mostro.

Secondo il ministro Giulio Tremonti e il premier Silvio Berlusconi, con la rivoluzione contabile diremo addio agli assalti dei parlamentari alla diligenza. Di certo, finirà in soffitta il Dpef, sostituito dal Dqpf (Documento quadro di finanza pubblica) che, come dice il nome, conterrà le decisioni quadro di finanza pubblica e sarà presentato in Parlamento entro il 20 settembre di ciascun anno dopo un passaggio presso le amministrazioni locali. Addio, quindi, a tutte le scadenze che prima scandivano i tempi della formazione della legge di bilancio: la vecchia Finanziaria lascerà spazio a un provvedimento leggero, asciutto, privo di norme per lo sviluppo che dovranno essere presentate esclusivamente nei “collegati”.

La legge Finanziaria nacque  nel 1978 e venne introdotta con lo scopo di dare al governo uno strumento di programmazione e controllo sulla finanza pubblica (di fatto però funzionò come un catalizzatore per la spesa e uno strumento per costruire consenso attraverso politiche spesso sgangherate e clientelari). Il sottosegretario all’Economia Giuseppe Vegas allora ricopriva le cariche di consigliere parlamentare e segretario della Commissione Bilancio del Senato. Oggi è uno di quei parlamentari che sta seguendo personalmente in Parlamento l’iter della legge, anche perché ha ricevuto da Tremonti la delega a trattare con Comuni, Regioni e centri di spesa vari, e non esita nel definire quella che stiamo vivendo una nuova era: “Finalmente abbiamo una finanziaria che svolge la propria funzione che è quella di fare le modifiche marginali al bilancio. Torniamo a guardare la luna e non dito che la indica: prima si considerava la manovra un fenomeno importante trascurando che il grosso della spesa pubblica si fa con il bilancio. Ora la Finanziaria non sarà più un elemento ansiogeno, il fatto stesso che si chiami legge di stabilità significa che passata la crisi si tornerà verso un’ordinaria gestione delle finanze pubbliche, che non sono molto diverse dalle finanze private di ciascun cittadino”.

Ma il Ddl di riforma contabile è uno di quei provvedimenti che divide proprio per la sua carica innovativa rispetto al passato. E Paolo Cirino Pomicino, politico ed editorialista di diversi quotidiani, al contrario di Vegas considera l’assalto alla diligenza “una leggenda metropolitana” e non esita nel definire quella tremontiana una riforma-bluff. “E’ vero – afferma Pomicino – che i parlamentari di maggioranza e di opposizione presentavano all’epoca della prima Repubblica un migliaio di emendamenti ma in tutte le democrazie del mondo la legge di bilancio è l’occasione per un confronto-scontro tra gli interessi legittimi presenti nella società. E’ la politica, nel senso alto del termine, che deve poi farsi carico di ricomporre interessi, esigenze, vocazioni territoriali e quant’altro in un progetto in cui la maggior parte del Paese vi si possa riconoscere e trasformarsi quindi nella legislazione della finanziaria o del bilancio”. (leggi qui l’intero contributo scritto per l’Occidentale).

Non la pensa così Francesco Forte. Dal 1982 ministro delle Finanze del Governo Fanfani V, poi ministro delle politiche comunitarie nel Governo Craxi e dopo ancora sottosegretario delegato per gli interventi straordinari nel terzo Mondo, secondo Forte la “rivoluzione” introdotta dal Governo Berlusconi ha proprio il grande vantaggio di impedire gli assalti alla diligenza da parte di parlamentari, lobby e variegati gruppi di pressione. “Quando la Finanziaria era una salsiccia – spiega Francesco Forte – si faceva ostruzionismo con emendamenti pretestuosi, chiedendo dei favori in cambio della cessazione di interventi dilatori”. La Finanziaria finiva così per essere un polpettone farcito da qualsiasi pretesa, minaccia, richiesta di favore campanilistico, partitico o corporativo. A dispetto di principi come il rigore o la stabilità economica. “Gli emendamenti che piovevano a migliaia – continua Forte -venivano spesso presentati dalla Dc e dal Psi per conto dei comunisti. Quando la Finanziaria doveva avere la copertura, l’assalto alla diligenza avveniva con il rinvio delle spese ai decreti collegati e ordinamenti, detti salsicciotto: vi entrava di tutto, anche impegni fatti solo per le elezioni, destinati a cadere assieme ai governi”.

Nino Andreatta si sentì male e varcò la soglia del coma che lo portò poi alla morte proprio nel corso dell’approvazione di una Finanziaria. Era il dicembre del ’99 e quella era l’ennesima Finanziaria che si trovava tra le mani. Sei anni prima con queste parole diede libero sfogo ai suoi pensieri: “Non sapete quanto ci è costato il Pci! Per riuscire ad approvare la legge Finanziaria ogni anno dovevamo spendere tra i 1000 e i 1500 miliardi per compiacere il partito comunista”. Chissà cosa direbbe oggi. E che reazione avrebbe Giovanni Spadolini, che definì la Finanziaria “una patologia inestirpabile”. O Guido Carli, che restituì agli italiani questa fotografia della legge: “E’ il terreno più propizio alle bravate dei politici spendaccioni a caccia di popolarità”.

La Finanziaria light di Tremonti, con tre soli  articoli e relative tabelle che integrano al 2012 la manovra varata nel 2008, da due giorni scontenta più di qualcuno. Chissà che anche oggi molti non aspettassero la legge per salire sull’ultimo treno con la paura di restare a terra, meno potenti e più poveri.