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Patate bollenti

Il governo sa che metter mano alle pensioni è ancora una priorità

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“Alcune caratteristiche del sistema pensionistico italiano tengono lontana dal lavoro una quota troppo ampia della popolazione. Solo il 19 per cento degli italiani tra i 60 e i 64 anni svolge un’attività lavorativa, contro il 33 per cento degli spagnoli e dei tedeschi, il 45 dei britannici, il 60 degli svedesi. È ora di rimuovere i vincoli e i disincentivi al proseguimento dell’attività lavorativa per coloro che sono nel regime retributivo; ampliare i margini di scelta dell’età di pensionamento per coloro che sono nel regime contributivo; cancellare gli ultimi impedimenti al cumulo tra lavoro e pensione”.

Con queste parole, nelle sue ‘Considerazioni finali’, Mario Draghi ha riaperto la questione delle pensioni, ricordando alla classe politica (chi scrive sta predisponendo un disegno di legge secondo tali indicazioni) che il problema non è ancora risolto. Il Governatore propone di restituire all’età pensionabile nel sistema contributivo la flessibilità che aveva nel modello prefigurato dalla legge Dini del 1995: una flessibilità poi venuta meno in conseguenza dei riordini più recenti. La riforma Maroni del 2004 ha cancellato il c.d. pensionamento di vecchiaia, unico e flessibile, compreso in un range  tra 57 e 65 anni, a cui corrispondevano i c.d. coefficienti di trasformazione come strumenti di incentivazione/disincentivazione ragguagliati all’età scelta per la quiescenza. In pratica, la legge n.243/2004 ha finito per trasferire nel contributivo le regole anchilosate del sistema retributivo. La recente legge del Governo Prodi (legge n.247/2007) ha riconfermato l’impostazione del 2004, mantenendo la frantumazione delle regole del pensionamento. A regime, infatti, anche nel sistema contributivo, i lavoratori potranno andare in quiescenza facendo valere i requisiti della vecchiaia (65/60 anni di età e cinque anni di contribuzione effettiva a condizione di percepire un trattamento pari ad 1,2 volte l’importo dell’assegno sociale), con 40 anni di versamenti a qualunque età oppure a 61/62 anni se dipendenti e a 62/63 anni se autonomi con 35 anni di anzianità (inclusa ovviamente la regola delle quote età+anzianità).  Per tornare - come ha suggerito Draghi - all’impianto delle legge n. 335/1995, occorrerebbe tener conto delle modifiche apportate, nel frattempo, all’istituto dell’età pensionabile. La nuova prestazione unificata, a partire dal 2014 (anno in cui terminerà la fase transitoria), dovrebbe prevedere, per uomini e donne, una fascia di opzioni compresa tra 62 e 67 anni collegati ad un’adeguata griglia di coefficienti di trasformazione, revisionati con una periodicità triennale. Logicamente, tale impostazione richiede di aumentare gradualmente di due anni (da 60 a 62) l’età di vecchiaia delle lavoratrici, anche nel sistema retributivo. Oltre alla questione cruciale dell’età pensionabile vi sono altri aspetti da affrontare.

Pensione di base – Rebus sic stantibus, nel modello contributivo sarà possibile conseguire un trattamento appena sufficiente soltanto versando un’aliquota contributiva insostenibile (pari al 33% come quella prevista per il lavoro dipendente). Un obiettivo siffatto (che crea enormi problemi pure al costo del lavoro subordinato ed incentiva quindi l’occupazione sommersa) è improponibile per il lavoro autonomo, libero-professionale e atipico. In questi settori saranno erogate quindi pensioni pubbliche assolutamente inadeguate a meno di non intraprendere (come sta avvenendo nel caso dei parasubordinati) incrementi delle aliquote con effetti punitivi e devastanti per l’occupazione. La via da seguire potrebbe quella di allineare - per i nuovi assunti in tutte le tipologie lavorative - l’aliquota contributiva intorno al 24-25% istituendo nel contempo una pensione di base, finanziata dalla fiscalità generale. Si tenga conto che, nel 2008, lo Stato eroga almeno 34 miliardi di euro in qualità di "soccorso" assistenziale alla spesa pensionistica. Tali risorse, invece di inserirsi "a pettine" nel sistema, a tutela di varie e differenti situazioni, potrebbero più razionalmente essere utilizzate per divenire la base di un modello contributivo obbligatorio, divenuto meno oneroso per i lavoratori e le imprese.

Un secondo pilastro per il lavoro parasubordinato -  Per consentire agli atipici in via esclusiva il ricorso alla previdenza complementare, andrebbe riconosciuto loro il diritto all’opting out, consentendo di stornare, se lo riterranno, una parte dell’aliquota obbligatoria (fino a 6 punti a regime:  per un ammontare, cioè, equipollente rispetto al tfr) allo scopo di costituire e finanziare, in una forma privata di loro scelta, una posizione individuale a capitalizzazione. 

 

 

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4 COMMENTS

  1. superbonus
    Desideravo avere notizie del superbonus, utilizzato dal 2004 fino al 31/12/2007 e non rinnovato dal governo Prodi, per incentivare il posticipo della pensione.
    Durante la campagna elettorale, questo istituto era stato inserito come prioritario assieme al bonus bebè (“Immediato adeguamento delle pensioni fino a mille euro con un nuovo “schema” di indicizzazione. E ripristino del super-bonus per favorire la permanenza in attività di chi è in possesso dei requisiti per il pensionamento di anzianità.
    La strategia previdenziale del Pdl è già definita. E verrà messa nero su bianco nei primi Consigli dei ministri del nuovo Governo che sarà guidato da Silvio Berlusconi.” Così scriveva il Sole24Ore alla metà di Aprile …).
    Purtroppo il ministro Sacconi non sembra interessato …. peccato perchè uno degli argomenti che mi ha condizionato per votare il PDL è stato proprio questo (e ciò vale anche per molti nelle mie condizioni che hanno 40 anni di contributi e sono indecisi se continuare a lavorare).

  2. Pensioni
    Io devo sollevare diverse obbiezioni. A Novara dove
    abito io da più di 50 anni, tre ditte hanno deloca-
    lizzato le loro produzioni:
    A) La Deagostini ha lasciato a casa 144 persone;
    B) La Bossi Tessitura ha trasocato in Cina le sue
    produzioni di tessuti;
    C) La filatura di Grignasco a chiuso e si è trasfe-
    rita nell’est europeo;
    D) La MEMC dove lavoro io il sindacato è in tratta-
    tiva con la direzione per ridurre di 85 persone;
    E) La Telekom vuole ridurre di 5.000 persone (l’ho
    letto sul Milano Finanza;
    Tutte queste ditte più o meno si vogliono liberare
    dei “Vecchi” perchè ormai non gli sevono più.
    Come risolvere il problema dal momento che si vuole
    innalzare l’eta pensionabile a quanto pare fino a
    67 anni? Attendo lumi.

  3. la beffa della quota.
    Il ministro come intende risolvere la discriminazione causata ai dipendenti pubblici nati nel 1° semestre del 1951 e quelli del II°semestre?.
    Per quale motivo i nati nel II° semestre del 1951,
    doppiamente beffati perchè:nonostante raggiungono la famosa quota(95),con 37 anni di servizio e 58 anni di età,non possono andare in pensione nel 2010 bensì il 1 luglio 2011?;non le pare che siano fortemente e ingiustamente penalizzati in quanto raggiungono a tale data 60 anni di età e 39 anni di contributi pari a quota(99)!!!!……(quota non prevista dall’attuale normativa).
    Fiducioso di riscontro e di una normativa non discriminante.

  4. La riforma dei lavoratori
    La riforma dei lavoratori del pubblico impiego art.72 del d.l. 112/2008 non solo offre incentivi al ritiro anticipato ma limitando la permanenza in servizio a coloro che compiono i 40 anni d’anzianità contributiva indipendentemente dall’età.
    Quest’ultimi rappresentano una generazione che ha conosciuto il lavoro in età scolare la maggior parte sono persone di 60 anni d’età, giovani ed efficienti di grande esperienza che potrebbero essere incentivate a rimanere in servizio prevedendo un sistema flessibile di uscite su base volontaria. Quest’operazione di recupero avrebbe delle positive e sostanziali ricadute anche sull’andamento della spesa pensionistica.La Spagna ha introdotto un bonus per la permanenza in servizio e…Cazzola fa alchimie.. e non dice che la riforma è a carico della previdenza!!!!!

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