Il Kosovo ha trovato l’indipendenza ma la pace resta lontana
12 Settembre 2009
di Redazione
Anche sotto “l’indipendenza supervisionata” ottenuta nel febbraio 2008, il Kosovo non riesce a trovare pace. L’architettura istituzionale che sovrintende alla Repubblica del Kosovo – una rappresentanza civile internazionale (ICR), la missione sotto il controllo dell’UE (Eulex), e la missione delle Nazioni Unite (Unmik) – è sempre apparsa fragile. Ed ora sta iniziando a cedere.
Per la prima volta dal marzo 2004 il profondo malcontento della popolazione per la presenza internazionale in Kosovo sta salendo in superficie. Cinque anni fa, alcune violente sommosse hanno reindirizzato verso la minoranza serba la crescente frustrazione degli albanesi per il protettorato delle Nazioni Unite. Allora come oggi, gli addetti ai lavori hanno mal interpretato i primi segnali di tensione.
La scorsa settimana il movimento di “Vetevendosje” (Autodeterminazione) ha danneggiato numerose vetture della missione Eulex. A provocare questa reazione è stato “un protocollo sulla cooperazione di polizia” siglato tra Serbia ed Eulex. La missione UE aveva un gran bisogno di un accordo del genere. Si presumeva che sarebbe stato utile a stabilire il controllo della legge e l’ordine pubblico. Invece si è scontrato con la violenta opposizione da parte dei serbi nella regione settentrionale del Kosovo, e non ha portato a nessun risultato. I funzionari del governo kosovaro non hanno apprezzato l’accordo, ritenendolo una violazione della sovranità. E di certo non è stato d’aiuto il fatto che il ministro serbo per il Kosovo, Goran Bogdanovic, abbia dichiarato in un’intervista che il protocollo rappresenta una prova che il Kosovo è la Serbia.
E’ davvero preoccupante che un movimento come quello dell’Autodeterminazione, fino a poco tempo fa impegnato in azioni di protesta pacifiche, abbia iniziato a fare uso della violenza. E ancor più preoccupante è il fatto che la maggior parte degli albanesi, che unanimemente condanna con fermezza le azioni di quel movimento, mostri lo stesso profondo disprezzo nei confronti della presenza internazionale nel Kosovo. La considerano, infatti, arbitraria e anti-democratica. Ed hanno le loro ragioni.
A Pristina, gli attivisti del movimento di Autodeterminazione responsabili di atti di vandalismo sono stati immediatamente arrestati, e con un’insolita manifestazione di brutalità da parte della polizia. Esattamente nello stesso momento, nel villaggio settentrionale di Kroi I Vitakut/Brdjani, gli uomini dell’Eulex non hanno effettuato alcun arresto tra le folle di serbi armati che hanno attaccato i costruttori delle case albanesi, date alle fiamme nel 1999. E non solo – la polizia ha isolato l’area e ne ha impedito la ricostruzione.
Questo comportamento è inaccettabile da ogni punto di vista. Anche se l’Eulex ha il dovere di rimanere neutrale, come Ian Bancroft ha di recente commentato su Cif, e non deve osservare la costituzione della Repubblica del Kosovo, deve comunque assicurare il diritto dei rifugiati di ritornare a casa, come stabilito nella Risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza. Ma non ha possibilità di agire in tal senso per gli albanesi nel nord del Kosovo, in quanto qui non ha il controllo della regione. Insieme alla ICR e alla Unmik, detiene l’autorità solamente sulla parte meridionale del paese.
Questo mix di duplici standard e di arbitrarietà è davvero pericoloso, in quanto legittima un modo di pensare per cui la legge diventa un artificio soggettivo nelle mani dei potenti. La lotta è contro il potere, ed il suo artificio è la prima vittima. Gli estremisti che hanno danneggiato le auto dell’Eulex non si considerano certo dei vandali, ma piuttosto l’unica opposizione possibile al potere.
Dal punto di vista di scelta tattica si tratta di una minoranza di persone, ma la maggior parte della gente è d’accordo con loro su un punto fondamentale: Eulex, Unmik, ICR e persino la Forza del Kosovo costituiscono un sistema oppressivo coloniale. Gli ufficiali internazionali ripetono il loro ritornello: “Siamo qui solo per il vostro bene”. Ed è proprio questo atteggiamento benevolo ad indisporre maggiormente gli abitanti locali, che lo considerano offensivo.
Il giovane hacker che la scorsa settimana è riuscito a entrare nel sito-web di Eulex, ha scritto: “Vi abbiamo invitato qui per aiutarci, non per decidere al posto nostro. Così come vi abbiamo dato il benvenuto, possiamo anche dirvi “ora è troppo”. La maggior parte della gente rimane in silenzio, ma ne ha abbastanza dei controlli di ogni sorta. Dal momento che Mitrovica e il Kosovo settentrionale rimangono un punto critico, ogni provocazione lì potrebbe innescare una protesta di massa con conseguenze imprevedibili.
La comunità internazionale, tra il rifiuto da parte della Serbia e la fatica sperimentata tra gli albanesi, viene a ritrovarsi in una posizione insostenibile. Le autorità del Kosovo devono inoltre affrontare un’ulteriore problematica: quanto più infatti si attengono alla legge internazionale, tanto più perdono la legittimità popolare. La situazione era la stessa nel 2004, quando la debole leadership locale non riusciva a frenare le violenze di una popolazione esasperata dal governo paternalistico dell’Unmik. Dovrebbe essere ormai chiaro che la creazione di un “protettorato indipendente” non è la via giusta per dare vita ad un nuovo stato.
© Guardian
Traduzione Benedetta Mangano
