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Parla l'ex ambasciatore ad Ankara

Il nazionalismo turco, una storia che viene da lontano

Ambasciatore Marsili, la sete di egemonia di Erdogan fa tremare il Mediterraneo e ci mette di fronte ad un sentimento nazionalista sempre più forte. Che lettura possiamo dare a questo fenomeno?

“In Turchia il nazionalismo non è soltanto quello di Erdogan, altrettanto nazionalista è tutta l’opposizione politica di sinistra e di riferimento laico ispirato ad Atatürk; è la storia turca in sé che produce un nazionalismo molto accentuato, cosa che invece accade meno in Europa, poiché la nostra tradizione è legata all’internazionalismo dai tempi dei partiti comunisti connessi all’URSS. In Turchia l’internazionalismo non esiste e tutto ciò ha quindi delle radici storiche”.

Cerchiamo insieme di capire meglio queste radici storiche, spieghiamo ai nostri lettori perché questo Paese appare sempre più ingombrante e viene sempre più assimilato all’idea di un nuovo Impero Ottomano.

“Il nazionalismo turco nasce con la fine dell’Impero Ottomano, che era un Impero multietnico, multireligioso, anche se ovviamente l’Islam ha sempre giocato la sua parte principale. Quando l’Impero Ottomano è caduto, alla fine della prima guerra mondiale, Atatürk con la rivolta laica, ha puntato alla creazione di uno stato repubblicano, accentrato intorno al governo che doveva mettere insieme tutto il mondo turco. Quando noi diciamo turchi, diciamo tante cose: i turchi che vengono dall’Asia centrale, i Curdi, quello che restava degli Armeni, gli ebrei, i Tatari di Crimea, i turchi che provenivano dai Balcani, coloro che derivavano dagli scambi avvenuti con la Grecia e così via. La necessità era di dare una definizione a tutte queste popolazioni e la definizione che fu data, è che tutti loro sono turchi. Da questo momento in poi, si comincia a parlare il turco, una lingua con caratteri latini e non arabi, come li aveva il turco dell’Impero Ottomano. Si separa lo Stato dalla religione, si crea una repubblica laica, si comincia ad alfabetizzare la popolazione, ma per fare tutto questo era necessario trovare un sistema unificante e questo sistema unificante era un forte appello nazionalista. Atatürk diceva “felice colui che si dice turco”, e non diceva “felice colui che è nato turco”, come spesso viene malamente tradotto anche nelle guide turistiche.

Il nazionalismo è poi nato formalmente dal trattato che ha concluso la fine dell’Impero Ottomano, quello di Sèvres. Con questo trattato la Turchia, potenza sconfitta, subì condizioni durissime. Queste condizioni non riguardavano solo la perdita dei territori che andavano dal nord Africa ai Balcani e anche oltre, ma riguardavano la divisione del territorio dell’attuale Turchia odierna in varie zona di influenza, rispettivamente inglesi, francesi, greche e italiane. 

Fu il Trattato di Sèvres infatti, a ridurre la Turchia ad una porzione molto modesta dell’attuale repubblica. In seguito, con la rivolta dell’esercito guidata da Atatürk, francesi, inglesi e italiani se ne andarono e i  e greci , dopo una guerra di liberazione durissima , furono espulsi. Nel 1923 nasce la Repubblica turca come la conosciamo oggi. 

Il trattato di Sèvres che aveva spaccato la Turchia, provocò nei turchi quella che si chiama “sindrome di Sèvres”, ovvero la paura che il Paese possa essere sempre e continuamente minacciato dalle potenze occidentali che vogliano fare della Turchia un Paese diviso. Questa paura i turchi se la sono portata dietro per un secolo, e va oltre Erdogan. La Turchia resta così convinta che altri paesi vogliano minacciarne l’integrità territoriale e la risposta a questa sindrome è il nazionalismo. I turchi sono nazionalisti per il modo in cui è nata la loro repubblica e a causa del trattamento inflitto loro dal trattato di Sèvres”.

Se dovessi chiederle di tracciare un’analogia tra Turchia e Italia mettendo i due Paesi a confronto sul piano internazionale?

“Credo che la carenza italiana, perché di questo si tratta, derivi dalla mancanza di visione, carenza che caratterizza la nostra attuale politica estera, anzi la nostra non-politica estera. Suscita tutto questo molta perplessità. Al di là di certe posizioni anche scontate, con il nostro formale ancoraggio all’Unione Europea e alla NATO, l’Italia resta assente come Paese nel panorama internazionale, mentre la presenza dovrebbe essere il fulcro della nostra forza, soprattutto quando si parla di Mediterraneo e in particolare di Libia. La Turchia invece, per molti anni, ha avuto un ruolo silenzioso di fedele esecutore della NATO, con una posizione di primo piano nell’ambito della Guerra Fredda, di guardiano del mondo europeo e occidentale di fronte all’URSS. Hanno probabilmente dato tutti per scontato questo aspetto, ma la Turchia ha avuto e portato avanti questo importante ruolo per quaranta anni. Alla caduta del muro e alla fine della Guerra Fredda, tutto cambia ai confini orientali della Turchia e l’URSS si dissolve. A partire dal 2011, sorgono le primavere arabe, che molto conosciamo e che in realtà hanno concluso ben poco. Interessante resta a riguardo il discorso del Presidente degli Stati Uniti d’America allora in carica, Barack Obama. Obama nel 2009, presso l’Università del Cairo, parla con grande entusiasmo sulle prospettive di democrazie del mondo arabo. Di quel discorso, purtroppo, non è rimasto nulla. Sono rimasti solo i problemi: l’aggressione in Libia su iniziativa inglo-americana e francese e obtorto collo dell’Italia, ha prodotto tutte le conseguenze negative che conosciamo. Sempre nel 2011, sulla scia delle primavere arabe, scoppia la guerra in Siria, dove Erdogan inizialmente ha fatto molte mosse false, convinto che Bashar al-Assad sarebbe caduto quasi subito. Possiamo dire che questo sia stato un grande errore della sua politica estera. Si è cercato di rimediare, ma è stato grazie al consenso sia russo che americano, che la Turchia infine ha potuto trasformare in relativa vittoria questa vicenda, creando la fascia di sicurezza ai propri confini prospiciente alla Siria e che le garantisce la difesa dai colpi di mano dell’ala siriana del PKK, ovvero l’organizzazione indipendentista curda che dalla Turchia – e non solo dalla Turchia, ma anche dall’Europa e dalla NATO- è considerata organizzazione terroristica. Un’altra errata valutazione di Erdogan, nasce sul fatto che l’ala siriana del PKK, conosciuta come YPG, ha combattuto a fianco degli americani contro l’ISIS, acquisendo delle benemerenze nella guerra in Siria; diverse sono quindi le valutazioni che necessitano di essere fatte, ovvero che l’YPG ha costituito un vantaggio per gli americani che si sono serviti di queste milizie, ma non per i turchi, che ritengono far parte della stessa organizzazione terroristica. Questo ha dato esito negativo alle relazioni tra Stati Uniti e Turchia”.

La Turchia ha comunque continuato ad espandersi…

“Sì, la Turchia si è espansa in questi ultimi anni e si è espansa comunque agendo nella difesa di interessi nazionali e ripeto, questo lo vorrei sottolineare in maniera molto chiara: questa non è stata solo la politica di Erdogan, era condivisa, lui l’ha portata avanti in maniera aggressiva inimicandosi tutti”.

Come è possibile che un Paese con 1700 km di coste sul Mediterraneo come  la Turchia, possa essere privato del suo accesso al mare a causa della presenza delle isole greche?

“La famosa isola di Kastellorizo è il perno del problema, essendo situata a 20’ di navigazione della costa turca e a 7h di navigazione dal posto greco più vicino che è l’isola di Rodi. Facendo partire le acque territoriali dal sud di Kastellorizo e andando avanti con la ZEE (Zona Economica Esclusiva), i Greci la  ricongiungono con quella della parte settentrionale di Cipro. Per questo essi la considerano tutta zona di pertinenza greca, ma va sottolineato che, oltre ad essere tutto ciò molto singolare, Cipro, nella sua parte nord, non è sotto sovranità greco-cipriota, ma sotto sovranità turco-cipriota. L’accesso al mare della Turchia resta così difficilissimo. È vero che tutti, Europa compresa, considerano il governo legittimo di Cipro quello greco-cipriota, ma non la Turchia. Di fatto esiste una Repubblica turca nord cipriota che formalmente fa parte della UE, ma solo sulla carta. Tutto questo nasce dal fatto che non è mai stata risolta la questione cipriota. Nel 2005 ci fu un referendum, sul piano dell’Onu, concepito da Kofi Annan, il “Piano Annan”, con il quale i ciprioti votarono a favore dell’unificazione, nonostante i greco-ciprioti continuarono a rifiutarsi, votando contro. L’Unione Europea, dimentica delle promesse, ha semplicemente ammesso nell’Unione dell’allargamento la parte greca, come rappresentante dell’intera isola, dimenticando l’esito del referendum e di ciò che prevedeva il piano dell’ONU, portando così al proprio interno un Paese che ancora non ha risolto le sue dispute territoriali. Queste dispute non si risolveranno mai, il negoziato va avanti dal 1976, e vede da una parte il benestare dei greco-ciprioti, ma continuando a considerare inesistente la parte turca. Questo getta ombre sui problemi del Mediterraneo orientale, problemi gravi, per la navigazione, per la delimitazione delle acque territoriali e non di poco conto. Erdogan ha condotto una politica senza dubbio virulenta nei confronti della Siria, nei riguardi del Mediterraneo orientale, ma va considerato e letto nell’interesse nazionale turco, anche per quella metà dei turchi che si oppongono a Erdogan, vale a dire dai partiti che gli stanno contro. Sulla politica estera, esiste una unanimità in Turchia”.

A chi davvero conviene “fare guerra” alla Turchia?

“L’interscambio commerciale tra l’Italia e la Turchia è di circa 20mld di $, cioè circa 18mld di Euro. Come Italia, abbiamo circa 1200 aziende italiane che operano in Turchia, come Fiat, Ferrero, Pirelli, Astaldi, fino alle più piccole. Ci sono interessi colossali”.

Come riprendere il dialogo politico?

“Fu deciso nel 2005 a livello europeo di intraprendere questo dialogo. Ma accadde che quando Jacques Chirac cedette il suo posto a Nicolas Sarkozy, la Francia cominciò a tirarsi indietro. È venuto così meno un impegno unanime. Ma i capitoli negoziali si potevano aprire, anche quelli politici. Si può dire ad esempio che la Turchia non rispetti determinati standard europei, ed è vero, ma proprio per questo si dovrebbe negoziare e aprire il capitolo. Non si può non aprirlo a priori, poiché non aprendolo, si consente alla Turchia di procedere su una strada per conto proprio, senza proseguire il percorso di democratizzazione che era cominciata su impulso europeo proprio a partire dal 2005 e poi 2006, 2007 fino al 2008, anni in cui si sono fatte molte riforme importanti”.

Come vanno lette le ultime sanzioni?

“Le ultime sanzioni sono un risultato molto europeo per cercare di mettere insieme le due tendenze diverse all’interno dell’Unione. Una che viene portata avanti da Francia, Austria, Grecia e Cipro e che intende prevedere sanzioni di rilievo molto maggiore. L’altra, posizione tedesca, insieme ad Italia e Spagna, ritiene che le sanzioni possano essere solo controproducenti, come si è visto anche nel caso russo, per fare un esempio. Le sanzioni servono a poco e a niente. Non fanno altro che inasprire l’altra parte, che va avanti lo stesso, percorrendo altre strade, che andrebbero però evitate. La Turchia non è sensibile a certe pressioni o sanzioni, come non lo è l’Egitto, per fare un altro esempio ancora”.

Portare avanti dunque la strada del dialogo. L’arte della diplomazia. Erdogan non ci pare un esempio di alta diplomazia. Come potremmo riagganciare il lato positivo della Turchia?

“Attenzione, la diplomazia non si fa con gli amici. Per fare un esempio Putin non è alleato di Erdogan. Erdogan è qualcuno che è capace di scendere a compromessi, come Putin. I rapporti tra Russia e Turchia sono rapporti complicati e nascono da un’avversione che dura da secoli. Entrambi però, intendendosi – Putin ed Erdogan, così come anche Trump ed Erdogan per fare un altro esempio – hanno capito che gli interessi comuni portano a compromessi importanti e vantaggiosi. E posso dire che la Turchia si mostrerà nel tempo sempre più incline al compromesso”.

Si riferisce al cambio di passo con Biden alla Casa Bianca?

“Mentre sul piano interno e sul piano sociale la Turchia è divisa, spaccata in due, per quanto riguarda la politica estera c’è una sostanziale unità di vedute, che proviene da un forte nazionalismo dove l’interesse nazionale comune è forte. Certo che se non ci fosse Erdogan, ci si troverebbe a comunicare con toni diversi. Ma certo è anche che la Turchia non lascerebbe comunque la fascia di sicurezza creata in Siria, non lascerebbe gli azeri al proprio destino, non mollerebbe sulla questione delle acque territoriali…”.

La questione dei missili Patriot versus gli S-400?

“La questione dei missili è nata dal fatto che il Governo americano non ha consentito la dislocazione dei missili Patriot in Turchia che non fossero sotto il controllo di entrambi. La Turchia si è rivolta così alla Russia, acquisendo gli S-400”.

Che costituiscono un problema perché capaci di intercettare dati sensibili della strumentazione americana.

“Sì, ma non sono operativi”.

Quindi mi sta dicendo che è un ulteriore deterrente per trattare.

“Esatto. Perciò tratteranno. Ricordiamo che la Turchia, pur essendo un Paese della NATO, ha già subito un embargo militare da parte degli Stati Uniti e anche da altri Paesi occidentali, embargo che è durato un considerevole numero di anni a seguito dell’occupazione turca di Cipro nord. Quanto hanno danneggiato la Turchia le sanzioni militari? Niente, come dicevamo, le sanzioni sono quasi sempre inutili.  Non li hanno danneggiati, ma hanno financo consentito la nascita di una difesa turca sul piano industriale che non sarebbe nata altrimenti. Se gli americani sanzioneranno militarmente i turchi anche questa volta, loro procederanno per la loro strada, ma questo dipenderà anche dalla loro situazione economica, che al momento non è brillante”.

La Turchia parrebbe disporre del potenziale per costituire una fascia di presenza militare che correrebbe lungo tutta la linea turcofona asiatica, fino alla Cina. Preoccupante anche per la Russia.

“I rapporti con la Cina sono abbastanza stabili, a parte la vicenda sugli Uiguri che hanno destato preoccupazioni all’inizio, ma sui quali poi Erdogan ha smussato. Pensiamo che il vaccino Covid a disposizione della Turchia è quello cinese. La Turchia, su quella fascia dell’Asia centrale, gioca un ruolo pò paternalistico, con successo relativo, poiché quei paesi sono laici e il comune richiamo islamico non può attecchire”.

Ma la Cina resta la minaccia per la Russia e per gli Stati Uniti, dove la Turchia gioca il ruolo più strategico.

“Esatto, e la Turchia è un Paese NATO. Dal punto di vista geostrategico la Turchia rappresenta una potenza per la NATO, la seconda militarmente, no? Chi infatti ne suggerisce l’uscita dal Patto Atlantico, sottolinea in realtà la totale mancanza di conoscenza di questo Paese e dimostra pregiudizi”.

Cosa dovrebbero fare l’Italia e l’Europa nei confronti della Turchia?

“Sul piano europeo, dovremmo continuare a fare ciò che stiamo facendo da tanti anni. Come ambasciatore in Turchia per sette anni, sotto il Governo Berlusconi prima, Governo che ha portato avanti una politica estremamente favorevole e di assoluto sostegno alla Turchia, e sotto il Governo Prodi poi, con D’Alema agli esteri, la Turchia ha continuato ad avere il nostro pieno appoggio. L’Italia era capofila di un gruppo di paesi europei con Inghilterra, Spagna e Svezia, detti anche le quattro ‘I’ dalla stampa turca, secondo le iniziali dei loro nomi in turco. Negli ultimi anni, con le varie marce indietro, nonostante tutto, c’è chi continua ad opporsi alle sanzioni più dure, senza aver paura di accentuare questa negoziazione. Ad esempio, l’ammodernamento dell’unione doganale, che ha provocato risvolti molto positivi, non può assolutamente essere bloccata sul piano politico”.

Quindi lo scontro con la Turchia per l’Italia si apre con la Francia?

“Si apre prevalentemente con la Francia e in modo meno sensibile con gli altri, Grecia e Cipro e Austria. Ma siccome la Francia porta avanti al di fuori della cornice europea la sua politica internazionale ed è un Paese che non ha bisogno di una destra al governo per essere sovranista, così l’Italia dovrebbe perseguire i suoi interessi sovrani, portando avanti una certa attitudine, se non altro sul piano economico, affinché sul piano bilaterale si possano ottenere risvolti vantaggiosi per il nostro Paese. Certo nei limiti consentiti dai nostri impegni in sede europea, dove tuttavia ogni paese, in assenza di una politica estera e di sicurezza comune, può operare autonomamente”.

Dismettere momentaneamente i propri panni, ed indossare quelli dell’altro, per trattare con la controparte, comprendere come gli altri ragionano e negoziare. Alessandro Magno docet.

“Certo. Più si chiede agli egiziani di liberare Zaki e più gli egiziani lo trattengono. Questo modo di ragionare era per esempio quello di Hillary Clinton. Non perché la nostra democrazia è infallibile questa è replicabile ovunque. Ognuno ha le sue valutazioni e le sue idee. La diplomazia non significa cedere, ma convincere. Questa è vera diplomazia culturale che non vuol dire portare una mostra, o promuovere il turismo, ma significa entrare nella mentalità del Paese verso il quale ci si vuole esprimere e vedere l’interscambio che ne può nascere. Significa vendere qualcosa e comprare qualcosa. Significa capire gli altri e farci capire”.

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